Settembre è il mese in cui ricominciamo tutti a fingere di avere una vita organizzata

Agende nuove, palestra, corsi, buoni propositi, sveglie anticipate e l’illusione che questa volta riusciremo davvero a diventare la persona che avevamo programmato di essere. Forse settembre è il nostro vero Capodanno.

A settembre succede una cosa piuttosto curiosa: milioni di adulti che hanno smesso di andare a scuola da vent’anni continuano a comportarsi come se stesse per cominciare un nuovo anno scolastico. Comprano agende, cambiano palestra, sistemano la scrivania, promettono di leggere di più, bere meno, andare a dormire prima, imparare una lingua, cucinare invece di ordinare, rispondere alle mail in tempo. Qualcuno apre persino un file Excel.

Il primo gennaio facciamo più o meno la stessa cosa, naturalmente, ma con meno convinzione. Gennaio arriva nel mezzo dell’inverno, dopo pranzi, cene e vacanze che ci hanno lasciato soprattutto il desiderio di essere lasciati in pace. Settembre, invece, conserva qualcosa dell’inizio vero.

Probabilmente perché per molti anni della nostra vita lo è stato davvero.

La scuola ci ha insegnato che il tempo non comincia a gennaio ma alla fine dell’estate. Settembre significava quaderni ancora vuoti, libri nuovi, compagni da ritrovare, insegnanti da conoscere e soprattutto la possibilità, almeno teorica, di essere diversi da come eravamo stati l’anno precedente. Quella sensazione sembra sopravvivere molto più a lungo della scuola.

Non è soltanto un’impressione. Gli psicologi parlano di “fresh start effect”, l’effetto nuovo inizio: alcuni confini temporali – un compleanno, un lunedì, l’inizio di un mese o di un anno – ci aiutano a separare mentalmente la persona che siamo stati da quella che vorremmo diventare. Settembre è particolarmente efficace perché arriva dopo la grande interruzione estiva, quando abitudini e orari sono stati almeno parzialmente sospesi.

E così ricominciamo.

Le palestre si riempiono. Le agende pure. I corsi di inglese sembrano improvvisamente indispensabili. Ricompare la promessa di preparare il pranzo la sera prima. Amazon ci suggerisce contenitori per organizzare altri contenitori. Instagram e TikTok si riempiono di morning routine, meal prep, decluttering, nuovi guardaroba e persone che sembrano svegliarsi spontaneamente alle sei del mattino felici di farlo.

La cosa interessante è che settembre non ci vende semplicemente delle attività: ci vende delle identità.

Non vogliamo soltanto andare in palestra. Vogliamo essere persone che vanno in palestra. Non vogliamo soltanto leggere un romanzo: vogliamo diventare quelli che leggono prima di dormire invece di passare quaranta minuti a guardare video sul telefono. L’agenda nuova non serve soltanto a ricordare un appuntamento dal dentista. È la prova materiale dell’esistenza di una versione futura di noi stessi molto più efficiente di quella attuale.

Naturalmente questa persona quasi sempre dura pochissimo.

A metà ottobre l’agenda contiene tre appuntamenti scritti con una grafia sempre meno accurata. Il corso online acquistato in promozione aspetta ancora la quarta lezione. La sveglia delle 6:30 è stata riportata alle 7:15. La borraccia motivazionale è da qualche parte in cucina. La palestra continua ad addebitare l’abbonamento con una costanza molto superiore alla nostra.

Non significa necessariamente che siamo pigri. Il problema potrebbe essere esattamente l’opposto: a settembre pretendiamo troppo da noi stessi.

In questi giorni il rientro è diventato infatti un piccolo genere editoriale. Si parla di September blues, stress post-vacanze e difficoltà nel riadattarsi alla routine. ANSA ha raccontato proprio questa settimana quella strana concentrazione settembrina di ritorno al lavoro, scuola, palestra, agenda piena e persino maggiore domanda di supporto psicologico. Secondo dati riportati in questi giorni, settembre viene percepito da molte persone come un vero punto di svolta, molto più legato alle transizioni personali che al semplice ritorno in ufficio.

È interessante perché abbiamo trasformato il mese del ritorno alla normalità nel momento in cui la normalità non sembra più sufficiente.

Non basta tornare a lavorare: bisogna lavorare meglio. Non basta ricominciare a mangiare normalmente: bisogna iniziare una dieta. Non basta muoversi: bisogna iscriversi in palestra. Non basta vedere gli amici: bisogna “coltivare le relazioni”. Persino dormire è diventato qualcosa da ottimizzare.

Settembre è quindi il mese in cui la vita quotidiana assume temporaneamente la forma di un progetto.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa ossessione per il miglioramento. Abbiamo a disposizione un’intera industria pronta ad aiutarci a diventare la nostra versione migliore: applicazioni che contano i passi, smartwatch che giudicano il sonno, software che organizzano il lavoro, podcast sulla produttività, libri sulle abitudini, planner per pianificare altri planner.

Eppure forse la parte più bella di settembre rimane proprio quella più ingenua.

L’idea che si possa ricominciare.

Che un quaderno vuoto possa davvero cambiare qualcosa. Che comprando un paio di scarpe da corsa finiremo per diventare quelli che corrono. Che questa sia finalmente la stagione in cui leggeremo tutti i libri accumulati sul comodino.

Sappiamo già come andrà a finire. Tra qualche settimana torneremo probabilmente a essere disordinati, rimandatari, stanchi e molto meno disciplinati di quanto avevamo previsto.

Ma a settembre, per qualche giorno, ci concediamo collettivamente il lusso di credere che la nostra vita possa ancora essere completamente riorganizzata.

Forse è per questo che continuiamo ad avere bisogno di settembre anche quando la scuola è finita da moltissimo tempo.

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