«Per molto tempo ho pensato che il mio cognome arrivasse nella stanza qualche secondo prima di me. Poi ho capito che non dovevo né inseguirlo né liberarmene: dovevo semplicemente trovare il mio modo di stare al pianoforte.»

C’è una storia familiare enorme dietro Paolo Jannacci, ma raccontarlo soltanto come “il figlio di Enzo” significherebbe fermarsi alla parte più immediata, e forse anche alla meno interessante, del suo percorso. Perché Paolo quella storia non l’ha mai rinnegata, non ha mai provato a metterla a distanza, ma negli anni ha imparato ad abitarla con una voce propria. Con naturalezza, ironia e una certa eleganza che assomiglia molto al suo modo di suonare: senza bisogno di alzare troppo il volume per farsi ascoltare.

Nato a Milano nel 1972, pianista, compositore, arrangiatore, produttore e cantautore, Jannacci lavora professionalmente nella musica dalla fine degli anni Ottanta. Pianoforte innanzitutto, ma anche fisarmonica, basso e batteria, una formazione che lo ha portato presto a muoversi tra jazz, canzone d’autore, teatro e televisione. Nel corso della carriera ha lavorato accanto a nomi come Dario Fo, Giorgio Gaber, Paolo Conte, Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Ornella Vanoni, Claudio Baglioni, Massimo Ranieri, J-Ax e naturalmente Enzo Jannacci, del quale è stato anche arrangiatore e collaboratore musicale. E proprio il rapporto con il padre è diventato negli anni qualcosa di più complesso della semplice eredità artistica. È repertorio, memoria, linguaggio, ma anche materia viva da rimettere continuamente in discussione. Paolo ha portato quelle canzoni sui palchi, le ha attraversate con il jazz, le ha reinterpretate senza trasformarle in reliquie. Allo stesso tempo ha costruito una discografia personale fatta di ricerca e contaminazioni, fino all’esperienza di Sanremo 2020 con “Voglio parlarti adesso” e alle molte collaborazioni che hanno segnato il suo percorso. Anche il 2026 lo ha visto tornare al centro del racconto musicale italiano. A febbraio è salito nuovamente sul palco dell’Ariston nella serata delle cover di Sanremo, accanto a J-Ax, Cochi Ponzoni, Paolo Rossi e Ale e Franz, nella formazione battezzata Ligera County Fam, per riportare in scena E la vita, la vita: una fotografia ironica e affettuosa di quella Milano popolare che continua a essere parte fondamentale dell’universo jannacciano. Ma oggi Paolo Jannacci guarda soprattutto avanti. Sta per arrivare un nuovo album composto da undici brani, preceduto da un singolo di prossima pubblicazione. Un disco maturato lentamente, dopo cinque o sei anni di scrittura, incontri e ripensamenti, nel quale l’artista racconta di aver cercato un modo più ragionato e consapevole di osservare ciò che gli accade intorno. Tra le nuove canzoni ce n’è anche una dedicata direttamente a Enzo Jannacci, nata dalle immagini e dai ricordi che ancora oggi riaffiorano nei luoghi della sua Milano. Il rapporto con la città rimane un altro dei fili che attraversano il suo lavoro. Nel nuovo spettacolo “Jannacci arrenditi! La città ascolta”, scritto insieme a Paolo Re, Milano diventa quasi un organismo capace di osservare chi la attraversa: amori, solitudini, guerra, comicità, convivenza e piccole fragilità quotidiane vengono raccontati attraverso composizioni originali e pagine di Paolo Conte, Luigi Tenco ed Enzo Jannacci. Ed è proprio nel punto in cui memoria e futuro, Milano e musica, padre e figlio smettono di essere coppie contrapposte che abbiamo voluto incontrarlo. Paolo Jannacci è entrato nel Salotto di Domanipress per raccontarci il nuovo disco, il rapporto con Enzo e con un cognome che appartiene ormai alla cultura popolare italiana, ma anche il suo bisogno di continuare a cambiare, il mestiere del musicista nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la città che muta e quella parte più privata di sé che, dopo tanti anni di palcoscenico, continua a venire fuori soltanto quando davanti c’è un pianoforte.

Paolo, portare un cognome come Jannacci significa convivere con un’eredità artistica enorme. Quanto è stato importante trovare una tua strada senza perdere quel legame?

«Agli artisti, in realtà, non chiedi e non erediti: rubi. Rubi osservando. Assorbi quello che fanno, lo elabori e poi apri un’altra strada. Parti dal solco tracciato da chi ti ha preceduto, ma arriva il momento di deviare e trovare una direzione personale, altrimenti rimani dentro una storia altrui. Con mio padre ho avuto la fortuna straordinaria di lavorare, condividere il palco e vedere da vicino come trasformava la realtà in musica. Da quell’esperienza ho imparato moltissimo, senza rinunciare a costruire una mia identità. È lì che comincia davvero il mestiere dell’artista.»

Se oggi potessi ritrovarti davanti Enzo Jannacci, che cosa vorresti osservare di lui nel mondo di oggi?

«Mi incuriosirebbe la sua reazione umana davanti a ciò che stiamo vivendo sul piano politico e sociale: come leggerebbe le persone e le contraddizioni del presente? E soprattutto, come tradurrebbe tutto questo sul pianoforte, lo strumento che abbiamo in comune? Il pianoforte trasforma un pensiero in vibrazione, poi in suono e infine in pensiero musicale. Sarebbe affascinante scoprire che cosa nascerebbe oggi dalle sue mani.»

Il legame con tuo padre passa inevitabilmente anche attraverso Milano. Che rapporto hai oggi con una città che negli ultimi anni è cambiata moltissimo?

«È un rapporto bivalente, fatto di amore e insofferenza, una sensazione che probabilmente condivido con molti milanesi. Sono nato qui e faccio fatica a staccarmi dalle sue vie, persino dai suoi difetti. Mio padre aveva un legame quasi viscerale anche con le infrastrutture: senza il tram andava fuori di testa. Lo capisco. Se per un po’ non ne vedo passare uno mi viene da chiedermi: “Ma dove siamo finiti?”. È un elemento dell’immaginario milanese, quasi futurista, capace paradossalmente di mettere ordine anche nei pensieri.»

 

Quanto è ancora attuale, secondo te, la Milano raccontata da Enzo Jannacci?

«È attuale perché lo sono gli esseri umani che la abitano. Egoismi e piccolezze individuali, sommati, finiscono per modificare un’intera comunità. Una metropoli genera paure e difficoltà concrete, ma il rischio è lasciare che condizionino il rapporto con gli altri. Alla fine il punto è semplice: Milano non è un’entità astratta. Milano siamo noi.»

Ed è proprio la città a diventare protagonista del tuo nuovo spettacolo, “Jannacci arrenditi! La città ascolta”. A cosa deve arrendersi Paolo Jannacci e cosa dovrebbe ascoltare la città?

«Arrendersi può significare accettare la sentenza degli amici che vengono ad ascoltarci oppure affrontare avversità capaci di trasformarsi in resilienza. In certi momenti serve anche un istante di fatalismo: allarghi le braccia e dici “vabbè”. Il titolo, però, è ironico, perché bisogna continuare a lottare, resistere e fare del bene nel proprio piccolo. Lo spettacolo nasce dal desiderio di raccontare le città. Avevo in testa un’immagine scenografica precisa e Claudio Garavaglia è riuscito a darle vita.»

La città diventa quindi quasi uno specchio di noi stessi?

«Esattamente. Una città riflette come ci comportiamo, conviviamo, costruiamo e persino distruggiamo. Parliamo del cemento, ma quel cemento lo posiamo noi: se viene utilizzato bene è merito nostro, se viene utilizzato male ne siamo responsabili. Nello spettacolo diventa lo spazio attraverso cui raccontare canzoni, persone e vicende. Un enorme collettore di anime.»

Milano, però, negli ultimi anni ha perso anche alcuni luoghi di aggregazione culturale e diversi teatri hanno chiuso. Quanto pesa vedere scomparire certi spazi?

«Pesa molto. Il nostro assessore alla Cultura, Tommaso, dedica alla città un’energia enorme, ma l’impegno di una singola persona non può risolvere tutto. Quando passo davanti all’ex Smeraldo provo ancora il magone. Lì ho tenuto l’ultimo concerto importante con mio padre e lo abbiamo anche filmato. Era un teatro eccezionale, poi è stato chiuso. Dietro decisioni simili esistono ragioni economiche e problemi complessi, ma resta un dato: oggi i teatri fanno molta fatica a vivere.»

È cambiato anche il rapporto del pubblico con il teatro?

«Sì. A volte organizzare una serata è complicato: accessibilità, spostamenti, automobile. Certo, quando vuoi davvero fare una cosa alla fine la fai, ma io ragiono sempre dal punto di vista di chi viene ad ascoltarmi. Quella persona è uscita di casa, ha raggiunto il teatro e mi ha consegnato una parte del proprio tempo. Sento il dovere di restituirle il massimo, con energia e preparazione. Se poi una canzone, un’immagine o una frase accendono la curiosità e spingono qualcuno ad approfondire ciò che non conosceva, abbiamo ottenuto qualcosa in più. Anche questo significa fare cultura.»

Nel Salotto di Domanipress abbiamo ospitato Jacopo Fo e abbiamo immaginato quella Milano popolata da Enzo Jannacci, Dario Fo, Franca Rame, Giorgio Gaber, Alda Merini. Se fossero tutti seduti oggi allo stesso tavolo, cosa succederebbe?

«Trasformerebbero qualsiasi discussione in qualcosa di sorprendente. Oggi ci servirebbe un po’ della loro leggerezza, quell’ironia milanese spesso cinica che aiutava ad affrontare anche i momenti difficili. Me li immagino ancora così. Mio padre potrebbe rivolgersi a Giorgio chiamandolo “nasone”: “Allora, nasone, hai visto che giornata?”. E Giorgio magari starebbe dietro un muro a osservare tutto. Mio padre gli direbbe: “Ah, è vero, tu ti sei creato tutto un giro di giostre, di amici, di colori. Vabbè nasone, io torno a vedere mio figlio”. L’ironia jannacciana partiva spesso dalle piccole tragedie quotidiane e riusciva a farti sorridere mentre ti costringeva a riflettere.»

“Mi piacerebbe trovare una canzone intelligente”. Guardando oggi classifiche e playlist, quella frase sembra quasi più attuale di allora. È ancora possibile scriverla, una canzone intelligente?

«Sì. La domanda è: a che prezzo? A Cuba una volta mi dissero una frase che non ho dimenticato: abbiamo fatto una rivoluzione, ne siamo orgogliosi, abbiamo ottenuto determinate cose, ma a quale prezzo? Ogni scelta comporta un costo. Per un artista può essere quello dell’autocensura. Se prendi posizione su ciò che disturba o mette in discussione certi meccanismi, sai di esporti. Un tempo gli artisti erano anche come i giullari: potevano mostrare al principe i suoi difetti. Quello saggio rideva e magari imparava qualcosa; quello meno saggio faceva tagliare al giullare le mani o la testa.»

Quindi oggi il rischio è soprattutto l’autocensura?

«Sì. A un certo punto ti domandi metaforicamente: “Se mi tagliano le mani e la testa, che faccio?”. È lì che inizi a frenarti. Eppure la critica sociale appartiene al mestiere dell’artista. Nel mio piccolo la esercito insieme a Paolo Re, autore con cui collaboro da molti anni, sempre con educazione. Ogni tanto, però, ci guardiamo alle spalle chiedendoci se arriverà una mazzata. Il pericolo è rifugiarsi in un territorio “flat”: neutro, rassicurante, incapace di disturbare.»

E infatti molta musica contemporanea sembra scegliere formule più semplici, più immediate. È solo una questione di mercato?

«Non soltanto. Alla paura può aggiungersi la tentazione di andare sul sicuro. Bastano allora un quattro quarti, belle parole, pochi accordi e una formula innocua. Molti brani contemporanei sono belli, intendiamoci. Alcuni ricordano ninne nanne o carillon: funzionano, girano in loop, non stancano e possono sostenere poesie, racconti o storie. La differenza la fa ciò che quelle storie riescono a lasciare.»

Che cosa deve avere una storia per diventare davvero memorabile dentro una canzone?

«Deve stare al centro, mentre tutto il resto diventa quasi un accessorio. Mio padre riusciva a raccontare un uomo che perde la vita andando verso l’Idroscalo: fragile, debole, un barbone con le scarpe da tennis. Eppure era esattamente come noi e aveva persino una storia d’amore. È un racconto bellissimo. Oggi faccio più fatica a incontrare narrazioni di quella forza. Nel nuovo album ho lavorato proprio in questa direzione: persone, vicende, profondità. Senza fermarmi alla superficie.»

Prima hai detto una cosa molto netta: il pubblico non è mai colpevole.

