«Le canzoni più sincere non nascono per piacere a tutti. Nascono per salvare qualcuno, anche se quel qualcuno sei tu».
Con questa riflessione necessaria incontriamo L’Aura, una delle artiste che più di altre hanno saputo trasformare la fragilità in linguaggio musicale. Da oltre vent’anni la sua voce attraversa il panorama della canzone d’autore italiana con una cifra stilistica inconfondibile: intima, elegante, capace di trasportare in un modo parallelo.
Un percorso costruito lontano dalle mode e dalle classifiche effimere, ma capace di lasciare un segno profondo in chi, nelle sue canzoni, ha trovato rifugio, conforto e spesso anche una parte di sé. In un’epoca in cui tutto sembra consumarsi alla velocità di uno scroll, la cantautrice bresciana continua a ricordare che esiste un altro tempo: quello dell’ascolto, dell’attesa, della scrittura che non rincorre il presente ma prova a comprenderlo. È anche per questo che il ritorno di Okumuki, pubblicato per la prima volta in doppio vinile a vent’anni dalla sua uscita, assume il valore di un piccolo evento culturale prima ancora che discografico. Non un’operazione nostalgia, ma la riscoperta di un album che ha attraversato due decenni senza perdere la sua forza emotiva, tornando oggi restaurato, rimasterizzato e impreziosito da due nuove versioni acustiche di Irraggiungibile e Today realizzate insieme agli Gnu Quartet. Per celebrare questo anniversario, l’artista ha riportato sul palco l’universo di Okumuki, regalando al pubblico concerti che hanno restituito tutta la delicatezza e la potenza narrativa di un disco diventato, con il passare degli anni, un punto di riferimento per una generazione di ascoltatori. Nata a Brescia e cresciuta artisticamente tra l’Italia e la California, la musicista ha costruito fin dagli esordi un’identità rara nel panorama italiano. Pianista, violinista, autrice e compositrice, ha saputo fondere il cantautorato italiano con sonorità internazionali, dando vita a un linguaggio personale che ancora oggi conserva intatta la propria modernità. Brani come Radio Star, Una favola, Today, Domani e Irraggiungibile sono entrati nell’immaginario di chi ha vissuto gli anni Duemila, dimostrando come la vulnerabilità possa diventare una forma di straordinaria forza creativa. Il suo percorso si è intrecciato con quello di alcuni dei più grandi protagonisti della musica italiana. L’Aura ha collaborato con Nek, Enrico Ruggeri, Gianluca Grignani e Max Zanotti, mentre Renato Zero, tra i primi a riconoscerne il talento, ha rappresentato una figura fondamentale nel suo cammino artistico, sostenendola nei delicati anni dell’esordio. Incontri che hanno contribuito ad arricchire una carriera sempre coerente, senza mai alterarne la personalità. Ma forse il tratto più distintivo della sua storia è un altro: la capacità di usare la musica come uno spazio di introspezione. Ogni album diventa un diario emotivo, ogni canzone una domanda più che una risposta. Le sue composizioni non cercano l’effetto immediato, ma invitano chi ascolta a fermarsi, ad attraversare le proprie fragilità, a riconoscersi nelle sfumature dell’animo umano. È una forma di scrittura che resiste al tempo proprio perché nasce da un’urgenza autentica e non dalle logiche dell’industria. A vent’anni dall’uscita di Okumuki, quel modo di raccontare il mondo appare persino più contemporaneo di allora. Perché oggi, forse più che mai, sentiamo il bisogno di artisti capaci di trasformare il silenzio in parole e le emozioni in musica. Per ripercorrere il suo viaggio artistico, parlare del ritorno di Okumuki, delle collaborazioni che hanno segnato la sua carriera e del valore della musica come strumento di conoscenza di sé, l’abbiamo incontrata nel nuovo appuntamento del Salotto di Domanipress in una conversazione intensa e profondamente autentica.
Okumuki torna oggi in una nuova veste, attraverso il vinile e una rilettura dal vivo molto intensa. Da dove nasce il desiderio di riaprire quel capitolo così importante della tua storia artistica?
