«Non mi interessa essere accettata da tutti. Mi interessa che chi ascolta la mia musica trovi il coraggio di essere sé stesso, senza chiedere il permesso a nessuno.»
Poche artiste hanno saputo cambiare le regole del rap italiano con la stessa determinazione di Chadia. Nata in Spagna da genitori marocchini e cresciuta tra culture diverse, ha imposto fin dai suoi esordi un linguaggio diretto, provocatorio e autentico, portando nella scena urban italiana una voce femminile capace di rompere stereotipi e convenzioni.
Dai primi successi di “Fumo Bianco” e “Bitch 2.0” fino al Disco d’Oro conquistato con “Bella così” insieme a Federica Carta, passando per il talk “Sex, Lies and Chadia” e l’omonimo libro pubblicato da Baldini+Castoldi, il suo percorso racconta quello di un’artista che non ha mai avuto paura di affrontare temi scomodi. Con il suo manuale dedicato all’educazione affettiva e sessuale, realizzato con il supporto di psicologi e sessuologi, ha scelto di parlare alla Generazione Z senza moralismi, affrontando con naturalezza argomenti spesso considerati tabù.
Il 2026 segna un nuovo capitolo con “No Stop”, il singolo prodotto da E-The-Hot e Shablo, accompagnato da un videoclip ambientato in Marocco, il Paese delle sue origini. Un lavoro che va oltre la musica e diventa un viaggio tra identità, appartenenza e libertà, trasformando luoghi, volti e ricordi in un racconto contemporaneo capace di parlare a un’intera generazione. Un brano che conferma la maturità di un’artista ormai lontana dalle etichette con cui era stata raccontata agli inizi della carriera e che anticipa un’estate intensa, con oltre cinquanta concerti in programma e la partecipazione a festival internazionali come lo Sziget Festival di Budapest. Tra musica, scrittura, televisione e una continua ricerca personale, Chadia continua a dimostrare che provocare, per lei, non è mai stato un fine, ma uno strumento per aprire conversazioni che troppo spesso restano in silenzio. L’abbiamo incontrata nel nuovo appuntamento de’ Il Salotto di Domanipress per parlare del significato di “No Stop”, del rapporto con le proprie radici, della sua crescita artistica e personale, del coraggio di esporsi senza filtri e di tutto quello che ancora vuole conquistare.
Il tuo nuovo singolo “No Stop” sembra raccontare una nuova consapevolezza. Quanto ha contato l’incontro con Shablo nel dare forma a questa fase della tua musica?
«È nato tutto in modo molto naturale, quasi per caso. Credo che il senso stesso di “No Stop” sia proprio questo: non fermarsi, continuare a cercare e provare a capire in quale direzione possa evolvere la propria musica. È stata questa ricerca a portarmi da Shablo. Lui ha preso quello che avevo dentro e lo ha trasformato in una produzione molto forte, capace di lasciarmi lo spazio necessario per esprimermi fino in fondo attraverso le parole. Per me non è scontato. Oggi riuscire a sentirsi davvero liberi all’interno di una produzione musicale non è semplice. Spesso bisogna adattarsi, entrare in una forma già costruita o cercare di rispondere a ciò che gli altri si aspettano. In questo caso, invece, ho avuto la possibilità di essere me stessa al cento per cento e di far arrivare quello che volevo dire senza filtri.»
Nel brano si avverte il desiderio di riprendersi qualcosa. Oggi senti di dover dimostrare ancora qualcosa all’industria, agli altri o soprattutto a te stessa?
«Più che una rivalsa, la definirei una nuova consapevolezza. Volente o nolente, questo mondo mi ha cambiata. Ha modificato la mia persona, la mia anima, il modo di fare musica e anche il modo di trasmetterla. Quando entri molto giovane in un ambiente del genere, assorbi tante cose e non sempre riesci a capire immediatamente quali ti appartengano davvero e quali, invece, siano il risultato delle aspettative degli altri. Negli ultimi anni ho cercato di ricompormi. Ho provato a capire fino in fondo che cosa facesse stare bene me, esclusivamente me. Non lo considero egoismo, ma una forma di rispetto verso se stessi. Tante volte, pur di piacere agli altri, di realizzare la canzone perfetta o di pubblicare la fotografia perfetta, ci dimentichiamo di essere esseri umani. Ci dimentichiamo che siamo fragili, che possiamo avere paura e che possiamo sbagliare. Credo che oggi non ci sia niente di più bello e autentico del mostrare anche quella parte. Per molto tempo ho cercato di essere la persona che gli altri volevano vedere. Adesso sto cercando di capire chi sono io, al di là delle richieste e delle aspettative costruite intorno a me.»