«Lo penso davvero. È una lezione ricevuta da Dario Fo e da mio padre: non esiste un cattivo pubblico, esiste un cattivo artista. Quando sento dire “questa sera il pubblico non era ricettivo”, non mi convince. Probabilmente sei tu a non essere stato abbastanza interessante, significativo o efficace. Non puoi scaricare la responsabilità su chi ha scelto di venire ad ascoltarti.»

Nella vita di tuo padre arte e medicina hanno convissuto. Sembrano due mondi lontanissimi, ma in realtà quanto si somigliano?

«Moltissimo. Mio padre è stato medico e artista, ma alla base c’era una vocazione. I veri medici hanno piacere nell’aiutarti e sanno spiegarti con semplicità ciò che hai, senza farti percepire la fatica del loro lavoro. Agli artisti accade qualcosa di simile: quando sei sul palco e fai ciò che ami, lo sforzo quasi scompare agli occhi degli altri. La vocazione permette di attraversare la fatica.»

La medicina ha influenzato anche il modo in cui tuo padre guardava l’essere umano?

«Profondamente. Per mio padre era uno straordinario strumento per conoscere l’essere umano. Ha messo l’uomo al centro quasi come un poeta rinascimentale: le meraviglie insieme ai lati oscuri, ai peccati, alle fragilità e alle piccolezze. Molto della sua scrittura nasce dalla professione di medico. Io non lo sono, ma condivido quella curiosità per le persone. Mi interessa leggere un’espressione, un comportamento, una frase e andare oltre la superficie. Alla fine le domande essenziali sono poche: come la pensi davvero? Perché? Dove possiamo incontrarci? Quale risultato comune possiamo raggiungere?»

Se dovessi prescrivere una tua “medicina” al pubblico, probabilmente sarebbe il pianoforte. Quando hai iniziato a suonarlo?

«Prestissimo, avevo tre o quattro anni. Quando metti insieme un bambino di quell’età e un pianoforte può succedere di tutto. Lo strumento magari resiste a una martellata, ma quattro minuti nelle mani di un bambino possono bastare a disintegrarlo. Oppure potrebbe nascere Mozart. Io non sono assolutamente diventato Mozart. Continuo a studiare per essere all’altezza dei musicisti con cui suono, molti dei quali hanno studiato più di me. Ho però raggiunto una preparazione che mi consente di comunicare con chi ascolta, ed è ciò che conta.»

È stato sempre amore con il pianoforte?

«No. Ho iniziato da bambino e lo strumento è diventato presto una presenza costante, anche grazie alla fortuna di averlo in casa. A un certo punto l’ho persino odiato: l’ho abbandonato, sono passato al basso elettrico e ho attraversato altre fasi. Poi è arrivato un secondo innamoramento, quasi un ritorno a casa. Da molti anni è nuovamente il mio strumento fondamentale. Da piccolo mi insegnavano a suonare con leggerezza, senza appesantire ogni passaggio. Quella ricerca è rimasta. Il resto è studio continuo, perché non finisci mai di imparare.»

Chi sono oggi i compagni che condividono con te questo percorso?

«Daniele Moretto, Roberto Gualdi e Marco Ricci, oltre a Stefano Bagnoli, che scherzosamente definisco “in panchina” perché in questo momento sta suonando con Paolo Fresu, che saluto. Stefano per me è come un fratello. Con loro condivido questa splendida missione: lavoriamo insieme pensando al domani in maniera propositiva, anche quando le difficoltà non mancano.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Paolo Jannacci, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Dopo ogni notte buia arriva il giorno. Guardo al Domani con fiducia, anche se qualche volta devo impormelo perché ciò che accade intorno a noi rende difficile mantenere questa prospettiva. Le paure esistono e ne ho molte anch’io. A volte i demoni arrivano la sera sotto forma di incertezze, stanchezza, difficoltà e sensazioni più oscure, persino forme di depressione che tante persone conoscono. Ho scelto di portare anche questa parte sul palco perché non appartiene soltanto a me. Nel momento in cui racconti una paura, qualcuno può riconoscersi e sentirsi meno solo. La fragilità diventa allora un’occasione di condivisione e persino di recupero collettivo. Forse il nostro mestiere serve anche a questo: trasformare ciò che viviamo, comprese le parti più difficili, in qualcosa che possa appartenere anche agli altri. E continuare, nonostante tutto, a guardare al Domani.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite