Recensione: “West Side Story” il musical targato Steven Spielberg sospeso tra incanto e realtà

West Side Story è uno dei musical più noti al mondo, il secondo migliore della storia del cinema dopo “Singing in the Rain”, secondo il AFI. Jets contro Sharks, sembra raccontare la storia più vecchia del mondo: la rivalità tra due gruppi. Prima due tribù, poi due famiglie, ora due bande di etnie differenti che si contendono le strade luride della West Side di New York negli anni ‘50. E in questa aspra rivalità sboccia il fiore di un nuovo amore, puro e solido contro le avversità.

Nel 1597 è stato Shakespeare a raccontarci questa storia attraverso Romeo e Giulietta, poi nel 1957 Arthur Laurents, Stephen Sondheim (libretto) e Leonard Bernstein (musiche) hanno riadattato quel racconto secolare per portarlo a Broadway e poi al cinema. Prima con Robbins e Wise (1961) e ora con Spielberg (2021) che ha già vinto il Golden Globe come miglior film commedia o musicale. Entrambi i film hanno dell’incredibile, farne un paragone sarebbe ridicolo. Sono film figli di due generazioni totalmente differenti e si sente già solo dalla messa in scena dei numeri musicali. Nonostante fosse difficile confrontarsi con un’opera mastodontica come la pellicola del ‘61 – soprattutto essendo questo il primo musical diretto dal regista – Spielberg non delude le aspettative, dimostrando come il film sia perfette in linea con il resto della sua filmografia: una favola magica, sospesa tra incanto e realtà. Il lavoro sulla regia del maestro è stupefacente: come se non facesse altro da tutta la vita.

Ogni movimento di macchina segue le coreografie e i personaggi sottolineandone i movimenti, le schermaglie fisiche costanti tra i personaggi delle due bande. Le piccole modifiche che apporta alla sceneggiatura non vanno a intaccare il libretto originale e anzi sembra volergli dare ancora più valore, portando quello che al film originale manca: profondità ai personaggi. Tony si è allontanato dai Jets dopo un anno in galera per aver quasi ucciso un ragazzino di una banda rivale; Maria (che vive solo con il fratello e la fidanzata) desidera di affrancarsi dalla famiglia e costruirsi una vita propria; Anita sogna di diventare una stilista e Bernardo è solo un fratello protettivo, che cerca di portare benessere alla sua famiglia con un lavoro da poco e la sua passione per la boxe. Nella pellicola del ‘61, infatti, i personaggi si muovono nello spazio sospinti dalla trama senza lasciare troppo spazio alla propria personalità di venir fuori. Per un musical (e un film) dell’epoca questo non era un gran problema, la storia scorre liscia e piacevole. Ora lo spettatore è più istruito, però. Vuole un’evoluzione nei personaggi che osserva sullo schermo.

Spielberg dona loro quel poco di caratterizzazione che necessitavano per poter catturare il favore del pubblico (non solo per Tony e Maria, ma anche per Bernardo e Anita o Riff). È forse proprio questo il problema del film: essendo personaggi più complessi di semplici maschere, si scontrano con il finale che al contrario del resto del film rimane totalmente invariato. L’arco che attraversa Tony per affrancarsi dalla violenza e la discriminazione del quartiere dov’è cresciuto si azzerano quando, dopo l’omicidio di Bernardo, invece di costituirsi decide di rimanere con Maria che perdona l’assassinio del fratello senza pensarci un solo istante. I due protagonisti sembrano allontanarsi totalmente dalle strade che avevano preso a inizio film per concludere il proprio arco in maniera insoddisfacente e ormai stantia.

La redenzione di Tony rimane nella morte, quando, visto quanto la sua storia sia cambiata, avrebbe dovuto essere nel riconoscere il proprio errore e passare la propria vita nella consapevolezza di esso.

Purtroppo non posso dare più di un voto mediocre come 2.5 a questo film. Certo dal punto di vista visivo è spettacolare, affascinante, e approfondisce anche i problemi di quel mondo che nel film del ‘61 ci vengono a malapena accennati, ma proprio per questo motivo il finale avrebbe dovuto prendere una direzione nuova e illuminante. Un finale che lascia con l’amaro in bocca.

Valentina Iacone

RASSEGNA PANORAMICA
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Nata a Rimini e laureata in Arte e Spettacolo in Sapienza, a Roma, studia sceneggiatura e produzione presso l’accademia Griffith per proseguire la sua strada lavorativa nell’ambiente del cinema. È amante della scrittura in tutte le sue forme ed è convinta che il modo migliore per rappresentare la realtà sia attraverso i film: musica, immagini, parole.
Purtroppo non possiamo dare al fim un voto superiore a e 2.5. Certo dal punto di vista visivo è spettacolare, affascinante, e approfondisce anche i problemi di quel mondo che nel film del ‘61 ci vengono a malapena accennati, ma proprio per questo motivo il finale avrebbe dovuto prendere una direzione nuova e illuminante. Un finale che lascia con l’amaro in bocca.recensione-west-side-story-il-musical-targato-spielberg-sospeso-tra-incanto-e-realta