L’immagine che mostri è quella di una donna forte e libera. Quali sono, invece, le fragilità che custodisci lontano dai riflettori?
«Non è semplice raccontarle, soprattutto quando fai un lavoro che ti mette continuamente sotto gli occhi degli altri. Allo stesso tempo considero una fortuna avere la possibilità di entrare in contatto con tante persone giovani. Il mio pubblico è sempre stato composto anche da tantissime ragazze e ultimamente me ne accorgo ancora di più durante i live. Sono spesso molto giovani, ancora in una fase delicata della loro vita, e questo mi porta a sentirmi quasi come una sorella maggiore. Per me non è soltanto una questione di look sgargianti, parrucche, unghie o vestiti. Quella che mostro è una corazza, ma non serve a fingere di non avere insicurezze. Al contrario, vorrei che facesse capire alle ragazze e a tutte le persone che mi seguono che non sono sole.»
Dove si nascondono le tue insicurezze?
«Le insicurezze esistono anche sotto i vestiti più appariscenti, sotto il trucco, sotto le parrucche e dietro l’immagine di una donna apparentemente invincibile. La cosa bella è sapere che ci si può sentire meglio, anche partendo da qualcosa di semplice. A volte può bastare un outfit, una parrucca o un dettaglio capace di migliorarti la giornata. La forza non consiste nel non avere fragilità, ma nel riuscire a conviverci senza vergognarsene.»
Prima di salire sul palco c’è un rituale che ti riporta con i piedi per terra? E dopo il concerto qual è il gesto che racconta meglio la vera Chadia?
«Prima di salire sul palco mi viene sempre quello che chiamo un piccolo “ruttino d’ansia”. È una reazione alla tensione, perché prima di ogni concerto ho davvero molta ansia. Tengo tantissimo allo show e voglio offrire alle persone quello che meritano. Per questo c’è sempre una componente di paura e di ansia da prestazione. In realtà sono contenta che quell’ansia esista ancora. Mi ricorda che quello che faccio è sano, nel senso che continuo a farlo con amore, dedizione e rispetto. Se non provassi più niente, probabilmente vorrebbe dire che qualcosa si è spento. La cosa più trasgressiva che faccio dopo il live, invece, è non bere. Può sembrare una risposta banale, ma per me significa tutelare la performance e soprattutto tutelare me stessa. Credo sia giusto offrire al pubblico la versione migliore di me, ma anche imparare a proteggermi e a rispettare i miei limiti.»
Nelle tue canzoni la sessualità è spesso un linguaggio di libertà. Eppure oggi dici che la vera urgenza è un’altra: perché credi che serva prima di tutto un’educazione emotiva?
«Credo che il punto non sia soltanto l’educazione sessuale. Nel tempo ho avuto modo di scoprire diverse sfaccettature della mente umana, a cominciare dalla mia. Naturalmente non ho un dottorato, non sono una specialista e non voglio presentarmi come tale. Posso parlare esclusivamente della mia esperienza personale e di quello che ho imparato osservando me stessa e le persone intorno a me. Oggi penso che la cosa più importante sia fare educazione emotiva. Molto spesso sottovalutiamo le emozioni, non diamo loro il giusto spazio e non impariamo a comprenderne gli effetti. Eppure le emozioni si riversano in ogni ambito della vita: nelle relazioni quotidiane, nella sessualità, nel lavoro, nel modo in cui reagiamo agli altri e nel modo in cui trattiamo noi stessi.»
Ultimamente si sono abbattuti diversi tabù…
«Negli ultimi anni si è parlato molto di libertà, ed è giusto. Ma accanto alla libertà dovrebbe esserci anche la capacità di riconoscere e rispettare l’emotività delle persone. Non siamo tutti uguali e non possiamo pensare di rivolgerci a chiunque nello stesso modo. Ognuno ha una sensibilità, una storia e una struttura emotiva differente. Educare alle emozioni significa anche insegnare il rispetto, l’ascolto e la responsabilità nei confronti dell’altro.»
Sei cresciuta tra culture diverse. C’è stato un momento in cui hai capito che non dovevi scegliere tra le tue identità, ma potevi essere tutte insieme?
«In realtà mi sento un mix di tutto e penso che sia proprio questa la parte più bella del mio percorso. Ho avuto la fortuna di crescere dentro una contaminazione culturale che oggi considero una ricchezza. Credo che l’evoluzione della cultura passi anche dalla possibilità di non dover dividere tutto in categorie rigide. Non sento più il bisogno di chiedermi che cosa mi renda maggiormente marocchina e che cosa, invece, mi faccia sentire italiana. Sono entrambe le cose nello stesso momento. Mi arrabbio e mi scaldo nello stesso modo quando si parla dell’Italia o del Marocco, perché ho vissuto entrambe le realtà e le sento parte di me. Non esiste un gesto, un’abitudine o una caratteristica che possa farmi dire: questo appartiene soltanto alla parte marocchina oppure soltanto a quella italiana. Tutto convive dentro di me. Alla fine cerco semplicemente di essere un buon essere umano, prima ancora di definirmi attraverso una nazionalità.»
