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Monza, il Teatro Manzoni apre la stagione 2026/27: «Il teatro è una semina». Da Lella Costa a Stefano Massini, Neri Marcorè e Paolo

Una stagione che non vuole limitarsi a mettere in fila spettacoli, ma costruire una comunità, una linea culturale e un rapporto continuativo tra artisti, pubblico e città. Il Teatro Manzoni di Monza ha aperto ufficialmente la stagione 2026/2027 con una serata che ha unito la presentazione del nuovo cartellone allo spettacolo La Fata di Lella Costa, chiamata a inaugurare simbolicamente un percorso che nei prossimi mesi attraverserà prosa, satira, stand-up, musica e nuovi linguaggi della scena.

La  voce istituzionale della serata è stata quella del sindaco di Monza Paolo Pilotto, che ha riportato il teatro al centro della vita della città, insistendo sul valore di stagioni «sempre più ricche, sempre più aperte, sempre più eclettiche», nelle quali la drammaturgia classica può convivere con quella contemporanea e Monza può consolidare la propria autorevolezza nel rapporto con le grandi compagnie e con alcuni dei protagonisti più importanti della scena italiana.

«Il teatro è una semina continua»

È proprio dall’intervento del sindaco che è arrivata una delle immagini più efficaci della serata: «Il teatro è una semina. È una semina continua».

Una semina di idee, interpretazioni e relazioni che nasce sul palcoscenico ma non rimane confinata lì. Si trasferisce al pubblico e continua nella relazione tra le persone, nel decidere di uscire, incontrarsi e condividere un’esperienza che può essere collettiva e, allo stesso tempo, profondamente personale.

Il teatro diventa così «conoscenza di se stessi, conoscenza dell’altro, stimolo a stare insieme agli altri e comprensione della realtà». Un’esperienza che acquista ancora più valore in un tempo dominato dalla velocità della comunicazione, dalle risposte immediate e da una fruizione spesso rapidissima dei contenuti.

In platea, invece, bisogna fermarsi.

Ascoltare come viene pronunciata una parola, osservare un corpo che si muove sulla scena, lasciare che anche un testo antico possa tornare improvvisamente vivo attraverso qualcuno che lo pronuncia davanti a noi.

Paola Pedrazzini: il Manzoni come un progetto editoriale

A entrare nel cuore del progetto è stata quindi Paola Pedrazzini, direttrice artistica del Teatro Manzoni, che ha raccontato la costruzione della stagione quasi come un lavoro editoriale.

Alla base c’è una convinzione precisa: una città come Monza necessita di una linea artistica e culturale forte, senza sentirsi necessariamente più piccola rispetto ai grandi centri culturali.

«La provincia è una categoria mentale più che territoriale», è il concetto emerso dal suo intervento.

Per Pedrazzini il Manzoni deve avere una propria voce all’interno della polifonia culturale della città. E soprattutto deve evitare di trasformarsi in un luogo guidato esclusivamente dalla logica del consenso e del consumo.

Perché il Manzoni è un teatro pubblico e proprio questa natura, secondo la direttrice artistica, impone una responsabilità ulteriore: essere considerato e progettato come un bene culturale.

Un’identità che richiede anni

Una linea artistica, però, non nasce in pochi mesi.

Pedrazzini lo ha spiegato chiaramente: non basta una stagione per costruire l’identità di un teatro. Servono anni, alternando ciò che il pubblico ha imparato a riconoscere con proposte nuove, costruendo progressivamente una relazione di fiducia.

Il teatro rimane infatti «un corpo vivo», qualcosa che respira all’interno della città e che deve essere capace di ascoltare la comunità senza rinunciare alla propria direzione.

Ed è proprio la parola comunità a diventare centrale: anno dopo anno, secondo Pedrazzini, pubblico e teatro stanno compiendo insieme un percorso di crescita culturale e artistica.

Una prospettiva che porta anche a prendere le distanze dall’ossessione contemporanea per l’evento.

«Siamo sommersi dagli eventi», ha osservato la direttrice artistica. Quello che conta, invece, è la progettualità: seguire percorsi, creare relazioni durature con gli artisti e riportare a Monza personalità capaci di offrire visioni e chiavi di lettura che non siano «banali o volgari».

Una stagione tra grandi nomi, ricerca e nuovi linguaggi

Il calendario generale 2026/27 restituisce concretamente questa impostazione.

Dopo Lella Costa con La Fata, il 26 settembre, la Grande Prosa partirà dal 23 al 25 ottobre con Stefano Massini e Lo Zar. Dal 6 all’8 novembre arriverà Neri Marcorè con Gaber – Mi fa male il mondo, mentre il 25 novembre spazio alla satira di Arianna Porcelli Safonov con Picchiamoci.

Dal 27 al 29 novembre sarà la volta di Andrea Pennacchi con Predatori di pianura, seguito dall’11 al 13 dicembre da Silvio Orlando con Il berretto a sonagli. Il 31 dicembre il Manzoni festeggerà il Capodanno con John Lakin & Friends e The Gospel Sound.

Il nuovo anno proseguirà dall’8 al 10 gennaio con Figli, interpretato da Pesce, D’Amico, Ruggiero e Pellegrino, quindi il 14 gennaio con Mario Perrotta e Un bès – Antonio Ligabue. Dal 22 al 24 gennaio Michele Sinisi porterà invece in scena Tartufo.

Il 30 gennaio arriverà Kepler-452 con A place of safety, mentre febbraio allargherà ulteriormente i linguaggi della stagione: Ermanna Montanari e Marco Martinelli/Albe saranno al Manzoni il 5 febbraio con Madre, seguiti da Maurizio Lastrico con Sul Lastrico, Marco Baliani con L’ombra perduta di Peter Schlemihl e Marco Paolini, il 24 febbraio, con Bestiario idrico.

Dal 5 al 7 marzo tornerà la Grande Prosa con Maria Amelia Monti e Gigio Alberti in Lungs | Polmoni. Il 9 marzo sarà protagonista Valentina Picello con Anna Cappelli, il 19 marzo Tindaro Granata con Antropolaroid e il 2 aprile Babilonia Teatri con Abracadabra.

Dal 9 all’11 aprile arriverà Alessandro Bergonzoni con Arrivano i Dunque, seguito il 17 aprile da Pierluca Mariti con Abbi pazienza. Chiusura l’8 maggio nel segno della musica con Paolo Fresu, il Sugarino Project diretto da Paolo Silvestri e Norma Jazz.

Lella Costa apre il viaggio

A inaugurare questa stagione è stata Lella Costa con La Fata, una rilettura dell’universo di Pinocchio attraverso uno dei suoi personaggi più misteriosi: la Fata Turchina.

Una scelta che, osservata alla luce delle parole pronunciate durante la presentazione, appare tutt’altro che casuale. Cambiare prospettiva, attraversare nuovamente una storia che pensavamo di conoscere, lasciare spazio a interpretazioni differenti.

In fondo è la stessa funzione che il Manzoni sembra voler attribuire al teatro.

Non riempire semplicemente una sala, ma lasciare qualcosa quando quella sala si svuota.

Perché se il teatro è davvero una semina, il risultato di una stagione non si misura soltanto nel numero degli spettacoli o degli spettatori, ma in ciò che ciascuno porta con sé una volta tornato fuori.