Emanuela Fanelli si celebra da viva: «Come i megalomani». Ma dietro la battuta c’è la paura che prima o poi finisca tutto

Emanuela Fanelli ha deciso di celebrare se stessa quando è ancora perfettamente in tempo per assistere alla celebrazione. «Volevo celebrarmi da viva, come i megalomani», ha scherzato presentando a Venezia Peccato, la serie che prende la sua carriera, la porta fino al 2049 e poi immagina la cosa che probabilmente terrorizza segretamente molti attori: che a un certo punto il telefono smetta di squillare.

È un’idea molto da Fanelli. Prendere qualcosa che potrebbe diventare terribilmente serio e renderlo comico prima che lo faccia qualcun altro. Peccato, diretta da Valerio Vestoso e scritta da Emanuela Fanelli insieme a Giulio Somazzi e allo stesso Vestoso, è un mockumentary in sei episodi che costruisce una biografia alternativa della sua protagonista. Siamo nel 2049, Fanelli ha 63 anni, non recita più e vive ritirata in un piccolo paese della Valle d’Aosta. I riflettori si sono spenti e persino i rotocalchi hanno smesso di cercarla. Da lì parte il gioco: raccontare l’ascesa e soprattutto immaginare la caduta di una donna che, nella realtà, sta vivendo esattamente il momento opposto.

Ed è proprio questo cortocircuito a rendere il progetto interessante. Emanuela Fanelli oggi non è un’attrice dimenticata: è uno dei volti più riconoscibili e trasversali dello spettacolo italiano. Cinema, televisione, premi, conduzioni, commedia e autorialità hanno costruito in pochi anni una popolarità che sembra solidissima. Lei, invece di godersela fingendo che possa durare per sempre, ha deciso di immaginare il momento in cui potrebbe non esserci più.

La battuta sulla celebrazione da viva nasconde quindi una riflessione molto meno leggera. Fanelli ha raccontato che Peccato nasce anche dalla paura di non recitare più, dalla possibilità che un mestiere capace di occupare una parte enorme dell’identità personale improvvisamente finisca. È una paura comprensibile in un settore nel quale il successo raramente offre garanzie. Oggi puoi essere ovunque, domani molto meno. Il pubblico cambia, arrivano nuovi volti, i gusti si spostano e ciò che sembrava indispensabile diventa improvvisamente sostituibile.

La serie fa qualcosa di ancora più interessante: invece di immaginare una Fanelli consacrata per sempre, le costruisce un fallimento. Nel futuro di Peccato non c’è la diva che ripercorre una carriera perfetta circondata dai premi, ma una donna che deve fare i conti con l’idea che forse quella non fosse nemmeno la vita che desiderava davvero.

È quasi il contrario dell’autobiografia celebrativa.

Normalmente un personaggio famoso aspetta decenni prima di raccontare la propria storia e, quando lo fa, tende inevitabilmente a sistemarla. Le vittorie diventano destino, gli errori lezioni, le coincidenze sembrano improvvisamente passaggi necessari di un percorso perfettamente leggibile. Fanelli sceglie invece di inventarsi in anticipo la propria rovina e di chiamare a testimoni una quantità impressionante di volti dello spettacolo italiano.

Dentro Peccato compaiono infatti, tra gli altri, Paola Cortellesi, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Geppi Cucciari, Valerio Mastandrea, Fabio Fazio, Ferzan Özpetek, Paolo Virzì, Giovanni Floris, Caterina Balivo e Tommaso Zorzi. C’è persino il Gabibbo. Tutti partecipano a un gioco nel quale realtà e invenzione devono continuamente confondersi.

E proprio Paola Cortellesi diventa, nel 2049 immaginato dalla serie, addirittura Presidente della Repubblica. Un’esagerazione comica che funziona perché gioca con qualcosa che il pubblico conosce già: le gerarchie, le consacrazioni e il modo in cui costruiamo la narrazione delle carriere.

Ma dietro il divertimento rimane una domanda molto contemporanea: quanto del nostro valore finiamo per affidare al lavoro che facciamo?

Fanelli ha spiegato di aver percepito il rischio di lasciarsi definire dal mestiere. È un pensiero particolarmente interessante proprio perché arriva nel momento del successo, non dopo una sconfitta. Quando tutto funziona è molto più facile convincersi che continuerà a funzionare e che premi, ruoli e riconoscimenti dicano qualcosa non soltanto sul professionista, ma anche sulla persona.

Peccato prova a rompere quella equivalenza.

Un attore può smettere di recitare senza smettere di esistere. Un personaggio famoso può essere dimenticato senza che la sua vita perda necessariamente significato. E un premio può essere importante senza diventare il metro con cui misurare la propria felicità.

È qui che la comicità di Fanelli diventa più interessante della semplice battuta.

Ridendo del proprio possibile fallimento, prova a renderlo meno spaventoso.

La presenza della serie alla Mostra di Venezia aggiunge poi un ulteriore livello di ironia. Fanelli torna al Lido dopo essere stata protagonista della Mostra e lo fa deliberatamente invecchiata, presentandosi come la versione sessantatreenne che vedremo nel racconto. Mentre il cinema celebra il presente, lei arriva già vestita dal proprio futuro.

È un modo intelligente di giocare anche con l’ossessione dello spettacolo per il tempo, la permanenza e la rilevanza. Ogni carriera contiene una domanda che raramente viene pronunciata mentre le cose vanno bene: quanto durerà?

Emanuela Fanelli non sembra avere una risposta.

Ha però trovato un modo decisamente personale per affrontare la domanda: immaginare che finisca malissimo, riunire mezzo spettacolo italiano per raccontarlo e riderne prima ancora che possa accadere.

Forse è davvero una cosa da megalomani.

Oppure è esattamente il contrario: prendersi abbastanza poco sul serio da riuscire a immaginare un mondo nel quale, un giorno, nessuno sentirà più il bisogno di parlare di te.

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.