Prima abbiamo pubblicato le fotografie delle vacanze. Poi abbiamo raccontato dove lavoravamo, con chi uscivamo, cosa compravamo e perfino cosa pensavamo. Abbiamo trasformato compleanni, relazioni, amicizie e opinioni in informazioni da condividere. Facebook ci aveva promesso di connetterci con il mondo. Oggi, dopo oltre vent’anni di social network, la domanda è diventata un’altra: quanto di quella vita che abbiamo consegnato alle piattaforme appartiene ancora davvero a noi?
A riportare questa riflessione al cinema è Aaron Sorkin, lo sceneggiatore di The Social Network, il film del 2010 diretto da David Fincher che aveva raccontato la nascita di Facebook attraverso l’ambizione di Mark Zuckerberg, le amicizie tradite e la trasformazione di un progetto universitario in un impero tecnologico. Con “The Social Reckoning”, Sorkin sposta lo sguardo dalle origini della piattaforma alle conseguenze del suo successo. Non più soltanto la storia di chi ha inventato Facebook, ma quella di ciò che Facebook ha contribuito a cambiare nelle nostre vite.
Dal sogno di connettere il mondo al potere di influenzarlo
Nel 2010 Facebook rappresentava ancora, per molti, una promessa. Ritrovare vecchi compagni di scuola, conoscere persone, condividere fotografie e sentirsi parte di una comunità sembrava una piccola rivoluzione democratica. Il social network era il luogo in cui tutti potevano finalmente avere una voce. Oggi sappiamo che quella voce non viene ascoltata necessariamente da tutti, ma raggiunge soprattutto le persone selezionate dai sistemi che regolano la distribuzione dei contenuti.
Il cambiamento è stato progressivo. Abbiamo cominciato condividendo ciò che ci piaceva e siamo arrivati a consumare contenuti selezionati per trattenerci il più possibile davanti allo schermo. La nostra attenzione è diventata una risorsa economica, mentre i dati personali hanno alimentato sistemi pubblicitari sempre più sofisticati. Il prodotto gratuito, in fondo, non era mai completamente gratuito: pagavamo con il nostro tempo, le nostre abitudini e le informazioni che lasciavamo dietro ogni interazione.
Il film che racconta quello che Facebook sapeva
Il nuovo film, “The Social Reckoning”, riporta al centro dell’attenzione le responsabilità delle grandi piattaforme digitali. Scritto e diretto da Aaron Sorkin, prende spunto dall’inchiesta Facebook Files del 2021, quando una serie di documenti interni all’azienda sollevò interrogativi sulla consapevolezza dei vertici riguardo ad alcuni rischi legati al funzionamento dei social network.
Al centro della storia troviamo Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, l’ex dipendente che contribuì a rendere pubblici quei documenti, e Jeff Horwitz, il giornalista del Wall Street Journal interpretato da Jeremy Allen White. A vestire i panni di Mark Zuckerberg è invece Jeremy Strong, chiamato a raccontare un imprenditore molto diverso dal giovane ambizioso interpretato da Jesse Eisenberg nel film del 2010.
Le rivelazioni dei Facebook Files sollevarono interrogativi sulla moderazione dei contenuti, sulla disinformazione e sui possibili effetti di Instagram sul benessere degli adolescenti. Facebook contestò diverse interpretazioni dei documenti e Zuckerberg respinse le accuse secondo cui l’azienda avrebbe deliberatamente privilegiato contenuti divisivi per aumentare i profitti. Il dibattito, tuttavia, ha cambiato profondamente il modo in cui guardiamo alle piattaforme digitali.
Il problema non è soltanto Facebook, ma quello che siamo diventati noi
Sarebbe rassicurante immaginare questa storia come il racconto di una grande azienda che ha commesso degli errori. Basterebbe individuare i responsabili, introdurre nuove regole e considerare il problema risolto. Ma la questione è più complicata, perché i social network hanno modificato anche il nostro modo di stare insieme. Abbiamo imparato a misurare l’approvazione attraverso i numeri, a trasformare le esperienze in contenuti e a considerare normale che ogni opinione possa diventare una discussione pubblica.
Non tutto ciò che è accaduto è negativo. Le piattaforme hanno creato opportunità professionali, dato visibilità a persone precedentemente escluse dai media tradizionali e reso possibili relazioni che altrimenti non sarebbero mai nate. Ma hanno anche contribuito a costruire un ambiente nel quale essere visibili sembra spesso più importante che essere ascoltati. E nel quale la distinzione tra ciò che desideriamo davvero e ciò che ci viene continuamente suggerito è diventata meno evidente.
Da “The Social Network” a “The Social Reckoning”: sedici anni dopo siamo tutti dentro il film
Nel 2010 guardavamo The Social Network con la curiosità riservata alle storie di successo della Silicon Valley. Oggi il nuovo film di Aaron Sorkin arriva in un mondo che conosce molto meglio il prezzo di quella rivoluzione. Non siamo più spettatori affascinati dall’invenzione di Facebook: siamo persone che hanno trascorso una parte considerevole della propria vita dentro i social network.
Ed è proprio qui che “The Social Reckoning” trova il suo significato più attuale. Non riguarda soltanto Zuckerberg, Haugen o i documenti riservati. Riguarda anche noi, le fotografie pubblicate, le discussioni interminabili, il tempo trascorso a scorrere uno schermo e quella sensazione di dover essere sempre presenti da qualche parte.
Sedici anni fa il cinema ci raccontava come era nato Facebook. Oggi prova a raccontarci cosa è successo dopo. E forse la domanda più difficile non è quanto le piattaforme sappiano di noi, ma quanto siamo ancora capaci di riconoscerci senza di loro.




