Jovanotti torna con Samurai Jay e una nuova versione di “Le foglie di te”, il brano tratto dall’album “Il corpo umano VOL. 1”. Tra elettronica, ritmi dance e una scrittura che continua a cercare la poesia nelle cose quotidiane, la collaborazione racconta qualcosa di interessante sul presente di Lorenzo Cherubini: la sua ostinazione a non considerare mai conclusa una canzone, né tantomeno la propria evoluzione musicale.
Jovanotti ha sempre avuto un rapporto piuttosto disinvolto con il tempo. Non quello che passa, naturalmente, ma quello musicale, che per molti artisti diventa prima o poi una questione di appartenenza generazionale. Lorenzo Cherubini, invece, continua a comportarsi come se la musica fosse un territorio da attraversare senza preoccuparsi troppo dei confini. Con “Le foglie di te”, nella nuova versione insieme a Samurai Jay, disponibile da venerdì 9 ottobre, torna a mettere in discussione una delle convenzioni più radicate del pop: l’idea che una canzone, una volta pubblicata, debba rimanere esattamente com’è.
Il brano nasce all’interno di Il corpo umano VOL. 1, album del 2025 nel quale Jovanotti ha provato a riconciliare la dimensione più fisica della propria musica con una scrittura sentimentale, a tratti contemplativa. La rilettura con Samurai Jay, già comparsa nel progetto estivo Jova Summer Party EP e ora rilanciata come singolo, interviene proprio su questo equilibrio.
La sostanza resta quella di una canzone d’amore, ma cambia il modo di abitarla. La componente ritmica acquista centralità, le percussioni e l’elettronica spingono verso una dimensione più apertamente dance, mentre la voce di Samurai Jay introduce un linguaggio che appartiene a un’altra stagione del pop italiano.
Non è una trasformazione sorprendente per chi conosce il percorso di Jovanotti. D’altra parte, stiamo parlando di un artista che ha costruito buona parte della propria identità sull’incontro tra linguaggi apparentemente distanti: il rap e la canzone d’autore, la cultura dei club e la tradizione melodica, le suggestioni africane e il pop radiofonico. La contaminazione, nel suo caso, non è mai stata un’aggiunta decorativa, ma un metodo di lavoro.
Samurai Jay non è soltanto un featuring: è il confronto con un’altra idea di pop
L’aspetto più interessante dell’operazione riguarda proprio la scelta del compagno di viaggio. Samurai Jay, protagonista di una stagione particolarmente fortunata grazie anche a “Ossessione”, rappresenta una generazione di artisti per i quali le distinzioni tra rap, urban, reggaeton e musica dance hanno progressivamente perso importanza.
Jovanotti quella libertà l’ha inseguita per tutta la carriera, quando però le contaminazioni avevano ancora qualcosa di provocatorio. Oggi, per un artista come Samurai Jay, sono semplicemente il linguaggio naturale della musica popolare.
È qui che l’incontro acquista un significato più interessante rispetto alla consueta collaborazione tra un grande nome e un artista emergente. Non si tratta soltanto di avvicinare due pubblici, né di cercare una nuova collocazione nelle playlist. In gioco ci sono due differenti modi di intendere la stessa libertà musicale.
Il contributo produttivo di Dardust accentua questa direzione, spostando il brano verso una fisicità elettronica che ne modifica il carattere senza cancellarne l’identità melodica. La scrittura rimane riconoscibilmente quella di Lorenzo: immagini naturali, associazioni impreviste, piccole intuizioni sentimentali che diventano paesaggi emotivi.
Il titolo stesso, “Le foglie di te”, appartiene a quell’universo poetico nel quale il sentimento amoroso non viene semplicemente raccontato, ma trasformato in materia viva. Le foglie, i semi, il sole, la luna, il movimento delle cose: la natura diventa una specie di vocabolario attraverso il quale provare a spiegare ciò che sfugge alle definizioni.
È una caratteristica che accompagna Jovanotti da molti anni e che costituisce, contemporaneamente, la sua forza e il suo limite. La continua ricerca della meraviglia può produrre intuizioni felici, ma rischia talvolta di diventare un automatismo, una felicità dichiarata prima ancora di essere conquistata. La sfida delle sue canzoni più recenti consiste proprio nel ritrovare un’emozione autentica dentro un linguaggio diventato immediatamente riconoscibile.
Da New York al nuovo cinema di Jovanotti: il movimento come filosofia
Anche il videoclip, disponibile su YouTube dal 16 ottobre, sembra voler sviluppare questa idea di movimento continuo. Jovanotti accompagna Samurai Jay alla scoperta di New York, città fondamentale nella propria formazione musicale, trasformandosi in una guida decisamente poco convenzionale. Il pretesto narrativo è quasi da commedia sentimentale: trovare una fidanzata al giovane collega.
Lorenzo conosce la città, la attraversa con la confidenza di chi vi ha trascorso momenti importanti della propria vita; Samurai Jay la scopre per la prima volta. Un piccolo racconto costruito attorno alla differenza tra l’esperienza e lo stupore, nel quale il rapporto tra i due artisti finisce per diventare anche una metafora del loro incontro musicale.
La collaborazione arriva dopo “Buon Vento” con Alfa e dopo un’estate dominata dal Jova Summer Party, concluso con le due serate del 12 e 13 settembre al Circo Massimo di Roma. Il calendario prosegue con un altro appuntamento significativo: il 26 novembre arriverà nelle sale “LORENZO – L’incredibile avventura di Jovanotti”, il film diretto da Dario Zonta e Carlo Zoratti, atteso anche alla Festa del Cinema di Roma.
Musica, cinema, concerti, collaborazioni: tutto sembra concorrere alla costruzione di un racconto artistico nel quale il movimento è diventato una vera e propria filosofia.
Ma la domanda più interessante riguarda il rapporto con il passato. Che cosa significa continuare a reinventarsi quando si possiede già un repertorio capace di attraversare più generazioni?
Per molti artisti la risposta consiste nel riproporre ciò che il pubblico ama, magari aggiornandone appena la superficie. Jovanotti sembra preferire una strada diversa, anche a costo di esporsi al rischio dell’eccesso e della ripetizione. Cerca nuovi interlocutori, rimette in circolazione le proprie canzoni, prova a trasferire il suo immaginario dentro una sensibilità musicale che non è più necessariamente quella della sua generazione.
Non sempre questo processo produce risultati memorabili, e sarebbe ingenuo sostenere che ogni contaminazione equivalga automaticamente a un progresso artistico. La contemporaneità non è un valore musicale in sé: una buona canzone resta tale per ciò che riesce a comunicare, non per l’età dei suoi interpreti o per la modernità della produzione.
Eppure “Le foglie di te” suggerisce una riflessione che va oltre il singolo. In un panorama pop spesso dominato dalla nostalgia e dalla ripetizione di formule già collaudate, l’idea di considerare il repertorio come qualcosa di aperto, modificabile, ancora capace di accogliere nuove voci conserva un suo interesse.
Forse è proprio questa la qualità più riconoscibile di Jovanotti: non la pretesa di essere sempre giovane, ma il desiderio di continuare a comportarsi musicalmente come qualcuno che ha ancora molto da scoprire. E in un’industria che tende a trasformare rapidamente gli artisti nella versione più redditizia di se stessi, non è una differenza trascurabile.




