«La mia voce è la mia casa, ma ogni canzone è un viaggio che non smette mai di sorprendermi.»

Basta un istante, una nota appena accennata, per entrare nel mondo sonoro di Mario Biondi. Un universo costruito negli anni con una precisione quasi artigianale, dove la voce – profonda, vellutata, riconoscibile tra mille – è solo il punto di partenza di un racconto molto più ampio. Perché Biondi non è soltanto un interprete: è un costruttore di atmosfere, un narratore musicale capace di tenere insieme tradizione e contemporaneità, radici italiane e respiro internazionale.

La sua storia affonda le radici nel soul più autentico, ma prende forma davvero con “This Is What You Are”, il brano che lo porta oltre i confini italiani, conquistando un pubblico globale e aprendo le porte a una carriera solida e riconoscibile. Da lì in poi, il suo percorso diventa una traiettoria coerente, fatta di album che dialogano con jazz, funk e R&B, sempre guidati da un’eleganza fuori dal tempo. Negli anni, Biondi ha costruito una rete di collaborazioni internazionali che raccontano meglio di qualsiasi biografia la sua statura artistica. Da Chaka Khan ad Al Jarreau, passando per musicisti legati agli Incognito e ai Brand New Heavies, ha condiviso studio e palco con alcune delle anime più autorevoli della musica black contemporanea. In Italia, il suo percorso si è intrecciato con artisti e professionisti di altissimo livello, contribuendo a definire un suono sofisticato e riconoscibile. Anche i riconoscimenti arrivano come naturale conseguenza di questa coerenza: dischi di platino, successi in classifica e un pubblico fedele che lo accompagna da oltre quindici anni. Album come “If” hanno segnato tappe importanti, confermando la sua capacità di coniugare qualità e successo senza compromessi. Ma più dei numeri, è la continuità del suo linguaggio musicale a raccontare la sua unicità: una cifra stilistica che non ha mai ceduto alle mode, restando fedele a un’idea precisa di musica d’autore. Con il suo ultimo progetto “Prova d’autore”, questo percorso trova una nuova, intensa evoluzione. Il titolo è già una dichiarazione: un ritorno alla scrittura, alla libertà espressiva, a una dimensione più intima e consapevole. È un lavoro che si muove tra riflessione e istinto, dove ogni brano sembra nascere da un’urgenza autentica, senza filtri. Le atmosfere soul e jazz restano centrali, ma si aprono a sfumature più personali, quasi confessionali. La sua voce resta protagonista, ma si fa più misurata, più consapevole, al servizio di un racconto che privilegia la verità emotiva rispetto all’impatto immediato. È un equilibrio sottile tra tecnica e sentimento, tra eleganza e vulnerabilità, che rende questo progetto uno dei più maturi della sua carriera. Un disco che non cerca di stupire, ma di restare. E proprio per questo, arriva più lontano. In questo nuovo capitolo emerge con forza anche una dimensione più riflessiva: la musica come spazio di ascolto, come possibilità di rallentare e ritrovare una connessione emotiva autentica, lontana dal rumore e più vicina all’essenza.

Abbiamo incontrato Mario Biondi nel Salotto di Domanipress per entrare dentro questo viaggio, tra musica, vita e quella continua ricerca che rende ogni sua canzone qualcosa di più di una semplice melodia.

Partiamo “in medias res” dalla tua voce. Tutti ti conoscono per quel timbro iconico, profondo, inconfondibile. Ma chi è Mario Biondi oltre quella voce?

«Credo che la voce rispecchi la vera personalità di una persona. Capire che voce hai è una ricerca importante, e richiede tempo. Non è detto che tu riesca a scoprirla subito. Io, per esempio, per anni sono stato affascinato dalle vocalità più chiare, tenorili, da tenore leggero. Ho inseguito quel tipo di suono, finché poi mi sono accorto di essere tutt’altro. Da lì ho iniziato davvero a costruire, a capire chi ero e cosa rappresentasse meglio la mia persona. La voce, in fondo, è anche una forma di identità.»

Oggi quella voce la ritroviamo in un nuovo progetto che è davvero una “Prova d’autore”, prendendo proprio il titolo del tuo album. In questo disco ti confronti con l’italiano in modo nuovo rispetto al passato. Come cambia la tua vocalità tra l’inglese e l’italiano?

«Indubbiamente alcune atmosfere, con la sonorità inglese, hanno un certo tipo di nuance. Anche le note, espresse in inglese, hanno un suono diverso. Però, avendo praticato per tanti anni il territorio anglofono, credo di aver acquisito una sonorità che oggi mi dà pace. Mi fa sentire in pace con me stesso anche quando canto in italiano. Mi conforta nel poter esprimere la mia vocalità in questo progetto, in questi brani, senza sentire la mancanza di qualcosa. È una sensazione personale, certo, ma ne vado fiero.»

In “Prova d’autore”, oltre alla scelta del linguaggio, c’è anche una scelta di tematiche molto intime. Ti racconti senza filtri, a partire da un dolore importante: la perdita di un amico.

«Sì, è un progetto che per me ha una valenza forte. Ho un po’ questa tendenza a mostrarmi nudo, fra virgolette naturalmente, perché ho abbastanza pudore da non farlo davvero. Però, a livello personale, mi piace essere normale. E come persona normale ho voluto raccontare le mie vicissitudini. Giuseppe è una di quelle persone che mi ha toccato tanto: mi ha voluto bene, mi ha dato input forti in momenti in cui non capivo neanche bene di quale malanno stessi soffrendo. Lui invece mi ha illuminato, mi ha fatto capire molte cose. Mi sembrava giusto tributargli una canzone, a lui e a tutti quelli che fanno la sua professione.»

Un altro brano molto significativz è “Tira sassi”, dove racconti l’idea di trasformare le critiche in qualcosa di costruttivo: con quei sassi, costruirsi una casa. Ti è capitato davvero di sentirti bersaglio?

«Credo di essere stato un target molto facile nella vita. Un po’ perché sono alto due metri, biondo, occhi azzurri – biondo una volta, oggi bianco – e sono sempre stato piuttosto al centro dell’attenzione. Quando sei al centro dell’attenzione, molto spesso vieni mirato. In alcuni momenti questo mi ha creato stress, ma la fortuna più grande è stata avere una famiglia con le spalle forti, larghe, che mi ha insegnato ad accettare, quando è possibile, con il sorriso. O anche a non accettare, ma sempre con il sorriso. Questo per me è stato fondamentale.»

Quindi quei “sassi” sono diventati davvero materiale per costruire qualcosa?

«Sì. Non ho mai avuto un carattere propriamente morbido, diciamo così. Sono cresciuto negli anni Ottanta, in Sicilia, in un periodo in cui dovevi farti un po’ di buccia. Nella canzone la strofa è quasi una sorta di brusio: ci sono voci che ti parlano, ti dicono cose, uno ti dice una cosa, un altro te ne dice un’altra. Poi alla fine arrivi a pensare: sapete cosa c’è, ragazzi? Io voglio rimanere quello che sono. Voi fate quello che volete, ci mancherebbe, io rispetto tutto e tutti, ma resto dove sono. E con le vostre sassate mi sono costruito una casa. E perfino dalle cose peggiori provo a farci un orto, un giardino. Non voglio prendere tutto come negativo.»

Dalla Sicilia all’America: quali sono i tuoi luoghi del cuore? Dove ti senti davvero a casa?

«Ci sono tanti posti che mi fanno sentire a casa, probabilmente perché in questi ultimi vent’anni ho girato moltissimo: oltre 50 Paesi con i concerti. Però sicuramente c’è la mia Sicilia, che ha un odore impagabile. Ha proprio un suo profumo, un suo odore che mi inebria. Sarà la combinazione tra la cenere lavica e il gelsomino notturno, ma ogni volta mi mette in pace con l’anima.»

Fin dagli esordi sei stato definito il “Barry White italiano”. Questa etichetta è stata una spinta o l’hai vissuta come qualcosa di riduttivo?

«In linea di massima, all’inizio l’accostamento era ai grandi della musica: era Sinatra, tant’è che la BBC scriveva “Sinatrian voice”. Poi, tornando in Italia, è diventato Barry White. Negli anni Novanta avevo anche un amico, in Toscana, che mi chiamava “Mario Bolton”. In fondo sono etichette che servono a raccontare che tipo di persona sei, a identificarti. Sei su uno scaffale e qualcuno deve trovarti: “quello con la voce un po’ così”, “quello altissimo con la barba”. È un modo come un altro per incasellare qualcuno e ricordarselo. “Sai quel cantante con la voce bassa, tipo Barry White?” “Ah, Mario Biondi”. Ecco, funziona così.»

