Home Musica Recensione: Biagio Antonacci, “Mustang” corre ma non rompe davvero il recinto

Recensione: Biagio Antonacci, “Mustang” corre ma non rompe davvero il recinto

Il problema di chiamare un disco “Mustang” è che poi ci si aspetta che scalci. Che corra senza chiedere permesso, che esca dalla strada tracciata e magari rischi perfino di disarcionare chi ascolta. Biagio Antonacci sceglie invece una libertà molto più controllata: nove canzoni, una manciata di aperture verso il presente e una quantità decisamente maggiore di rassicurazioni per chi lo segue da trent’anni. Il risultato è un album dignitoso, a tratti ispirato, ma molto meno selvaggio di quanto prometta il titolo.

 

Pubblicato il 25 settembre per Iris, con distribuzione Epic Records/Sony Music Italy, “Mustang” contiene nove tracce e arriva dopo L’inizio del 2023. Il concetto dichiarato da Antonacci è quello di una mente che continua a correre libera mentre il corpo accetta responsabilità, regole e tempo che passa. Un’immagine bella, probabilmente anche sincera. Il punto è che tra intenzione e risultato rimane una certa distanza.

Antonacci rimane soprattutto Antonacci

Chi cerca Biagio Antonacci lo trova immediatamente. La sua scrittura sentimentale, quel modo di trasformare la relazione di coppia in una specie di seduta psicanalitica pop, le domande, le assenze, le colpe, la memoria degli amori e il bisogno quasi compulsivo di parlare ancora quando sembrerebbe non esserci più nulla da dire.

È un pregio e contemporaneamente il limite principale di Mustang. Antonacci non ha perso la capacità di costruire una frase melodica riconoscibile, ma troppo spesso sembra preferire il territorio che conosce piuttosto che verificare cosa succederebbe davvero uscendo dal recinto.

You & Me ne è probabilmente l’esempio più evidente: funziona, arriva rapidamente, possiede un ritornello costruito per rimanere in testa e racconta la ricerca di uno spazio privato dentro una quotidianità che divora tutto. È Biagio nella sua comfort zone più efficace. Ma proprio per questo lascia anche una sensazione di già conosciuto.

Quando arrivano gli altri, il disco respira

Curiosamente, alcuni dei momenti che fanno alzare maggiormente le antenne sono quelli in cui Antonacci accetta di contaminare il proprio mondo con quello degli altri.

Spiritualé, insieme a Sayf, prova a modificare il baricentro del disco. L’idea è quella di un canto collettivo, con la musica immaginata come elemento capace di mettere temporaneamente in secondo piano divisioni e conflitti. L’incontro ha almeno il merito di evitare l’effetto “featuring ornamentale”: Sayf rappresenta davvero un linguaggio generazionale differente e costringe Antonacci a confrontarsi con qualcosa che non appartiene interamente al suo vocabolario abituale.

Anche L’ultima canzone, nata dall’incontro con Juli, mostra un Antonacci interessante quando lascia entrare nel proprio universo produttori e sensibilità più recenti. Il tema, in realtà, è quanto di più antonacciano si possa immaginare: parlare ancora una volta a qualcuno che non è più lì nello stesso modo, cercare un ultimo confronto, fare i conti con gli errori. Però il vestito contemporaneo evita almeno in parte che il brano diventi l’ennesima ballata sentimentale da repertorio. Juli produce il pezzo e Antonacci firma testo e musica.

Il vero limite di “Mustang” è che rischia poco

Il resto del progetto ruota attorno a temi coerenti: gli errori che comprendiamo soltanto dopo averli commessi, le idee che ci tengono vivi, gli amori terminati, le verità che arrivano troppo tardi, le persone che attraversano la nostra esistenza lasciando qualcosa anche quando non restano.

Capirai, Vivere con un’idea, Facile, Certe verità e Coppia di passaggio costruiscono proprio questo piccolo atlante emotivo della maturità. Non manca il mestiere e non manca neppure qualche intuizione. Manca, semmai, quella sensazione di necessità che trasforma una buona canzone in una canzone che non poteva non essere scritta.

Ed è qui che Mustang perde qualche punto. Perché a 62 anni Antonacci non ha bisogno di dimostrare di saper scrivere una canzone di Biagio Antonacci. Lo sappiamo già. Sarebbe molto più interessante sentirlo mettere davvero in pericolo quella formula.

Il titolo suggerisce un animale impossibile da addomesticare, mentre il disco procede quasi sempre con le redini ben strette. Le collaborazioni indicano una possibile direzione futura, ma non sono ancora sufficienti per trasformare il progetto in quella svolta che l’immaginario di Mustang sembrava promettere.

Un disco piacevole, non indispensabile

Questo non significa che Mustang sia un brutto album. Sarebbe una bocciatura ingenerosa. È compatto, coerente e consapevole, qualità non trascurabili in un’epoca in cui molti dischi sembrano playlist casualmente allungate fino a raggiungere una durata da album.

Antonacci continua inoltre ad avere una voce e soprattutto una personalità immediatamente riconoscibili. Dopo pochi secondi sai esattamente chi stai ascoltando. Per un artista con più di trent’anni di carriera è ancora un valore enorme.

Ma il voto si ferma a 3 stelle su 5 perché dall’altra parte della bilancia pesa un interrogativo: quanto di questo disco resterà davvero quando passerà la novità dell’uscita?

Mustang vorrebbe raccontare un uomo che conserva dentro di sé uno spazio impossibile da addomesticare. Il paradosso è che le canzoni diventano più interessanti proprio quando Antonacci sembra sul punto di perdere il controllo, quando Sayf entra nell’inquadratura o quando una produzione diversa incrina le sue abitudini.

Succede, ma non abbastanza.

Il meglio: Spiritualé, L’ultima canzone
Il limite: troppo spesso Antonacci cerca la libertà percorrendo strade che conosce già.