«Il punto non è cambiare strada: è avere il coraggio di perderla, ogni tanto. Perché è proprio lì, nel momento in cui smetti di riconoscerti, che inizi davvero a capire chi sei. È lì che capisci se stai vivendo davvero o se stai solo replicando una versione di te che funziona.»
C’è una linea sottile — quasi invisibile — che separa la comfort zone dalla verità. Lodo Guenzi quella linea ha deciso di attraversarla senza voltarsi indietro. Non per necessità, ma per scelta. Una scelta che ha il sapore di una crisi lucida, di quelle che non distruggono ma trasformano. E così, mentre molti lo identificano ancora con l’ironia tagliente e pop de Lo Stato Sociale, lui ha iniziato a scrivere un’altra narrazione: più scomoda, più fisica, decisamente più rischiosa.
Classe 1986, bolognese, Guenzi è cresciuto artisticamente tra musica, parola e un immaginario generazionale capace di intercettare un’epoca. Con Lo Stato Sociale ha contribuito a ridefinire il linguaggio del pop italiano degli anni Dieci, fino al punto di svolta: la partecipazione al Festival di Sanremo 2018 con “Una vita in vacanza”, un brano diventato manifesto, capace di mescolare leggerezza e critica sociale. Un successo enorme, trasversale, che lo ha portato sotto i riflettori di un pubblico sempre più ampio. Ma Guenzi non si è fermato lì. Ha scelto di espandere il proprio raggio d’azione, sperimentando nuovi linguaggi e nuove responsabilità, come dimostra anche la conduzione del Concertone del Primo Maggio, dove si è confrontato con un ruolo diverso, più istituzionale ma non meno identitario, portando sul palco la sua cifra ironica e consapevole. E poi il teatro. Negli ultimi anni è diventato il suo territorio più radicale, il luogo in cui mettere in discussione tutto — anche se stesso. Lo dimostra il confronto con un testo simbolo come “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo, dove Guenzi si misura con una drammaturgia affilata, politica, costruita su tempi comici millimetrici e improvvise accelerazioni emotive. Un banco di prova importante, che richiede controllo, ma anche la capacità di lasciarsi attraversare dal caos lucido della scena. All’opposto, eppure in perfetta continuità, c’è “Toccando il vuoto”, uno degli spettacoli più intensi della sua carriera recente. Qui il teatro diventa esperienza fisica, quasi estrema. La storia vera dell’alpinista Joe Simpson si trasforma in un racconto sulla sopravvivenza, sul limite umano, sul peso delle scelte. Sul palco, Guenzi non interpreta soltanto: resiste. Il corpo si tende, la voce si spezza, la tensione è reale. È un teatro che non protegge, ma espone. Due mondi diversi — la satira politica e la lotta per la vita — uniti da un’urgenza comune: quella di non restare mai fermi, di non accontentarsi di ciò che funziona. In questo passaggio, Guenzi sembra aver trovato una nuova dimensione, più fragile ma anche più vera, dove il rischio diventa parte integrante del processo creativo. Abbiamo incontrato Lodo Guenzi nel Salotto di Domanipress: per capire cosa succede quando il successo non basta più e nasce il bisogno, quasi inevitabile, di ricominciare da zero.
Partiamo dal teatro. Stai portando in scena “Morte accidentale di un anarchico”. Come ti sei approcciato a questo testo così potente?
«Me l’hanno proposto. Lo conoscevo già: è una farsa grottesca ambientata in una questura milanese, subito dopo la morte di un anarchico durante un interrogatorio, in circostanze mai chiarite davvero. La cosa incredibile è che Dario Fo prende un fatto che era al centro del dibattito pubblico e lo ribalta: fa entrare un matto, uno che finge di essere uno psichiatra, e attraverso la follia comincia a smontare tutte le contraddizioni della versione ufficiale. È una costruzione geniale, perché è la follia a rivelare la logica della realtà.»
Interpreti proprio il “matto”, un personaggio istrionico. Cosa ti ha messo più in discussione?
«In realtà i personaggi non esistono. Esistono i testi, le circostanze e le persone che li attraversano. Io mi trovo a portare avanti un’indagine, con tutti i suoi paradossi, e a muovermi dentro una situazione disastrosa trattata con ironia. È quello che succede ogni giorno: crediamo a versioni ufficiali improbabili e continuiamo ad andare avanti. Il matto è quello che ha il coraggio di dire che quei patti sono assurdi.» 
Pirandello parlerebbe di “corda pazza”. Qual è la tua?
«È difficile dirlo. Forse ha a che fare con questa lucidità nella follia. Con il fatto di guardare le cose e riconoscere che spesso la realtà è costruita su accordi completamente illogici che però accettiamo. È lì che si gioca tutto.»
Con Lo Stato Sociale avete raccontato le contraddizioni dei giovani in Italia, anche con ironia, come in “Una vita in vacanza”. Oggi com’è la situazione?
«A me sembra onestamente drammatica. Questo dramma nasce dalla sensazione che il mondo non possa cambiare per le regole che ha. E quindi ci irrigidiamo in narrazioni identitarie inutili, nel bisogno di definirci e farci percepire in un certo modo, perché pensiamo che tanto nulla cambierà. Noi non siamo mai stati una band “a tesi”, ma sicuramente abbiamo raccontato queste contraddizioni. E oggi quelle contraddizioni sono ancora più evidenti: viviamo in un sistema che produce disuguaglianze, brucia il pianeta, abbassa i diritti. E pensiamo di risolverlo cambiando il linguaggio, rendendolo più gentile. Ma non funziona così.È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. E allora forse ha più senso mostrare lo schifo per quello che è.»
Quindi anche il ruolo degli artisti è cambiato?
«Sì, e secondo me anche per colpa nostra. Spesso ci atteggiamo a quelli che devono insegnare al mondo come comportarsi bene, invece di raccontare davvero le contraddizioni. Non c’è più una vera musica popolare in senso politico, non c’è più un teatro popolare.
Dario Fo parlava agli operai, raccontava l’ipocrisia borghese. Oggi invece c’è questa tendenza a fare le lezioncine. Ed è una deriva pericolosa.»
Dopo la scomparsa di Matteo Romagnoli, cosa è successo alla band?
«Non lo so cosa succederà. So che non avere Matteo è come non avere uno di noi: era parte della band a tutti gli effetti. Quando manca una persona così, i percorsi diventano strani, irrisolti. Per me, personalmente, tutto quello che ho fatto negli ultimi quindici anni l’ho fatto con lui. Senza di lui mi chiedo ogni giorno che senso abbia quello che faccio. Prima avevo accanto qualcuno che quel senso lo vedeva meglio di me.»
Chi è Lodo Guenzi lontano dal palco?
«Probabilmente meno romantico di quello che si pensa. Se scrivi una canzone d’amore e diventa famosa, la gente pensa che tu sia sempre così. Ma magari lo sei stato un pomeriggio in tre anni»
Quindi la vena romantica non fa parte di te?
«Io sono piuttosto cinico, disincantato, mi piace l’ironia feroce. Mi piace più ridere che commuovermi. Mi piace più prendere in giro che accarezzare. E sono molto più appassionato di basket che di cose “alte”.»
Da dove nasce il tuo bisogno di fare arte?
«Dalla noia. E dal fatto che tenere banco era l’unico momento in cui qualcuno mi ascoltava. Non è che avessi grandi qualità alternative.
I mestieri a un certo punto ti scelgono. Io sono uno che tiene banco, e qualcuno sta a sentire. Va bene così.»
Il successo è una gara o un peso?
«All’inizio è una gara, e non è necessariamente una cosa negativa. La competizione stimola. Poi però cambia. A un certo punto smetti di inseguire i numeri e inizi a cercare altre sfide: confrontarti con Shakespeare, con Dario Fo, con cose che non sai se sei in grado di fare. Se fai un mestiere creativo, produci qualcosa di inutile per sopravvivere. E allora devi renderlo necessario. E per farlo devi sentire la competizione, il bisogno di fare qualcosa di davvero speciale.»
Cosa rende speciale la tua arte?
«Non lo so. Posso solo cercare di non ripetermi e fare cose che mi sembrano difficili. Poi saranno le persone a decidere se vale la pena esserci oppure no.»
Se potessi fare una domanda a Dario Fo, quale sarebbe?
«Gli chiederei quando è successo che la nostra classe culturale ha smesso di voler raccontare il mondo facendo ridere e ha iniziato a fare la morale. Lui diceva che bisogna far ridere per piantare i chiodi della ragione. Oggi invece siamo pieni di artisti che spiegano agli altri come vivere. E forse lì abbiamo perso qualcosa.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Lodo Guenzi, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Mi piacerebbe che nel Domani che fossimo tutti, me compreso, un po’ meno stupidi. Ma non più del 10%.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite








