«La felicità non è quando tutti iniziano a conoscerti. È quando continui a riconoscerti tu. Se il successo ti costringe a diventare un’altra persona, allora il prezzo è troppo alto. Per me la musica resta un posto in cui essere libero, non un modo per dimostrare qualcosa agli altri.»
Certe storie sembrano nascere dal caso. In realtà sono il risultato di anni di lavoro silenzioso, di ostinazione e di fiducia nel proprio talento. È il caso di Leonardo De Andreis, uno degli artisti rivelazione del 2026. Dopo aver pubblicato “Soltero” quasi in sordina alla fine del 2024, il brano è esploso improvvisamente durante le festività natalizie, trasformandosi in un fenomeno virale con oltre 30 milioni di visualizzazioni su TikTok in una sola settimana, migliaia di video realizzati dagli utenti, la conquista della Viral 50 Italia di Spotify e le condivisioni di artisti come Alfa, Tedua, Sarah Toscano, Serena Brancale e molti altri. Un successo nato spontaneamente, senza strategie costruite a tavolino, che ha riportato sotto i riflettori un talento che non aveva mai smesso di credere nella propria musica. Classe 2001, originario di Pomezia, Leonardo De Andreis convive fin dalla nascita con una disabilità motoria, ma ha sempre raccontato la musica come la sua più grande forma di libertà. Il grande pubblico lo scopre nel 2018 grazie a Sanremo Young, il talent di Rai 1 condotto da Antonella Clerici, dove conquista il terzo posto, dimostrando una personalità artistica già ben definita. Da quel momento continua a scrivere, produrre e pubblicare musica, affinando uno stile personale capace di unire immediatezza pop e contenuti autentici. Oggi apre un nuovo capitolo con “Hotel Chill”, un singolo che segna un’evoluzione evidente. Sonorità soul, una scrittura più matura e un messaggio che invita ad andare oltre il fascino del lusso ostentato e delle apparenze per riscoprire ciò che conta davvero: la libertà di essere se stessi e una felicità che non dipende dal consenso degli altri. L’abbiamo incontrato al Salotto di Domanipress per ripercorrere il viaggio che lo ha portato dal palco di Sanremo Young al boom di TikTok, parlare del successo improvviso di “Soltero”, del nuovo singolo “Hotel Chill”, del rapporto con i social, delle sfide che attendono un giovane artista e di quella ricerca di autenticità che, oggi più che mai, rappresenta il suo tratto di riconoscimento.
Nel tuo percorso artistico è accaduto qualcosa di straordinario: il singolo “Soltero” ad un anno dalla sua pubblicazione è diventato virale su TikTok, raggiungendo circa 40 milioni di visualizzazioni…A questo si sommanno ricondivisioni, cover e uba pioggia di like. Tutti cantano Soltero…cosa ci hai messo dentro per riuscire a coinvolgere così tante persone?
«Sai, scrivendolo sono andato dritto al punto; ho cercato di parlare di una dinamica e di una tematica che mi stanno molto a cuore: la necessità di stare lontani dalle relazioni che possono farci male. Vale sia per le amicizie sia per le relazioni sentimentali. A volte è davvero meglio rimanere “solteri” piuttosto che restare legati a qualcuno che ci fa stare male. Ho però cercato di raccontare tutto questo nella maniera più ironica e leggera possibile, anche perché mi piace far ballare le persone attraverso la mia musica. Allo stesso tempo, però, mi interessa anche portarle a riflettere su tematiche importanti. Ho cercato quindi di creare questa combinazione tra divertimento e riflessione.
All’inizio il pezzo è passato quasi inosservato…poi cosa è accaduto?
Inizialmente il brano non aveva funzionato particolarmente bene. Poi, improvvisamente, è arrivato questo grandissimo regalo. Il pubblico ha iniziato a ricondivierlo e ascoltarlo. Sono ancora oggi molto grato per tutto quello che sta accadendo e per l’affetto che ho ricevuto grazie a questa canzone. Per me è davvero incredibile.» 
Il pubblico ti ha conosciuto attraverso Sanremo Young, ma la vera esplosione è arrivata con “Soltero”, diventato virale su TikTok e capace di raggiungere decine di milioni di visualizzazioni. Che cosa hai voluto raccontare con questo brano?
«Con questo brano ho cercato di parlare di una dinamica e di una tematica che mi stanno molto a cuore: quella di stare lontani dalle relazioni che possono farci male. Vale sia per le amicizie sia per le relazioni sentimentali. A volte è davvero meglio rimanere “solteri” piuttosto che restare in una relazione capace di farci soffrire. Ho però cercato di affrontare questo tema nella maniera più ironica e leggera possibile, anche perché mi piace far ballare le persone attraverso la mia musica. Allo stesso tempo, però, mi interessa anche portarle a riflettere su argomenti importanti. Ho cercato quindi di creare questa combinazione tra divertimento e riflessione.»
All’inizio, però, “Soltero” non aveva ottenuto immediatamente il riscontro che poi sarebbe arrivato. Come hai vissuto quel passaggio?
«Inizialmente il brano non aveva funzionato particolarmente bene. Poi, improvvisamente, è arrivato questo grandissimo regalo. Sono ancora oggi molto grato per tutto quello che sta accadendo e per l’affetto che ho ricevuto grazie a questa canzone. Per me è davvero incredibile.»
Ricordi il momento preciso in cui hai capito che qualcosa stava realmente esplodendo?
«In quel momento non riuscivo proprio a spiegarmelo, anche perché avevo già ripubblicato quel video diverse volte e inizialmente non era accaduto nulla di particolare. Successivamente ho capito che forse era stato proprio quel ritornello, quei famosi ventidue secondi di video, a fare la differenza. Le persone hanno iniziato a cantarlo, a riconoscersi in quelle parole e ad affezionarsi al brano. Da lì è nato tutto quello che è successo.»
Che cosa pensi abbia reso proprio quel ritornello così riconoscibile?
«Credo che sia stato il modo diretto in cui arrivava alle persone. Quei ventidue secondi erano immediati, facili da ricordare e capaci di entrare subito nella testa. Quando la gente ha iniziato a cantare il ritornello e a riproporlo, ho capito che si era creato un legame reale con il pubblico.»
Nella tua storia ritorna spesso l’immagine di te bambino davanti alla televisione, folgorato da Michael Jackson. Prima di quel momento, quale rapporto avevi con la musica?
«Ero già appassionato di musica. Ascoltavo musica classica e i grandi artisti della musica italiana. La musica era quindi già presente nella mia vita ed era sempre stata una colonna portante, anche prima di scoprire Michael Jackson.»
Da bambino, però, immaginavi per te anche altre strade nel mondo dello spettacolo.
«Sì, prima ancora di scoprire Michael Jackson volevo fare l’attore oppure il conduttore radiofonico. In realtà non utilizzavo questa espressione: dicevo semplicemente che volevo essere “quello che mette le canzoni in radio”. Quella era una delle mie grandi passioni.»
Quando Michael Jackson è diventato qualcosa di più di un semplice idolo?
«Quando l’ho visto ho pensato: “Io devo assolutamente fare questo nella vita”. È stato il momento in cui ho iniziato a coltivare davvero l’idea che la musica potesse diventare anche un mestiere. Da quel momento mi sono impegnato e ho iniziato a studiare.»
Quanto conta lo studio in un percorso artistico come il tuo?
«Conta moltissimo. Non nascondo di avere ancora tanto da imparare e di essere ancora inesperto sotto molti punti di vista. Ho già affrontato un percorso di studi, ma credo che non si smetta mai di imparare. Continuo quindi a lavorare, studiare e migliorarmi affinché questo sogno possa realizzarsi pienamente.»
Dopo “Soltero” è arrivato “Hotel Chill”, un titolo che richiama immediatamente un’atmosfera rilassata e apparentemente spensierata. È davvero solo una canzone sul desiderio di fermarsi?
«No, perché in questo brano ho voluto mascherare attraverso l’idea del “chill” un messaggio diverso. Il titolo può far pensare semplicemente al rilassarsi, al restare sdraiati e al godersi il momento, ma il vero significato della canzone è quello di non lasciarsi abbagliare dal lusso e dalle apparenze.»
Perché hai scelto di nascondere un messaggio così preciso dietro un’immagine tanto leggera?
«Perché mi piace partire da qualcosa di immediato, ironico e riconoscibile per poi portare chi ascolta verso una riflessione più profonda. La leggerezza, secondo me, può essere un modo molto efficace per parlare anche di temi che leggeri non sono affatto.»
Nei tuoi brani ritorna spesso questa doppia dimensione: da una parte il desiderio di far ballare, dall’altra quello di raccontare le contraddizioni del presente. È una scelta consapevole?
«Credo di avere un’esigenza innata di esprimere quello che provo e quello che sento, anche in relazione a determinati temi. Non so nemmeno io perché, ma sento il bisogno di trasformare queste riflessioni in musica. Da una parte nasce in me la voglia di strappare un sorriso alle persone, di farle ballare e cantare. Dall’altra desidero che possano rispecchiarsi nei miei testi e magari trovare al loro interno anche uno spunto di riflessione.»
Ti senti investito di una responsabilità nei confronti di chi ti ascolta?
«Naturalmente non sono nessuno per dire agli altri che cosa devono pensare o per pretendere di farli riflettere. Sono riflessioni che faccio prima di tutto per me stesso. Tuttavia, quando vedo che ciò che scrivo ha una ricaduta positiva anche sugli altri, questa cosa mi fa davvero molto piacere.»
Il tuo successo è legato anche a una nuova modalità di fruizione della musica. TikTok ha avuto un ruolo centrale nella diffusione dei tuoi brani. Quanto senti di appartenere a questa generazione digitale?
«Appartengo a una generazione abituata a utilizzare e gestire i social, quindi mi trovo abbastanza bene e mi sento a mio agio all’interno di queste piattaforme.»
Il tuo rapporto con i social, però, sembra molto selettivo.
«Sì, perché credo che oggi sia necessario fare molta attenzione al modo in cui ci si rapporta ai social, ai contenuti che si pubblicano e al modo in cui ci si espone. Io tengo particolarmente a far ascoltare la mia musica e utilizzo i social principalmente per questo.»
Non ami quindi trasformare la tua quotidianità in un contenuto permanente.
«Non sono solito pubblicare storie che non abbiano nulla a che vedere con la musica o condividere continuamente scene della mia vita quotidiana. Personalmente non amo molto questo tipo di esposizione. Preferisco concentrarmi sulla musica e su tutto ciò che è collegato al mio percorso artistico.»
Che valore riconosci comunque alle piattaforme digitali?
«Penso che i social rappresentino un’ottima possibilità e un importante trampolino di lancio per chi desidera far conoscere il proprio lavoro, che si tratti di musica, recitazione, pittura o qualsiasi altra forma d’arte. Bisogna però prestare sempre attenzione a ciò che si pubblica e al modo in cui ci si presenta.»
Oggi è più importante saper cantare oppure saper comunicare?
«Credo sia necessario saper fare entrambe le cose. Bisogna saper comunicare, perché la comunicazione è fondamentale, ma bisogna anche possedere una preparazione musicale.»
La tecnica vocale, quindi, da sola non è sufficiente.
«Non parlo necessariamente soltanto di tecnica vocale. È importante avere una formazione che permetta di rapportarsi in maniera consapevole alla musica e, attraverso di essa, riuscire a comunicare.»
Per te la comunicazione musicale può esistere anche senza un testo?
«Assolutamente sì. La comunicazione non passa obbligatoriamente attraverso le parole. Si può comunicare anche attraverso il suono. Se produco un brano dance pensato per far ballare, sto comunque comunicando un messaggio: sto dicendo all’ascoltatore di rilassarsi e lasciarsi andare.»
Quanto possono raccontare il ritmo e la produzione?
«Possono raccontare moltissimo. Comunico attraverso il ritmo e potrei farlo anche soltanto con una composizione strumentale, evocando emozioni senza doverle necessariamente spiegare attraverso un testo.»
Tu, però, senti comunque il bisogno delle parole.
«Sì, personalmente amo inserire anche dei contenuti testuali, perché scrivere è uno dei modi che utilizzo per esprimermi. Allo stesso tempo mi appassiona moltissimo anche la produzione musicale e tutto ciò che riguarda la cura del suono e dell’arrangiamento.»
Nei tuoi brani si percepisce una particolare attenzione alla produzione. Qual è stata la tua formazione in questo ambito?
«Ho studiato musica elettronica e, proprio per questo motivo, sono forse maggiormente orientato verso il digitale.»
Questo significa che ti senti distante dal mondo analogico?
«No, assolutamente. Se guardiamo a grandi produttori come Quincy Jones, possiamo osservare come abbiano realizzato lavori straordinari all’interno di un mondo completamente analogico. Quincy Jones ha lavorato con Frank Sinatra e ha prodotto il mio idolo, Michael Jackson.»
Dall’altra parte, però, esistono artisti che hanno costruito una nuova idea di produzione attraverso il digitale.
«Certo. Possiamo pensare ai Daft Punk, che sono stati pionieri di una determinata forma di produzione caratterizzata da una matrice molto più digitale.»
Qual è allora il tuo punto di equilibrio tra questi due mondi?
«Non mi considero esclusivamente dalla parte dell’analogico o da quella del digitale. Credo nel connubio tra le due dimensioni, perché nella musica servono sia la matrice analogica sia quella digitale.»
Oggi si parla sempre più spesso anche di intelligenza artificiale applicata alla musica. Come guardi a queste nuove tecnologie?
«Le considero strumenti che possono entrare all’interno del processo creativo, ma credo che debbano sempre essere utilizzati con consapevolezza. La tecnologia può offrire possibilità interessanti, ma non deve sostituire la preparazione, la sensibilità e l’identità dell’artista.»
Dopo il successo e il clamore mediatico, com’è cambiata concretamente la tua vita quotidiana?
«Parto sempre da un pensiero: così come tutto questo è iniziato, potrebbe anche finire. Per questo motivo sarebbe inutile montarsi la testa.»
Che cosa ti aiuta a mantenere i piedi per terra?
«Il fatto di ricordare che tutto quello che è arrivato è nato dal lavoro e dall’impegno. Non bisogna mai smettere di imparare, di studiare e di impegnarsi.»
Qual è stato invece il cambiamento più bello?
«La mia vita è cambiata soprattutto in positivo, perché sto ricevendo moltissimo affetto dalle persone. Questa è una cosa che mi gratifica profondamente.»
Quanto conta il legame con il pubblico?
«Le persone che ascoltano la mia musica sono quelle con cui si crea un legame. Il rapporto tra l’artista e il pubblico è un pilastro imprescindibile ed estremamente importante.» 
Ti aspettavi una partecipazione così intensa da parte di chi ti segue?
«No, ed è proprio questo a rendere tutto ancora più emozionante. Sono grato, uno per uno, a tutti coloro che mi ascoltano. Quello che mi regalano ogni giorno è qualcosa di immenso. Posso dire che la mia vita è cambiata in meglio perché oggi ricevo molto più affetto.»
Tra i tanti messaggi ricevuti, ce n’è uno che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
«Non c’è soltanto un commento, ma ce ne sono diversi che appartengono tutti allo stesso tipo di messaggio.»
Quali sono le parole che ti colpiscono di più?
«Sono quelle in cui le persone mi scrivono: “La tua canzone mi ha migliorato la giornata”, oppure: “Avevo bisogno di questa canzone, grazie”.»
Perché questi messaggi hanno un valore così grande per te?
«Perché rappresentano esattamente lo scopo della mia musica. Utilizzo le canzoni anche per far sorridere le persone e per riuscire a lasciare qualcosa di positivo.»
È quello il momento in cui senti di aver raggiunto davvero il tuo obiettivo?
«Sì. Quando mi accorgo che questa positività è arrivata, penso che il mio obiettivo sia stato raggiunto. In quei momenti mi sento veramente soddisfatto e ringrazio profondamente tutti.»
Dopo averci “ossessionati” positivamente con “Soltero”, qual è invece il brano di un altro artista che continui ad ascoltare senza mai stancarti?
«C’è un brano che ascolto davvero molto spesso. È tratto dall’ultimo album di Olivia Rodrigo e si intitola “Maggots for Brains”. Lo ascolto continuamente, quasi a rotazione.»
È diventato una sorta di brano-amuleto?
«Sì, è uno di quei brani che ritornano continuamente. In passato ascoltavo molto anche “Mr. Brightside” dei The Killers. Sono canzoni che puoi ascoltare in maniera quasi ossessiva senza stancarti mai.»
Qual è, invece, il luogo ideale in cui ascoltare “Hotel Chill”?
«Secondo me “Hotel Chill” è una canzone molto estiva. Non so esattamente perché, ma mi trasmette una forte sensazione d’estate.»
L’hai scritta pensando a un possibile tormentone estivo?
«No, non l’ho scritta con l’intenzione di creare un tormentone estivo, però penso che sia perfetta per questa stagione.»
Qual è l’immagine che associ più naturalmente alla canzone?
«La immagino mentre si è sdraiati su un lettino, magari bevendo un bel milkshake al cioccolato oppure alla fragola. Quello, secondo me, è il mood ideale per ascoltare “Hotel Chill”.»
C’è anche un’altra situazione in cui pensi possa funzionare particolarmente bene?
«Credo che sia perfetta anche da ascoltare mentre si cucina.»
A proposito di cucina: te la cavi ai fornelli?
«No, non so assolutamente cucinare. Il massimo che riesco a preparare è un toast freddo. Nemmeno particolarmente elaborato.»
Possiamo almeno considerarlo un abbinamento ufficiale con “Hotel Chill”?
«Assolutamente sì. La combinazione composta da toast freddo, bibita ghiacciata e “Hotel Chill” può sicuramente funzionare.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Leonardo De Andreis, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Per me il Domani dovrebbe essere pieno di musica, sorrisi e benessere per tutti. Spero davvero che possa essere così. La mia paura più grande, forse banalmente, è quella di dimenticare un mio testo mentre canto dal vivo.Il mio più grande desiderio, invece, è riuscire un giorno a realizzare un concerto nei palazzetti. Spero che possa accadere presto.»











