Recensione: “Marilyn ha gli occhi neri”: Stefano Accorsi e Miriam Leone insieme per una commedia romantica ma non troppo

“Marilyn ha gli occhi neri” è la nuova commedia italiana che vede come protagonisti Stefano Accorsi e Miriam Leone.

Diego e Clara sono due persone con due vite completamente differenti. Diego è uno chef con evidenti problemi d’ira, peggiorati solo da tic derivanti da quello che sembra un disturbo ossessivo-compulsivo. E’ divorziato e ha una figlia che può vedere solamente sotto la supervisione di assistenti sociali. D’altro canto Clara sembra fare una vita da sogno: attrice internazionale, amatissima e piena di premi e riconoscimenti. La sua vita è così ben confezionata che perfino lei crede alle sue stesse bugie. L’unico vero legame che ha è con un’anziana a cui fa da accompagnatrice di tanto in tanto per ordine del tribunale (a seguito di un incendio che lei pare aver appiccato). I due si incontrano in terapia di gruppo, insieme ad altri individui che presentano disturbi differenti.

Il gruppo, sotto insistenza dello psicologo che li segue (Thomas Trabacchi), si ritroverà a dover gestire una piccola sala con cucina tra discussioni, incomprensioni e momenti carichi di sentimento. Il film scorre bene, ha dei buoni tempi comici e due grandi attori a reggere delle parti non facili. Accorsi impeccabile, preciso in ogni piccolo tic, riesce nell’impresa di far innamorare di un personaggio non proprio eroico. Leone è meno naturale, sembra sempre recitare, ma visto il background del personaggio, questa sua interpretazione esageratamente drammatica è riconducibile ad un modo d’essere e di fare del personaggio stesso. Nonostante l’ottima performance degli attori, però, il film presenta degli evidenti problemi, sia di scrittura che registici.

Se i personaggi sono costruiti discretamente, la regia non rende loro giustizia, creando intorno ad essi un ambiente che non permette di immergersi nella loro psiche. I momenti più tesi, quelli d’intimità e di confessione, vengono risolti in fretta, senza costruire bene l’emozione. La malattia viene rappresentata come qualcosa di cui ridere e non un problema serio di cui i personaggi sono afflitti. Una storia con un gran potenziale è un peccato che sia stata rovinata da un’incapacità di gestire il materiale a disposizione.

Valentina Iacone

RASSEGNA PANORAMICA
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Nata a Rimini e laureata in Arte e Spettacolo in Sapienza, a Roma, studia sceneggiatura e produzione presso l’accademia Griffith per proseguire la sua strada lavorativa nell’ambiente del cinema. È amante della scrittura in tutte le sue forme ed è convinta che il modo migliore per rappresentare la realtà sia attraverso i film: musica, immagini, parole.