Puoi avere quarant’anni, cinquanta, una carriera costruita altrove, una famiglia tua e una casa nella quale hai deciso personalmente persino dove mettere il divano. Poi tua madre entra dalla porta, pronuncia una frase nel tono che conosci da quando eri bambino e improvvisamente tutta l’età adulta conquistata sembra diventare più fragile.
È dentro questo territorio emotivo che si muove Il fuoco che ti porti dentro, il nuovo film di Edoardo De Angelis, oggi 9 settembre in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, con Vanessa Scalera e Lino Musella protagonisti. È tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Antonio Franchini e mette al centro qualcosa di molto più universale di una famiglia particolarmente complicata: la difficoltà di diventare davvero adulti davanti ai propri genitori.
Puoi lasciare casa, ma casa non sempre lascia te
Antonio ha fatto quello che spesso immaginiamo sia necessario per ricominciare. Ha lasciato Napoli, si è trasferito a Milano, ha costruito una famiglia e raggiunto il successo professionale. Soprattutto, ha messo chilometri tra sé e sua madre Angela.
Poi arriva Natale.
Angela lo raggiunge e sembra intenzionata a rimanere. La cena della Vigilia, invece di ricomporre la famiglia secondo il rassicurante rituale delle feste, diventa un campo di battaglia emotivo. Riemergono incomprensioni, sopraffazioni e ferite che gli anni trascorsi lontani non sono riusciti a cancellare.
La premessa sembra quasi una commedia natalizia italiana. C’è persino un cappone che non vuole finire in pentola. Ma sotto l’ironia si nasconde qualcosa di molto meno rassicurante.
Perché Antonio scopre che cambiare città non significa necessariamente riuscire a cambiare il posto che occupiamo dentro la nostra famiglia.
Vanessa Scalera è una madre che occupa tutto lo spazio
Al centro del film c’è Angela, interpretata da Vanessa Scalera.
Non è costruita come la madre rassicurante che il cinema italiano ha raccontato infinite volte. È una presenza enorme, contraddittoria, capace di attrarre e respingere. Una donna che porta con sé arroganza, paura, desiderio di controllo, ma anche un legame con il figlio impossibile da liquidare semplicemente come amore o conflitto.
Ed è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il personaggio.
Perché le relazioni familiari più difficili raramente sono quelle nelle quali non esiste amore. Spesso sono quelle nelle quali l’amore esiste insieme a tutto ciò che fa male.
Ci si può allontanare da una persona e continuare ad averne bisogno. Si può desiderare che cambi e sapere perfettamente che probabilmente non cambierà. Si può amare un genitore e contemporaneamente riconoscere quanto quel rapporto abbia condizionato la propria vita.
De Angelis usa un’immagine molto semplice per raccontarlo: il fuoco. Se stai lontano senti freddo. Se ti avvicini troppo rischi di bruciarti.
Perché davanti ai genitori torniamo bambini
È forse questo il punto nel quale Il fuoco che ti porti dentro supera la propria trama.
Possiamo trascorrere anni a costruire un’identità adulta. Impariamo a prendere decisioni, gestire problemi, diventare genitori a nostra volta. Eppure esistono dinamiche familiari capaci di riattivarsi con sorprendente precisione.
Basta una frase. Un rimprovero pronunciato esattamente come vent’anni prima. Una domanda apparentemente innocente. Un confronto con un fratello. Un giudizio sul lavoro, sul partner, sui figli.
Ed ecco ricomparire il bambino che cercava approvazione, quello che voleva essere visto oppure quello che aveva imparato a difendersi.
Non significa necessariamente essere immaturi. Significa che la famiglia è il luogo nel quale abbiamo imparato per la prima volta chi eravamo rispetto agli altri.
Prima del lavoro, delle amicizie e delle relazioni sentimentali, qualcuno ci ha assegnato inconsapevolmente una parte: il responsabile, il ribelle, quello fragile, quello bravo, quello che crea problemi.