«Intanto ci tengo a precisare che non sono una persona nostalgica, quindi non è stata propriamente una mia idea. Sono stati i collaboratori che ho oggi a propormi questo progetto. Negli anni la fan base aveva chiesto più volte la possibilità di avere Okumuki in vinile, perché quando uscì il disco il vinile era ormai caduto in disuso: si stampavano soprattutto CD e c’erano gli mp3. Alla fine mi sono detta che poteva essere un’occasione per riproporre quelle canzoni in una dimensione diversa. E devo dire che il vinile è davvero la casa ideale per quei brani. Okumuki era un progetto smaccatamente anni Settanta, molto legato ai miei ascolti da ragazzina: pop rock libero, suonato, vintage. Quando l’ho ascoltato per la prima volta in vinile ho pensato: “Ecco, questa doveva essere la sua casa fin dall’inizio”. Sono molto grata ai miei collaboratori per aver insistito, perché alla fine sono rimasta davvero contenta, anche dei concerti con gli Gnu Quartet. Con loro c’era una sintonia fortissima, nata proprio in quel periodo, e oggi stiamo già mettendo in cantiere nuove cose.»
Quando hai scritto Okumuki eri giovanissima, eppure è un disco sorprendentemente complesso per struttura, immaginario e scrittura. Da dove arrivavano allora la scelta dell’inglese e quel titolo così evocativo, legato all’intimità nascosta delle case giapponesi?
«Sì, ero davvero una ragazzina. Sono entrata in studio a 19 anni e quei brani li avevo scritti da teenager. Okumuki è un disco dell’adolescenza e l’adolescenza, in fondo, è ancora una prosecuzione dell’infanzia: non sei più bambina, ma non sei ancora adulta. Per quanto riguarda il titolo e l’immaginario, ho guardato al Giappone perché ero, e sono ancora, una grande appassionata di anime e manga. Leggevo tantissimi fumetti e sognavo il Giappone non tanto musicalmente, quanto culturalmente. Mi apparteneva quel mondo, anche per il suo rapporto con il tempo: i giapponesi hanno una lentezza che viene considerata un valore, mentre in Occidente spesso la lentezza è vista come un difetto.»
E invece la scelta dell’inglese?
«L’inglese nasce da un percorso molto preciso. Quel disco è anche il risultato di canzoni che avevo scritto per un progetto legato a una casa discografica americana. A 16 anni ero stata firmata da una label americana e avevo vissuto per due anni negli Stati Uniti, in California, per imparare l’inglese e lavorare a un album in lingua. Mi sono trovata catapultata in una realtà completamente diversa. Una parte di Okumuki appartiene proprio a quegli anni, quando scrivevo soprattutto in inglese perché stavo imparando a cantare in inglese. Un’altra parte, invece, è arrivata subito dopo il mio ritorno in Italia, poco prima di entrare in studio. Io sono così: ci metto tantissimo a trovare l’idea di un progetto, a volte anche anni, ma quando la trovo poi i brani arrivano in modo molto rapido, anche in uno o due mesi.»
Okumuki ha segnato molto anche il tuo stile, la tua metrica, quel modo così particolare di cantare e comporre. Quanto ha inciso il viaggio negli Stati Uniti nella formazione della L’Aura che conosciamo oggi?
«Per quel disco ha inciso tantissimo. Ho scritto l’album con il mio compagno americano dell’epoca, che poi si era trasferito con me in Italia. I due anni vissuti insieme in California erano stati molto intensi e io ero ancora completamente immersa in quella cultura. Ma non era soltanto cultura anglosassone: lui era un chitarrista di flamenco e mi aveva aperto anche il mondo della musica folk. Nella Bay Area di San Francisco c’era un giro bellissimo di musicisti che suonavano musiche popolari da ogni parte del mondo. Per questo, secondo me, in Okumuki c’è davvero di tutto: non solo musica italiana o anglosassone, ma tante suggestioni diverse, tutte quelle che ascoltavo mentre vivevo negli Stati Uniti.»
A Sanremo hai portato “Irraggiungibile”, un brano che ancora oggi sembra quasi alieno rispetto al Festival: introspettivo, complesso, emozionante. Guardando quella performance, però, sembra che anche tu ti sentissi un po’ aliena rispetto a quel contesto.
«Un disastro! Mi è stato detto di non parlare male e di non essere troppo negativa, perché da perfezionista tendo a vedere solo i difetti. È una caratteristica che mi ha aiutata a diventare una brava musicista, ma può farmi sembrare pessimista. Se ripenso a quell’esibizione, non sono molto contenta. Se invece penso a come quel brano è stato recepito, sono molto contenta. Fu qualcosa di totalmente inaspettato. A posteriori posso dire che fu davvero un successo “irraggiungibile”, perché era completamente diverso da tutto. Ero l’outsider, non c’entravo assolutamente niente. Forse per questo colpì il pubblico: apparteneva a un’altra epoca, a un altro stile, forse persino a un altro continente. Era cantato in italiano in un modo un po’ strano, perché all’epoca non avevo ancora imparato bene a cantare in italiano. Per me esistevano soprattutto il suono, la musica, la melodia. La parola era quasi un ornamento della melodia. Solo dopo ho imparato ad apprezzare davvero il testo.»
A livello personale, che cos’è per te irraggiungibile? Quel diamante così splendido che non si riesce a raggiungere?
«Il testo di Irraggiungibile, ci tengo a dirlo, è un po’ un paradosso La canzone nasceva da una lettera che questo fidanzato, con cui avevo scritto anche altri brani del disco, aveva scritto a me. Quindi il testo parla a me, non parla agli altri. In teoria, secondo la sua visione, il diamante sarei io. È un testo che io ho scritto e allo stesso tempo non ho scritto, perché è la visione di un altro su di me. Per questo faccio fatica a rispondere a questa domanda: quel testo racconta un momento molto specifico, il momento in cui ci siamo conosciuti e tutto quello che è arrivato dopo. Io ho lavorato soprattutto all’adattamento italiano, ma il punto di partenza non era una mia visione di me stessa: era l’immagine che un’altra persona aveva di me.»
Nel tuo percorso c’è stata poi una seconda metamorfosi. Penso a Basta, il brano contro la guerra che oggi dovremmo forse tutti riascoltare. Cosa ti sei portata di quella L’Aura?
«Quella era la L’Aura teenager, ma in un senso diverso. Quando mi dici che Okumuki suona complesso, è perché io in quel momento ero una falsa teenager. A 15 anni avevo già iniziato a lavorare nel mondo della musica: tutti i weekend prendevo il treno e andavo a Milano, producevo, incidevo, lavoravo. Dai 15 ai 19 anni non ho avuto una vera adolescenza. A 16 anni sono volata per la prima volta negli Stati Uniti, a 17 vivevo da sola in America per scrivere, studiare e lavorare. Sapevo di non potermi permettere le cavolate tipiche degli adolescenti, perché ero sola e dovevo essere adulta. Poi, però, l’adolescenza è arrivata. In quel periodo mi sono concessa di lasciare emergere anche la parte più impulsiva, più colorata, più leggera, anche a livello sonoro. Paradossalmente, le cose arrivate dopo sembravano più selvagge di quelle precedenti, proprio perché psicologicamente ero in un altro momento.»
E rispetto al messaggio politico di Basta?
«Io non mi sono mai identificata nella politica, né allora né oggi. Anzi, mi sento profondamente antipolitica. Trovo la politica, per come spesso viene vissuta, una cosa antiumana e disumana: è l’ambito in cui gli esseri umani sembrano dimenticarsi di essere esseri umani. Ovunque andiamo, siamo tutti la stessa cosa. Quando dichiari guerra a un altro Paese, stai dichiarando guerra anche a te stesso. Per me questa resta una cosa disumana. Lo era allora e lo è ancora oggi.»
Ricordo che in una nostra vecchia intervista mi mostrasti dei tatuaggi molto particolari, i tuoi “mostrilli”. Ci sono ancora?
«Sì, certo che ci sono! Gli unici tatuaggi che forse toglierò, quando ne avrò l’occasione, sono quelli dietro la schiena. Sono i primi che ho fatto, avevo 20 anni ed ero negli Stati Uniti per girare il video di Radio Star. Ormai sono in pessime condizioni. I mostri, invece, restano: sono miei disegni e continuo ancora a disegnare. Mi piacciono ancora, anche se alcune scelte raccontano chiaramente una ragazzina appena uscita dall’adolescenza: “Ok, siamo negli Stati Uniti, facciamoci dei tatuaggi”. All’epoca vivevo ancora con i miei, quindi non erano felicissimi, ma poi ho continuato a farne. Alcune cose di quel periodo non le giudico male: rappresentavano un’esigenza, un’estetica che mi piaceva e momenti specifici della mia vita. Però alcune cose, crescendo, si possono anche lasciare andare.»
Arriviamo quasi ai giorni nostri con due brani che raccontano problematiche molto adulte: I’m an Alcholic e Pastiglie. Da una parte il rapporto con il lavoro e il perfezionismo, dall’altra un’epoca in cui si prendono pastiglie un po’ per tutto. Come sono nati questi brani e quanto rispecchiano la tua realtà di oggi?
«In realtà non rispecchiano la mia realtà di oggi, perché quel progetto l’ho abbandonato completamente. Come dicevo, io ci metto molto tempo a costruire l’idea di un album. In quel caso l’idea era realizzare per la prima volta un disco di musica elettronica, o comunque synth pop. In parte lo avevo inciso e realizzato, ma quando sono andata a riascoltarlo, anche dopo la pubblicazione di Pastiglie, mi sono resa conto che apparteneva a un altro tempo. Pastiglie mi piace ancora, è una canzone a cui voglio bene, ma sento che quel progetto non appartiene più al mio presente.»
Era però anche il racconto di un periodo complesso.
«Sì, sicuramente. Raccontava qualcosa che era accaduto durante un periodo di assenza, in cui non sono stata molto bene e ho avuto bisogno di aiuto. Sentivo la necessità di raccontarlo, forse anche in modo leggero, forse persino troppo leggero, ma avevo bisogno di metterlo lì. Quel brano era nato anche in relazione a un film che avevo fatto e tutto quel progetto si era un po’ costruito intorno a quell’esperienza. Probabilmente però non vedrà mai la luce, perché oggi sto facendo tutt’altra cosa.»
Il ritorno a Okumuki ti ha aiutata anche a ritrovare una direzione, quasi a riconnetterti con una parte più autentica della tua identità artistica?
«Assolutamente sì. Riprendere in mano Okumuki non è stato soltanto stampare quelle canzoni e metterle su vinile. È stato anche dirmi: “Tu questa L’Aura l’avevi un po’ snobbata”. Dopo tanti anni io riascoltavo quell’album e sentivo solo i difetti. Poi però, quando mi sono rimessa al pianoforte, ho rivisto le tonalità, ho risuonato quei brani con la voce di oggi, ho capito una cosa: non scriverò mai più un album così, perché non ho più quella vita, quel fidanzato, quei collaboratori, ma posso portare con me il distacco che avevo allora. All’epoca mi lasciavo influenzare solo da ciò che sceglievo. La radio non esisteva, la televisione non esisteva, ascoltavo tutto e niente, ma decidevo io cosa far entrare. Negli ultimi anni invece ho ascoltato anche cose che non erano mie e ho rincorso un po’ i trend. Ma ho capito che rincorrere le mode è una cosa che non so fare e non appartiene alla mia indole.»
È come se quel germoglio fosse tornato a rifiorire.
«Sì, ed è per questo che devo ringraziare gli Gnu Quartet. Il fatto di sentirmi così capita dai miei musicisti mi ha fatto capire che ci sono momenti in cui perdi la bussola, ma ritrovarla può essere più semplice di quanto pensi. Basta ricreare le condizioni che avevano permesso alle cose belle di nascere. A volte fare un passo indietro è necessario per farne dieci in avanti. Non significa che quello che stai facendo non vada bene, significa andare a capire quali erano le tue specificità, le tue caratteristiche più autentiche. A me questo ha aiutato moltissimo.»
È come quando si guarda un quadro: a volte bisogna allontanarsi per vederlo davvero nella sua interezza. Anche il pubblico sembra aver colto questa nuova consapevolezza nei live. Oggi, nella tua vita familiare, quanto si respira arte e creatività?
«Sì, assolutamente. Siamo tutti artisti in casa. Tutti, forse anche il cane! Mio padre lo è dal punto di vista visivo. Io ho sempre avuto una componente visiva, che si vede nelle copertine, nell’estetica, nel modo in cui costruisco il mio immaginario. Però devo dire che nella musica sento di avere una marcia in più: l’ho sempre avuta. Per quanto riguarda l’arte visiva sono più attratta dall’estetica che dal concetto. Ho sempre fatto più fatica a veicolare concetti attraverso l’immagine, mentre con la musica mi viene naturale. È come per uno sportivo che sa fare tanti sport, ma ce n’è uno che gli viene come camminare. L’aria che si respira in casa è molto musicale e creativa, ma questo porta anche dei contro: siamo tutti molto sensibili, con sensibilità diverse, e non è sempre semplice farle coesistere. Però ci lavoriamo tutti, siamo tutti nel viaggio.»
Rispetto al nostro primo incontro di qualche anno fa, oggi ritrovo in te quello sguardo capace di vedere oltre, una luce che sembra tornata. Possiamo dire che qualcosa si è riacceso?
«Vedi? È proprio così.»
Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” L’ Aura, quali sono le tue speranze e le tue paure
«Il Domani lo vedo sicuramente magico. Credo di aver recuperato una parte di me. Io sono sempre stata un po’ una streghetta, però per un periodo penso di aver perso la magia. Si dice che le streghe, quando si innamorano, per un momento perdano la magia; poi, quando la ritrovano, possono rimanere innamorate anche con la magia. Ecco, sento che questa magia è stata in qualche modo ritrovata.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite











