Pierfrancesco Favino: «Oggi sono meno rigido, mi diverto di più». Forse crescere significa smettere di voler dimostrare qualcosa

Per anni crescere professionalmente sembra significare aggiungere qualcosa: più ambizione, più controllo, più risultati, più riconoscimenti. Poi può arrivare un momento in cui il percorso cambia direzione e la vera conquista diventa togliere: meno rigidità, meno paura di sbagliare, meno necessità di dimostrare continuamente quanto si vale.

A raccontarlo è Pierfrancesco Favino, protagonista di Dio ride di Giovanni Veronesi, film di chiusura dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia. Accanto a lui Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi.

Ma più del red carpet, stavolta colpisce una frase dell’attore: «Oggi sono meno rigido, mi diverto di più».

Il coraggio di essere meno perfetti

Favino interpreta Fra Leopoldo da Casamacchia, un religioso del Seicento capace di parlare alle persone con un linguaggio semplice e allegro. Una figura che attraverso l’ironia finisce inevitabilmente per confrontarsi anche con il potere.

È un personaggio che sembra intercettare qualcosa dell’attuale fase personale dell’attore. Favino racconta di sentirsi meno rigido rispetto al passato e di desiderare maggiore coraggio nel non accettare compromessi.

Una riflessione che esce facilmente dal cinema.

Passiamo una parte enorme della vita a cercare approvazione: nel lavoro, nelle relazioni, persino nel modo in cui raccontiamo noi stessi. Essere bravi non sembra mai sufficiente. Bisogna anche dimostrarlo.

Poi, forse, arriva un momento in cui la sicurezza non consiste più nel controllare tutto, ma nel concedersi di non farlo.

Favino torna da Bellocchio, ma con uno spirito diverso

Nel futuro professionale dell’attore c’è anche un nuovo incontro con Marco Bellocchio. Favino interpreterà Sergio Marchionne in Falcon, tornando a lavorare con il regista dopo Il traditore.

Quell’esperienza rappresentò un passaggio importante della sua carriera, ma anche un periodo affrontato con grande tensione e ambizione.

Oggi Favino sembra voler vivere il mestiere diversamente: con maggiore leggerezza e divertimento.

Non perché il lavoro conti meno, ma perché dopo anni di carriera può diventare meno necessario affrontare ogni ruolo come un esame.

Quando smettiamo di dover convincere gli altri

È forse questa la parte più interessante delle sue parole.

Con il tempo tendiamo a raccontare il successo attraverso ciò che una persona ha accumulato: film, premi, ruoli, denaro, notorietà. Molto più raramente osserviamo quello di cui una persona riesce finalmente a liberarsi.

La paura di non essere abbastanza, il bisogno di piacere, l’ossessione per il risultato.

La leggerezza non significa superficialità. Può significare conoscere abbastanza bene ciò che si sa fare da non doverlo dimostrare ogni volta.

E non è casuale che Dio ride ruoti proprio intorno alla risata. Favino ha raccontato che la sua personale chiamata alla recitazione nacque facendo ridere i compagni di scuola e la propria famiglia. Prima del cinema, dei festival e dei grandi ruoli c’era qualcosa di molto più semplice: scoprire che attraverso una storia o una battuta era possibile arrivare agli altri.

Dopo tanti anni, uno degli attori italiani più riconosciuti sembra così tornare al motivo più elementare per cui aveva cominciato: divertirsi ed emozionare qualcuno.

Forse crescere non significa diventare sempre più seri. A volte significa avere finalmente abbastanza sicurezza da prendersi un po’ meno sul serio.

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