Diventare adulti significa anche provare a capire se vogliamo continuare a interpretarla.
Natale è il momento perfetto per far esplodere una famiglia
Non è casuale che la resa dei conti avvenga durante la Vigilia di Natale.
Le feste promettono esattamente il contrario del conflitto: tavole apparecchiate, fotografie, tradizioni, famiglie riunite. Ed è proprio questa aspettativa di felicità obbligatoria a rendere Natale un magnifico detonatore narrativo.
Persone che durante l’anno riescono a mantenere distanze perfettamente funzionali vengono improvvisamente rimesse nella stessa stanza. Tornano nelle case dell’infanzia, occupano gli stessi posti a tavola, incontrano parenti che continuano a considerarli come erano dieci o vent’anni prima.
La famiglia contemporanea può essere geograficamente dispersa per undici mesi e poi, per qualche giorno, tornare a essere improvvisamente concentrata nello spazio di una cucina.
Il film di De Angelis trasforma proprio quella cucina in un’arena.
Andarsene non significa necessariamente liberarsi
Antonio ha compiuto il gesto che culturalmente associamo all’emancipazione: è andato via.
Ma Il fuoco che ti porti dentro suggerisce qualcosa di più scomodo: la distanza geografica non coincide sempre con quella emotiva.
Possiamo trasferirci a centinaia di chilometri, cambiare ambiente sociale, costruire una famiglia completamente diversa da quella nella quale siamo cresciuti. E continuare comunque a organizzare inconsapevolmente una parte della nostra vita in risposta a ciò da cui siamo scappati.
Persino decidere di essere “l’opposto dei propri genitori” significa, in qualche modo, continuare a utilizzarli come punto di riferimento.
La vera emancipazione diventa allora qualcosa di più complicato dell’andarsene.
Significa riuscire a guardare i propri genitori come persone, prima ancora che come madre o padre. Con le loro fragilità, i loro errori, i caratteri impossibili e le ferite che probabilmente esistevano molto prima della nostra nascita.
Comprenderli, però, non significa necessariamente assolverli.
Una famiglia come lotta per la sopravvivenza
De Angelis ha cercato per il film un linguaggio capace di osservare le cose di casa come paesaggi e la vita familiare quasi come una battaglia epica.
È una prospettiva interessante proprio perché ribalta le proporzioni.
Non servono guerre, catastrofi o grandi eventi perché qualcosa sia decisivo. Dentro una famiglia, una frase pronunciata durante una cena può avere conseguenze che durano decenni.
Il cast — oltre a Scalera e Musella, Elena Radonicich, Ivana Lotito, Nicole Malaj, Samuele Mazza, Tony Laudadio e Tommaso Ragno — si muove dentro questa resa dei conti domestica. La sceneggiatura è firmata da Francesco Piccolo, Ilaria Macchia ed Edoardo De Angelis.
Ma il dato tecnico conta meno dell’intuizione che tiene insieme la storia.
Forse diventiamo adulti quando smettiamo di aspettare che cambino loro
Per anni possiamo immaginare che arriverà finalmente la conversazione capace di sistemare tutto.
Un genitore comprenderà quello che non aveva compreso. Chiederà scusa per qualcosa. Pronuncerà le parole che abbiamo aspettato. Riconoscerà la persona che siamo diventati.
Qualche volta accade. Altre volte no.
Ed è forse qui che comincia una forma diversa di età adulta: quando smettiamo di affidare la nostra pace alla possibilità che qualcun altro cambi.
Il fuoco che ti porti dentro parte da una madre ingombrante e da un figlio che ha provato a fuggire. Ma racconta qualcosa che riguarda moltissime famiglie.
Possiamo cambiare città, lavoro, partner, casa e perfino diventare genitori. Poi torniamo a sederci a quella tavola.
E scopriamo che diventare grandi non significa smettere di essere figli. Significa riuscire, finalmente, a decidere quali parti di quella storia vogliamo continuare a portarci dentro e quali possiamo lasciare andare.