Mario, giochiamo con i numeri: l’altezza l’abbiamo già detta ed è importante. La tracklist del tuo album conta 20 brani, moltissimi in un’epoca in cui i progetti viaggiano spesso per singoli. E poi ci sono i tuoi figli: praticamente 10. Ma tu dormi mai?

«Cerco di dormire più possibile. Ammetto che i piccolini mi fanno un po’ tribolare, soprattutto la notte, perché mi si buttano addosso e non mi fanno dormire. Però sì, dormo, dormo. Sono fortunato e adoro quello che faccio: seguire la mia famiglia, i miei figli, fare musica. Sono direi il mio unico investimento nella vita. A parte qualche auto d’epoca che ogni tanto coltivo e cerco di sistemare insieme ai miei figli, anche quello è diventato un gioco familiare. Per il resto non ho altre divagazioni: musica e famiglia.»

Con dieci figli significa anche interfacciarsi con generazioni diverse. Come riesci a dialogare con loro? E quanto questo ti aiuta anche a essere trasversale nella musica, visto che ai tuoi concerti arrivano pubblici molto diversi?

«È vero, e sono molto contento di vedere questa trasversalità, di incontrare generazioni differenti. Il dialogo con le altre generazioni però non è mai semplice. Talvolta non c’è proprio, anche per periodi lunghi, soprattutto quando arriva l’adolescenza o la fine dell’adolescenza. È un momento in cui il dialogo diventa difficile. Con gli anni ho imparato ad accettarlo. Le prime volte la prendevo male: “Ma perché mio figlio non parla con me? Dove vai? Perché sei sparito?”. Poi ho imparato ad allontanarmi un attimo, e per fortuna spesso sono arrivati ritorni felici al dialogo. Qualche volta anche con qualche ammissione di colpa, mia o loro, dipende dalle occasioni.»

Oggi, soprattutto per i più giovani, crescere figli sembra diventato un atto di coraggio. Tu come lo vivi?

«Mettere al mondo un essere vivente credo sia l’apoteosi dell’impegno morale, sociale, civile e personale. È una cosa enorme. Poi qualcuno si nasconde dietro il denaro: prima dobbiamo avere la casa, prima dobbiamo avere questo, prima quello. Ma la verità è che i nostri nonni hanno messo al mondo sette, dieci, dodici figli, e spesso non avevano nulla. Non è che fossero incoscienti. La vita è già di per sé una dimostrazione di coscienza incredibile. Mettere al mondo un figlio, amare una compagna, una donna, una moglie, arrivare a pensare di generare un’altra vita oltre te: è una cosa immensa. Credo che le nuove generazioni abbiano spesso un sanissimo timore, una paura, e forse è anche un bene. Ma quando c’è davvero un amore forte, una delle prime cose che succede è pensare a mettere al mondo un figlio.» 

Le tue canzoni e la tua voce predispongono spesso a un immaginario romantico. Se si organizza una cena, basta un tuo brano e l’atmosfera cambia. Nel tempo, com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore e con lo scrivere d’amore?

«Il mio approccio con l’amore è maturato, assolutamente. A venti, venticinque anni, quando ho avuto il mio primo figlio, non ero preparato come sono oggi. Poi non sei mai completamente a fuoco, ma oggi lo sono molto di più. Il mio rapporto con l’amore è più sano, più lucido. Oggi riesco anche ad aiutare di più la mia compagna, mia moglie. A venticinque anni invece combattevo contro i mulini a vento e spesso non ero preparato a portare la mia compagna e la mia famiglia verso una via sana. Poi cominci a sbagliare, cominci a perderti, e purtroppo le relazioni finiscono. È un problema grande per tutti: per i figli, per la coppia, per la donna, per te stesso. Oggi sono più tranquillo, più sereno. Ho la testa un po’ più a fuoco.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Mario Biondi, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Il Domani è quello che costruiamo oggi. L’oggi è quello che abbiamo costruito ieri. Sicuramente i nostri pensieri devono depurarsi sempre di più da qualsiasi scoria accumulata nel passato, perdonandoci e dandoci la possibilità di perdonare anche gli altri.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.