Siamo connessi praticamente sempre, paghiamo con il telefono, mandiamo vocali, guardiamo video, prenotiamo vacanze e discutiamo sui social. Eppure soltanto poco più della metà degli italiani possiede competenze digitali almeno di base. Il nuovo analfabetismo non riguarda più chi non ha Internet: riguarda chi ce l’ha in tasca tutto il giorno senza sapere davvero come governarlo.

Essere sempre online non significa sapere usare il digitale

Probabilmente non siamo mai stati così tecnologici. Lo smartphone ci sveglia la mattina, ci dice che tempo farà, contiene la carta di credito, i biglietti del treno, le fotografie dei figli, le conversazioni con gli amici, il conto corrente e spesso anche una parte del nostro lavoro. Nel 2025 l’83,1% degli italiani dai sei anni in su ha utilizzato Internet nei tre mesi precedenti l’indagine Istat e, tra gli 11 e i 44 anni, la percentuale supera ormai il 95%. Lo smartphone è il dispositivo dominante: lo usa per collegarsi alla rete il 79,1% della popolazione. Eppure avere Internet non equivale affatto a possederne il linguaggio. Secondo l’Istat, soltanto il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base nei cinque ambiti considerati: alfabetizzazione su dati e informazioni, comunicazione e collaborazione, creazione di contenuti, sicurezza e capacità di risolvere problemi. Siamo ancora lontani dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030 e 6,1 punti sotto la media dell’Unione europea. È una contraddizione molto contemporanea: possiamo trascorrere cinque ore al giorno davanti a uno schermo senza sapere distinguere una mail autentica da una truffa, impostare correttamente la privacy, utilizzare un foglio di calcolo, verificare una fonte, proteggere una password o capire che cosa stiamo concedendo quando clicchiamo “accetta tutto”. Siamo diventati bravissimi a consumare tecnologia, molto meno necessariamente a comprenderla. Ed è forse qui che nasce una nuova forma di analfabetismo. Un tempo il confine era semplice: c’erano quelli che possedevano un computer e quelli che non lo possedevano. Oggi quasi tutti abbiamo uno smartphone. La distinzione è diventata più sottile e forse più pericolosa: tra chi riesce a utilizzare gli strumenti digitali per ampliare le proprie possibilità e chi riesce soltanto a utilizzare ciò che qualcun altro ha progettato per lui. Non è la stessa cosa saper pubblicare una storia su Instagram e sapere come un algoritmo decide quali storie mostrarci. Non è la stessa cosa avere un’app bancaria e saper riconoscere un tentativo di phishing. Non è la stessa cosa chiedere qualcosa all’intelligenza artificiale e saper valutare se la risposta sia attendibile. Usare uno strumento non significa necessariamente dominarlo.

La nuova disuguaglianza passa dalla capacità di capire uno schermo

La questione diventa molto meno teorica quando il digitale smette di essere un passatempo e diventa la porta attraverso cui passano lavoro, sanità, banca, pubblica amministrazione, formazione e informazioni. Se non sai muoverti bene in quel mondo non sei semplicemente meno tecnologico: rischi di avere meno opportunità. Ed è proprio qui che i dati mostrano una frattura sociale. Tra i 20-24enni che hanno utilizzato Internet recentemente, il 71,7% possiede competenze almeno di base; tra i 55-59enni si scende al 49,1% e tra i 65-74enni appena al 27,4%. Ma l’età non spiega tutto. La nuova ricerca YouTrend realizzata per Fastweb Digital Academy mostra che il 78% degli italiani percepisce una carenza nelle proprie competenze digitali. E la cosa più interessante è chi prova a colmarla: nell’ultimo anno ha seguito attività formative il 70% dei laureati, contro appena il 24% delle persone con la licenza media. È il classico meccanismo per cui chi possiede già più strumenti culturali riesce anche più facilmente ad acquisirne di nuovi. Il rischio è che il digitale, nato con la promessa di democratizzare l’accesso alla conoscenza, finisca per amplificare alcune differenze già esistenti. Chi ha studiato di più sa spesso anche che cosa non sa, cerca un corso, aggiorna le proprie competenze, comprende che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro. Chi parte da una posizione più fragile può invece essere convinto che saper usare WhatsApp, Facebook e YouTube equivalga a essere digitalmente competente. Non è colpa delle persone: per anni abbiamo confuso la diffusione dei dispositivi con l’alfabetizzazione. Abbiamo distribuito tecnologia dando quasi per scontato che tutti avrebbero imparato da soli a governarla. È come aver consegnato automobili a un intero Paese senza preoccuparci troppo della patente. E ora che lo SPID, la CIE, le prenotazioni sanitarie, l’home banking e sempre più servizi pubblici passano da uno schermo, l’incompetenza digitale può trasformarsi concretamente in perdita di autonomia. Nel 2025 soltanto il 47% delle persone dai 15 anni in su aveva utilizzato SPID o CIE nei dodici mesi precedenti, mentre il 17,8% degli over 14 aveva già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nei tre mesi precedenti. Il mondo accelera. Non tutti accelerano allo stesso modo.

Il vero progresso non è costringerci tutti a diventare informatici

C’è però un’altra domanda che vale la pena farsi: quanto deve essere competente un cittadino per riuscire semplicemente a vivere? Perché una cosa è insegnare a usare meglio il digitale, un’altra è costruire una società nella quale chi non lo sa usare perfettamente rischia di sentirsi inadeguato perfino per prenotare una visita o parlare con un’amministrazione. Tra gli over 65 che utilizzano Internet, quasi il 40% accede alla rete esclusivamente attraverso lo smartphone, il doppio circa della media della popolazione. Significa che per milioni di persone quello schermo di pochi centimetri è ormai contemporaneamente banca, ufficio pubblico, biglietteria, giornale e sportello sanitario. La modernizzazione è necessaria, ma dovrebbe avere un principio abbastanza semplice: rendere la vita più facile, non trasferire sul cittadino il lavoro che prima faceva qualcuno allo sportello. Altrimenti rischiamo di chiamare innovazione ciò che per alcune persone è soltanto una nuova complicazione. Il vero obiettivo non dovrebbe essere trasformare ogni settantenne in un esperto di cybersicurezza né pretendere che ogni lavoratore sappia dialogare con un modello di intelligenza artificiale. Dovrebbe essere dare a tutti gli strumenti sufficienti per rimanere autonomi, riconoscere un rischio, comprendere un’informazione e scegliere quando usare la tecnologia e quando no. Perché esiste anche un diritto a non essere tecnologicamente perfetti. Una società digitale matura non è quella che elimina ogni alternativa analogica finché l’ultimo cittadino non si adegua; è quella che utilizza la tecnologia senza trasformarla in una prova permanente di efficienza. La nuova povertà culturale digitale non si misura dunque dal numero di smartphone presenti in casa. Si misura dalla distanza tra ciò che la tecnologia ci permette teoricamente di fare e ciò che siamo davvero capaci di fare senza dipendere continuamente da un figlio, un collega o qualcuno che ci dica dove cliccare. Abbiamo portato Internet quasi ovunque. Ora viene la parte più difficile: fare in modo che essere connessi significhi anche essere liberi, competenti e autonomi.