Quando hai iniziato, essere una donna nel rap significava affrontare molti più pregiudizi. Qual è stata la lezione più importante che ti hanno lasciato quegli anni?
«Non penso ci sia stato un pregiudizio specifico che mi abbia fatto sentire in un determinato modo. Di base ho sempre cercato di fregarmene dei giudizi delle persone. Spesso il pregiudizio è un modo per sfogarsi e per riversare sugli altri emozioni che nascono dall’insoddisfazione verso la propria vita. Facendo questo lavoro ho capito che ciò che ferisce maggiormente non arriva necessariamente dagli sconosciuti. A volte fanno più male le parole o i comportamenti delle persone che ti stanno accanto nel percorso professionale. La vita, però, serve anche a capire che cosa non si vuole. Ho sempre cercato di trasformare anche i pregiudizi in qualcosa di utile.»
Sei riuscita a trasformare l’odio in arte…
Si, il mio primo commento negativo ricevuto su YouTube è diventato una canzone che oggi le mie fan considerano quasi un inno. Le parole hanno un peso, ma se riesci a trasformare quella negatività in energia creativa può nascere qualcosa di bello persino da un’esperienza spiacevole.»
Big Fish e Jake La Furia hanno accompagnato i tuoi primi passi. Che cosa porti ancora con te di quel percorso?
«Posso soltanto ringraziare quella che potremmo definire la mia vecchia crew. Mi hanno insegnato a fare un mestiere e mi hanno mostrato le tante sfaccettature della musica. Grazie a loro ho imparato ad apprezzare ancora di più questo lavoro e soprattutto a rispettarlo. Allo stesso tempo penso sia giusto, a un certo punto, imparare a camminare da soli. Bisogna capire dove si vuole andare e quale direzione scegliere per il proprio percorso. Il confronto con gli altri è importante, ma quando ci si lascia contaminare troppo dalle idee altrui si rischia di smettere di essere se stessi.»
I tuoi videoclip sono sempre stati parte integrante del tuo racconto artistico. C’è un set che ricordi ancora oggi con un sorriso?
«Di aneddoti ne avrei davvero tantissimi. Una delle cose più belle della musica è la possibilità di trasformarla in un’arte visiva. Da questo punto di vista ci siamo sempre divertiti moltissimo. È capitato di girare due videoclip nello stesso giorno oppure di ritrovarmi dentro una vasca con temperature bassissime. Dietro un videoclip ci sono ore di lavoro e tanta fatica, ma è sempre bellissimo condividere quel percorso con altri professionisti. Crescendo ho capito che trasformare un’idea in immagini richiede molto impegno, ma è una parte del lavoro che continuo ad amare.»
Nell’epoca dei social e dei video brevi, il videoclip ha ancora il potere di completare una canzone?
«Secondo me sì. Le cose sono cambiate, ma il videoclip continua ad avere un ruolo importante. Permette al pubblico di vedere come l’artista immagina il proprio brano e di entrare nel suo processo creativo. La cosa più bella è che lascia spazio a tante interpretazioni diverse. Ognuno può leggere una canzone in base alle emozioni che sta vivendo e il video può accompagnare questo percorso senza imporre un’unica chiave di lettura.»
Hai parlato di body positivity quando ancora non era un tema così centrale. Oggi che rapporto hai con il tuo corpo e con lo sguardo degli altri?
«Il rapporto con il mio corpo è cambiato. Da fuori le persone possono avere una certa percezione di me, ma quello che si vede non racconta necessariamente ciò che una persona prova. Con il passare degli anni sono aumentate anche le ansie e le insicurezze. Credo che non bisognerebbe fermarsi all’apparenza, ma cercare di capire anche i sacrifici e le difficoltà che ognuno affronta per sentirsi bene con se stesso. Abbiamo tutti un percorso da fare e la sicurezza mostrata all’esterno non coincide sempre con quello che succede dentro.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Chadia Rodriguez, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Non so esattamente come sarà la Chadia del Domani. Sicuramente mi immagino circondata da tantissimi animali e mi piacerebbe diventare mamma. Dal punto di vista artistico, mi auguro di poter continuare a fare musica e di lasciare, nel mio piccolo, un contributo a chi mi ascolta. Se le mie canzoni riusciranno ancora a far sentire qualcuno meno solo, allora avrò raggiunto il mio obiettivo.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite










