«La musica non ci protegge dalla realtà. Ci attraversa, ci mette a nudo e, qualche volta, ci salva.»
In un panorama musicale sempre più dominato dalla velocità e dall’omologazione, con queste parole, Dolcenera continua a incarnare un’anomalia preziosa. Artista istintiva, sofisticata e profondamente riconoscibile, ha costruito negli anni un percorso lontano dalle scorciatoie del pop più prevedibile, scegliendo invece la traiettoria più complessa: quella della ricerca artistica, della libertà espressiva e di una coerenza mai sacrificata alle logiche del consenso.
Fin dal debutto al Festival di Sanremo 2003, dove conquistò pubblico e critica con “Siamo tutti là fuori”, la cantautrice pugliese ha imposto una cifra stilistica personale fatta di pianoforte, tensione emotiva e una scrittura capace di oscillare continuamente tra inquietudine e delicatezza. Una voce graffiante e teatrale, la sua, che negli anni è riuscita a sottrarsi alle mode senza mai perdere contemporaneità. Brani come “Mai più noi due”, “Com’è straordinaria la vita”, “Il mio amore unico” e “Ci vediamo a casa” non appartengono soltanto alla memoria recente della musica italiana, ma raccontano anche il cammino di un’artista che ha trasformato il vissuto personale in materia narrativa universale. Le sue canzoni parlano di desiderio, fragilità, relazioni imperfette e identità emotive, restituendo fotografie lucidissime delle nostre vulnerabilità contemporanee. Più che rincorrere il successo facile, Dolcenera ha sempre dato l’impressione di inseguire qualcosa di molto più raro: l’autenticità. Ed è probabilmente questa ostinata fedeltà a sé stessa ad averla resa, nel tempo, una delle figure più eleganti e indipendenti del panorama italiano. Nei suoi lavori convivono cantautorato, sperimentazione elettronica, energia rock e sensibilità melodica, in un equilibrio che continua a sfuggire alle definizioni. Ad aprire oggi un nuovo capitolo del suo percorso artistico è “My Love”, il singolo che anticipa il prossimo progetto discografico. Un brano intenso e quasi cinematografico, dove il pianoforte dialoga con sonorità elettroniche e atmosfere sospese, trasformando una storia sentimentale in una riflessione più ampia sull’urgenza di restare umani, autentici e vulnerabili. L’abbiamo incontrata nel Salotto di Domanipress per parlare di musica, identità, libertà creativa e di quella necessità, oggi sempre più rara, di continuare a sentire davvero.
Dolcenera, partiamo dal tuo nome artistico. Anche oggi, convivono in te due poli opposti che sembrano abitare anche la tua musica.
«Sì, è vero. A parte il fatto che Dolcenera viene da una canzone di Fabrizio De André, l’ho scelto perché coincide molto con il mio carattere. Io ho un lato quasi da figlia dei fiori, legato alla terra, alla pace, al “peace and love”. Mi appartengono i suoni primordiali, le percussioni tribali, certe culture musicali antiche. Poi però c’è un’altra parte di me che si stacca completamente, sale verso il Nord Europa: è il lato inquieto, quello che arriva dal rock. Non so perché, ma convivono entrambi dentro di me. E nella mia produzione artistica sono presenti in maniera molto evidente».
Due anime che si ritrovano anche nei tuoi ultimi brani: prima “Calliope (Pace alla luce del sole)”, poi “My Love”.
«Esattamente. “Calliope” era un brano tutto legato alla pace, alla condivisione, alla luce. “My Love”, invece, nasce dal desiderio di reagire a una situazione che quella pace non ce la permette. Sono due facce della stessa medaglia. Cambia il linguaggio: lì c’era una dimensione più pacifica, qui c’è il rock, c’è una forma di protesta».
“My Love” sembra parlare anche del nostro rapporto con i social: vite sempre esposte, trasformate in spettacolo, quasi in prodotto.
«Credo sia una delle sensazioni più comuni del nostro tempo: quel vuoto che arriva quando continui a scrollare il telefono e assisti allo spettacolo del mondo. Solo che è uno spettacolo costruito sulle vite degli altri, anche quelle più semplici, rese perfette, edulcorate, magnifiche. E nello stesso tempo la parte più brutta del mondo ci viene riproposta in maniera ossessiva. È un flusso continuo di immagini, un’estremizzazione permanente. Il nostro cervello non è fatto per reggere tutto questo. E infatti reagiamo con l’ansia».
Nel brano sembra esserci un rifiuto: “io non brucerò”, non mi consegno a questo sistema. Artisticamente ti sei mai sentita bruciata?
«No, mai. Semmai ho sempre avuto un rapporto complicato con il mondo dello spettacolo. Per il lavoro che faccio dovrei amarlo moltissimo, invece non è mai stato così. La parte dello spettacolo l’ho sempre detestata, perché vi trovavo verità solo in pochissimi momenti. Amavo Celentano quando faceva “Fantastico”, quello spettacolo che rompeva gli schemi e cercava una sincerità estrema. Io ho sempre portato avanti la mia musica con dignità, senza piegarmi alle regole scritte, non scritte, visibili e soprattutto invisibili. Naturalmente con tutte le conseguenze del caso».
Eppure, nella tua carriera, hai attraversato anche la televisione: da Music Farm a The Voice, fino a Pechino Express. Le rifaresti tutte queste scelte?
«Se guardo al mio percorso, dal 2003 a oggi, in realtà ho fatto poche cose televisive: Music Farm nel 2005, The Voice nel 2016, Pechino Express. Pechino è stata un’esperienza meravigliosa, mi ha aperto il cuore e l’anima. Non è un talent dove sei in cattività e cercano il peggio di te: è un viaggio in cui ti metti in comunione con il mondo. Vivere quei luoghi in modo selvaggio, sincero, senza telefono, è stato bellissimo».
Music Farm invece è stata più difficile?
«Sì, perché ero molto giovane. Stare cinque mesi chiusa, sempre in onda, senza uscire, per me è stato strano. L’ho superata, certo, però credo abbia aumentato il mio distacco dalla parola “spettacolo”».
Anni fa hai fatto un esperimento sorprendente, rileggendo la trap con il tuo linguaggio musicale. Pensi che potrebbe esserci una seconda parte?
«La trap allora non era ancora mainstream. In qualche modo l’ho portata nella discussione pubblica, facendone delle cover, anche con Young Signorino e Lazza. In quel momento successe quella cosa che oggi si definirebbe “spaccare Internet”. E infatti alcune aziende mi proposero di diventare una specie di creator. Ma io ho detto no».
Perché?
«Perché non riesco a ripetere una cosa solo perché funziona. “My Love” parla anche di questo: degli schemi. Se vuoi fare il cantante devi fare playback su TikTok, se vuoi ballare devi ballare anche se non sai farlo, e se una cosa funziona devi ripeterla. Io invece, quando una cosa funziona, non riesco a rifarla uguale. Devo mettermi alla prova. Anche la trap, a un certo punto, per me si era esaurita: sentivo artisti che si somigliavano tutti. E quando mi scoccio, non faccio più quella cosa».
C’è un tuo brano che ormai appartiene alla memoria collettiva: “Com’è straordinaria la vita”. Quando riesci ancora a dirlo davvero?
«Io vivo sempre dentro un equilibrio tra yin e yang. Un giorno ti senti in un sogno, il giorno dopo all’inferno. Quando dico “com’è straordinaria la vita” lo faccio dentro questo contrasto, non fuori. Ultimamente, devo essere sincera, l’ho vista più in negativo. Altrimenti non sarei rimasta ferma per quattro anni. Guardavo la società evolversi e comunicare in un modo che non sentivo mio. “My Love” nasce anche da lì, da una reazione, da una protesta».
Con il tempo la vita diventa più o meno straordinaria?
«Dipende da quanto guardi. Più guardi certe dinamiche, meno ti sembra straordinaria. Se ti concentri sui massimi sistemi, sulle gerarchie mondiali, su tutto quello che non puoi controllare, ti deprimi. Devi riuscire a guardare il fatto che oggi stai bene, che c’è il sole, che stai facendo qualcosa di positivo. Devi allenarti a vedere il lato buono».
Quasi una forma di mindfulness.
«Sì. Il cervello va educato. Se continui a pensare di essere un fallito, ti sentirai sempre più fallito. Se invece riconosci le cose belle che fai, piano piano il cervello si abitua. Non è sempre tuo complice: spesso ti protegge, e per proteggerti ti fa vedere prima i rischi che le possibilità».
Quando sei arrivata al successo, che cosa ti diceva la testa? Era destino, talento, volontà?
«Io vibravo, ma vibravo soprattutto nella parte artistica. Non vibravo rispetto al contorno dello spettacolo. E infatti, negli anni, sono stata più assente proprio lì: nel sistema, nelle relazioni giuste, nelle dinamiche dello show business. Artisticamente, però, penso di essere stata fedele alla mia natura. Ho raccontato temi sociali anche quando non erano di moda: l’ambiente, la pace, la guerra. Ho sempre cercato di fare musica vera, scritta, suonata, pensata».
Forse è anche questo che ti ha tenuta un po’ fuori da certi meccanismi?
«Sì. Ho fatto la mia musica, ma non ho creato sinergie con il sistema e con le persone più giuste. Questo mi ha lasciata un po’ più ai margini. È la verità».
Un tuo album si intitolava “Evoluzione della specie”. Oggi quella evoluzione è andata avanti o siamo tornati indietro?
«Stiamo andando avanti, ma in un modo che spesso non rispetta la vera natura dell’essere umano, che è la condivisione reale. La vita digitale va ponderata e regolamentata, altrimenti crea estremismo. E l’estremismo della comunicazione arriva poi più in alto, fino alla politica. Se perdiamo la buona educazione, perdiamo anche la politica. Per questo bisogna regolare i grandi colossi social: il nostro sviluppo come persone e come collettività dipende anche da quello».
Gli haters ti hanno mai ferita?
«Sì. Durante Pechino Express, per esempio. C’erano persone che scrivevano che cantavo troppo, che davo fastidio. Non capivano che era un montaggio: tre giorni condensati in due ore. All’inizio mi feriva, perché non ero abituata a quel tipo di esposizione. Poi ho capito che chi scrive con quella violenza spesso sta male. Le persone serene mettono un cuoricino e vanno avanti. Il problema è che poi si dà credibilità a un sistema che credibilità non ne ha».
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Dolcenera, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Se devo lasciare un messaggio per il Domani, scelgo due parole: moderazione e singolarità. Moderazione nel linguaggio, nei toni, nel modo in cui comunichiamo. Credo che abbiamo bisogno di tornare ad ascoltarci di più e a urlare di meno. E poi singolarità. Mi piacerebbe che le persone smettessero di rincorrere modelli identici e trovassero il coraggio di essere sé stesse. La mia paura è che finiamo per assomigliarci tutti. La mia speranza è esattamente l’opposto: un futuro in cui ciascuno riesca a trovare la propria voce e a difenderla.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite










