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La generazione con più possibilità di sempre ha paura di non essere felice: cosa abbiamo sbagliato?

Sono cresciuti con più possibilità, più connessioni e più informazioni di qualsiasi generazione precedente. Eppure, quando gli si chiede che cosa li spaventi davvero, rispondono guerra, infelicità, amore, soldi, lavoro e solitudine. Il nuovo Osservatorio sulle Paure Generazionali  racconta mille ragazzi tra 11 e 29 anni e restituisce un’immagine molto diversa da quella dei giovani distratti e concentrati soltanto sul presente.

Hanno il mondo sul telefono, ma hanno paura del mondo

La prima paura è enorme, quasi sproporzionata rispetto all’età di chi la pronuncia: una guerra nucleare o globale, indicata dal 45% dei ragazzi intervistati, contro il 34% dello scorso anno e il 33% del 2024. Sono numeri che raccontano quanto la cronaca internazionale sia entrata nelle camerette. Non serve più aspettare il telegiornale della sera: guerre, attentati, crisi climatiche e immagini di violenza arrivano direttamente nello smartphone mentre si è sull’autobus, durante l’intervallo o pochi minuti prima di addormentarsi. Ma la sorpresa vera arriva subito dopo. A spaventare il 43% è la possibilità di non essere mai felici o soddisfatti della propria vita, una quota salita dal 38% del 2024 al 40% del 2025 e ora ancora più in alto. Il 41% teme di non trovare l’amore, contro appena il 33% dell’anno precedente. È difficile liquidare tutto come ansia adolescenziale. In cima alla lista delle paure non ci sono soltanto catastrofi lontane ma domande antichissime: sarò felice? qualcuno mi amerà? riuscirò a costruirmi una vita? È quasi paradossale che emergano con tanta forza proprio nella generazione che dispone di più strumenti per comunicare. Possono parlare in qualsiasi momento con persone dall’altra parte del mondo, ma il 31% teme di non avere amici. Possono vedere continuamente coppie, vacanze, feste e vite apparentemente perfette sui social, ma forse proprio quel catalogo permanente della felicità altrui rende più difficile non domandarsi se la propria sarà abbastanza. È il lato meno raccontato dell’iperconnessione: avere accesso a tutto non significa necessariamente sentirsi più sicuri del proprio posto nel mondo.

Il futuro non fa paura perché è lontano, ma perché sembra difficile da raggiungere

Poi arrivano i soldi. Il 38% teme di non averne abbastanza, il 37% ha paura di non riuscire a costruirsi una vita propria e il 35% teme di non trovare lavoro. E forse questi dati aiutano a capire perché parlare genericamente di “fragilità dei giovani” rischi di essere una scorciatoia. Se una generazione cresce osservando affitti difficili da sostenere, lavori instabili, stipendi che non sempre garantiscono autonomia e una casa che sembra allontanarsi proprio nel momento in cui dovrebbe diventare possibile, una parte delle sue paure non nasce necessariamente da una minore capacità di sopportare la vita. Nasce dalla vita che vede davanti. La differenza rispetto al passato è che oggi queste preoccupazioni convivono con un’enorme pressione a essere felici. Bisogna trovare il lavoro giusto, possibilmente appassionante; avere una relazione sana; viaggiare; curare il proprio corpo; mantenere amicizie significative; essere economicamente indipendenti; coltivare passioni; avere una buona salute mentale e, naturalmente, mostrare almeno una parte di tutto questo. Non basta più costruirsi una vita: bisogna costruirsi una vita che sembri riuscita. E così anche il concetto di fallimento cambia. Non trovare subito la propria strada può sembrare una colpa personale invece che una fase normale dell’esistenza. Il dato sulle ragazze rende il quadro ancora più interessante: la paura della guerra sale al 49%, quella di una vita infelice al 48%, quella di non trovare l’amore al 46% e l’ansia economica al 43%, contro il 29% dei ragazzi. Non significa che esista una generazione femminile destinata all’ansia, ma mostra come le aspettative e le preoccupazioni possano essere vissute diversamente. E soltanto il 13% dell’intero campione dice di non riconoscersi in nessuna delle paure proposte: tra i ragazzi è il 20%, tra le ragazze appena l’8%.

Forse non sono una generazione senza futuro: sono una generazione che pensa continuamente al futuro

Per anni una delle accuse rivolte ai più giovani è stata quella di vivere nel presente, incapaci di progettare. Questi dati raccontano quasi il contrario. Pensano moltissimo al futuro. Forse troppo. Pensano alla guerra che potrebbe distruggerlo, al lavoro che potrebbe non arrivare, al denaro che potrebbe non bastare, all’amore che potrebbero non incontrare, agli amici che potrebbero perdere e alla felicità che temono di non raggiungere. Anche l’aumento della violenza sociale preoccupa il 37%, undici punti in più rispetto all’anno precedente, mentre il cambiamento climatico torna al 35%. Naturalmente stiamo parlando di un sondaggio su mille ragazzi, non di una diagnosi psicologica su un’intera generazione. Ma la fotografia merita attenzione perché mette insieme due tipi di paura che tendiamo a separare: quella per il mondo e quella per sé stessi. Ed entrambe sembrano crescere. Forse la domanda da rivolgere agli adulti non è quindi perché i ragazzi siano così preoccupati, ma che idea di futuro abbiamo consegnato loro. Abbiamo spiegato che possono diventare qualsiasi cosa, ma non sempre che costruire qualcosa richiede tempo. Abbiamo moltiplicato le possibilità e contemporaneamente reso visibili, ventiquattro ore su ventiquattro, le vite di chi sembra avercela già fatta. Abbiamo chiesto loro di essere indipendenti mentre l’indipendenza economica diventava più complicata. E abbiamo creato strumenti con cui possono restare sempre connessi mentre uno dei timori che continuano a dichiarare è quello di rimanere soli. Non sono necessariamente ragazzi che hanno paura della vita. Forse sono ragazzi ai quali la vita appare contemporaneamente piena di possibilità e molto difficile da afferrare. Il 45% teme una guerra globale. Ma subito dopo, quasi con la stessa intensità, compare una paura molto più semplice e molto più antica: arrivare alla fine e scoprire di non essere stati felici.