Recensione: “Fear Street” ecco perchè lasciarsi conquistare della terrificante trilogia approdata su Netflix

Con le complicazioni dovute alla pandemia dello scorso anno, tutt’ora un problema, molte produzioni cinematografiche hanno faticato per veder la luce dei propri progetti. Alcuni sono stati interrotti, altri rallentati, altri ancora rimandati.

Fatto rimane che solo ora, dopo mesi dalla riapertura delle sale, il numero di film rilasciati sta incrementando. Un’alternativa sempre più valida alle sale (soprattutto tra i più giovani) sono le piattaforme streaming che offrono un ampio catalogo di titoli nuovi ma anche storici. È su Netflix, ad esempio, che l’autrice cinematografica Leigh Janiak ha deciso di portare la sua impresa: Fear Street. Si tratta, questa, di un’opera divisa in tre parti (Fear Street: 1994, Fear Street: 1978 e Fear Street: 1666), ognuna connessa alla precedente da una linea di trama ben precisa che si va costruendo nel primo e rimane in background nel secondo e nel terzo, costituiti principalmente da due lunghi flashback. Nella linea di trama più ampia e generale troviamo Deena (Kiana Madeira) insieme al fratello Josh (Benjamin Flores Jr.) e un gruppo di amici che seguono il mistero della strega Sarah Fisher (interpretata sempre da Madeira) che, si dice, abbia maledetto la città dove abitano, Shadyside, che l’ha appesa nel 1666. A Shadyside, infatti, ogni 16 anni uno degli abitanti impazzisce e compie una serie di omicidi senza un apparente motivo, gettando fango sulla cittadina. Al suo opposto sta, invece, la radiosa e impeccabile Sunnydale, città gemella, proveniente dalla stessa colonia fondatrice, separatasi dalla sua vicina quando il marcio dei suoi abitanti ha iniziato a emergere.

Nel secondo film, tramite il racconto di una donna sopravvissuta a questi attacchi, torniamo indietro di 16 anni rispetto al primo film (dal 1994 al 1978, appunto) dove la serie di omicidi avviene in un campeggio estivo. Infine, nell’ultimo film, Deena viene proiettata nel passato e vive gli ultimi giorni di Sarah Fisher, riuscendo così, a risolvere il mistero intorno alla città natale. Le pellicole sono tratte dall’omonima serie di opere di R.L. Stein, autore dei ben più noti Piccoli Brividi; ma questa non l’unica fonte d’ispirazione da cui Janiak prende spunto. Scream è imputata come la fonte principale del suo lavoro (tanto che i primi dieci minuti di 1994 sono un ricalco quasi millimetrico dell’originale film del 1996); ma i tre lunghi rimanda anche ad altri slasher storici come Venerdì 13 e The Witch. Natalia Winkelman, in una recensione sul The New York Times descrive la serie cinematografica come il perfetto connubio tra Scream e Stranger Things, non a caso. La regista, sposata con il creatore della celeberrima serie Netflix (Stranger Things, appunto), ha anche diretto due episodi della serie antologica del 2015 Scream e si è sempre dedicata all’horror.

La trama di tutti e tre i film è ben strutturata e non lascia indietro niente: quando si arriva al terzo film ogni nodo del mistero viene sciolto e anche i dettagli che eran prima parsi come errori o buchi di trama si risolvono egregiamente. È un horror molto apprezzabile perché non conta di spaventare con i soliti jumpscare, ma vuole (e riesce) creare un’atmosfera di surreale diabolica che ha il compito di mantenere il fiato sospeso. È adatto ai più giovani come anche ai più amanti del genere, in quanto ne ricalca alla perfezione gli stilemi, senza strafare o parer ridondante e ripetitiva. Nel horror è fin troppo facile spingere lo spettatore a esclamare indignato “già visto!” ma Janiak non cade nell’errore e mantiene l’attenzione della sua audience fino alla fine. Il genio del film sta nel ribaltamento tra i concetti del bene e del male in un colpo di scena finale che viene ben seminato lungo tutti i film, ma arriva, allo stesso modo, totalmente inaspettato.

Valentina Iacone

RASSEGNA PANORAMICA
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Nata a Rimini e laureata in Arte e Spettacolo in Sapienza, a Roma, studia sceneggiatura e produzione presso l’accademia Griffith per proseguire la sua strada lavorativa nell’ambiente del cinema. È amante della scrittura in tutte le sue forme ed è convinta che il modo migliore per rappresentare la realtà sia attraverso i film: musica, immagini, parole.