Recensiine: Miley cambia ancora pelle, “Bass Persuades” convince, ma non fino in fondo

Miley Cyrus ha trascorso quasi tutta la sua carriera facendo una cosa molto precisa: distruggere la versione precedente di se stessa prima che potesse farlo qualcun altro. Hannah Montana, la provocatrice di Wrecking Ball, la rockstar, la donna finalmente adulta di Flowers. Ogni volta una nuova Miley, ogni volta una nuova pelle. Ora arriva “Bass Persuades”, un titolo che è già una dichiarazione d’intenti: la musica che convince attraverso il corpo prima ancora che attraverso la testa, il basso che entra nello stomaco, il ritmo che anticipa qualsiasi spiegazione.

Un’idea semplice e anche piuttosto efficace, soprattutto per una cantante che ha costruito buona parte della propria carriera proprio sulla capacità di trasformare emozioni molto private in qualcosa di estremamente fisico.

Ed effettivamente il disco prova a muoversi in questa direzione: più sensazioni che spiegazioni, più atmosfera che racconto, tra elettronica, rock, pop, produzioni scure e improvvise aperture sentimentali. Il problema è che Bass Persuades persuade davvero solo a metà. Non perché sia un brutto album. Sarebbe quasi più semplice. È curato, elegante, prodotto con intelligenza e cantato da una delle voci più riconoscibili della sua generazione. Il punto è che da Miley, ormai, un album semplicemente buono sembra quasi poco.

Ha tutto ciò che servirebbe per realizzare un disco enorme: una voce inconfondibile, vent’anni di carriera, una biografia pubblica da serie HBO e soprattutto una personalità vera, quella cosa che oggi nel pop non sempre è scontata e che talvolta viene sostituita da una moodboard, tre outfit molto costosi e un comunicato stampa che contiene almeno quattro volte la parola “rinascita”.

Bass Persuades: il corpo prima del concept

La cosa più interessante del disco è proprio l’idea della fisicità. Miley ha una voce che non sembra mai soltanto cantare: graffia, trascina, sporca, occupa spazio. Anche quando la canzone non è memorabile, lei riesce spesso a darle un peso che sulla carta probabilmente non avrebbe. È una voce vissuta, ruvida, leggermente consumata, capace di far sembrare autobiografica anche una frase che potrebbe essere stata scritta durante una riunione di quaranta minuti con sei autori.

È questo il vero centro di Bass Persuades. Più delle produzioni, più del concept, più dell’ennesima trasformazione estetica: Miley stessa.

Ed è anche il limite più evidente dell’album.

In diversi momenti sembra di ascoltare un’artista da cinque stelle intrappolata dentro un disco da tre. Miley domina le produzioni invece di essere realmente sfidata da loro. Sai già che canterà bene, sai già che arriverà quel graffio perfetto, quella frase emotiva, quel passaggio vocale che ricorda immediatamente perché poche popstar contemporanee possiedono il suo stesso timbro. Tutto funziona così bene che, dopo un po’, viene quasi voglia di desiderare un errore.

Qualcosa che stoni. Una scelta sbagliata ma coraggiosa. Un momento in cui venga spontaneo pensare: “Questa è stata una pessima idea”, ma almeno sia stata davvero un’idea.

Il pop degli ultimi anni, del resto, ha sviluppato una curiosa ossessione per le “nuove ere”. Non escono più semplicemente album: arrivano rinascite, manifesti, percorsi interiori, nuove identità. Cambia il font su Instagram e sembra sia caduto il muro di Berlino. Miley conosce benissimo questo meccanismo, anche perché di ere ne ha attraversate abbastanza da poterci aprire un museo.

La differenza è che ormai potrebbe anche permettersi di smettere di reinventarsi.

Una voce enorme, ma il rischio è troppo piccolo

Il disco diventa davvero interessante quando Miley si spinge verso territori più scuri, elettronici, notturni. La sua voce, così calda e imperfetta, funziona magnificamente quando viene messa contro produzioni fredde, sintetiche, meno rassicuranti. È lì che compare una possibile Miley futura: più adulta, meno levigata, più sensuale senza doverlo sottolineare, più interessata a creare tensione che a ricordarci quanto sia diventata sofisticata.

Poi però arriva la zona comfort. Ed eccoci di nuovo dentro quel pop perfettamente realizzato che ascolti, approvi e rischi di dimenticare prima ancora che l’algoritmo abbia deciso cosa proporti dopo.

Il confronto con Flowers diventa inevitabile. Quella canzone aveva trovato un equilibrio quasi perfetto: personale senza essere diaristica, commerciale senza sembrare costruita in laboratorio, malinconica senza mendicare compassione. Era enorme perché sembrava semplice. In Bass Persuades, invece, si avverte spesso la volontà di mostrare la maturità, il controllo, la consapevolezza.

Ma nessuno stava dubitando che Miley fosse diventata un’artista adulta.

A volte succede proprio agli artisti arrivati a un certo punto della carriera: iniziano a voler essere presi sul serio quando il pubblico li prende già serissimamente. Tutto diventa più elegante, più concettuale, più misurato. In altre parole: più adulto. Che nel pop può essere una bellissima cosa oppure l’inizio della tappezzeria beige.

È soprattutto tra le pulsazioni più scure di “Different Religion”, la tensione di “Aftermath” e l’impatto di “REDLIGHTS” che Bass Persuades trova la sua identità migliore; diversamente altrove, tra il romanticismo di “Let’s Get Married”, le atmosfere di “Neon Signs” e la chiusura più intima di “Snow”, Miley torna invece su territori più rassicuranti ma meno di impatto.

Detto questo l’ex star Disney, fortunatamente, è ancora lontanissima dalla noia assoluta. Anche quando sbaglia, rimane più interessante di molte colleghe quando fanno centro. Ha una storia, un’identità e una presenza che non si costruiscono con tre singoli virali e una stylist particolarmente brava. Proprio per questo, però, i momenti più riusciti del disco finiscono quasi per aumentare il rimpianto: fanno capire quanto potrebbe osare di più.

Il paradosso è che una cantante che ha costruito la propria fama sull’imprevedibilità oggi rischia di diventare prevedibile proprio mentre cerca di dimostrare il contrario.

Miley dovrebbe smettere di diventare qualcun altro

Miley Cyrus ha passato anni a liberarsi da Hannah Montana. Poi ha dovuto liberarsi dalla Miley scandalosa, poi da quella rock, poi dalla donna ferita sentimentalmente, poi ancora dall’idea di dover sempre essere quella che rompe qualcosa. Ora potrebbe finalmente liberarsi dall’obbligo di liberarsi continuamente da qualcosa.

Sarebbe forse la trasformazione più interessante della sua carriera.

Perché il talento non è in discussione, il carisma nemmeno e tantomeno la voce. È l’urgenza che ogni tanto manca. Quelle canzoni che ascolti e pensi che nessun altro avrebbe potuto cantarle. Quel momento in cui un album smette di essere semplicemente “il nuovo disco di Miley Cyrus” e diventa quel disco di Miley Cyrus.

In Bass Persuades succede troppo poco.

Il risultato resta comunque un album solido, affascinante, a tratti molto bello e tecnicamente quasi inattaccabile. Ma è anche un disco che sembra arrivare continuamente a un centimetro dalla vertigine e poi scegliere la strada più sicura. E per una cantante che ha costruito buona parte della propria carriera sorprendendo, forse è proprio questa la critica più severa.

Miley ha ancora una capacità rara: anche quando non convince del tutto, ti costringe comunque ad ascoltarla. Ma questa volta avrebbe potuto fare molto di più che farsi ascoltare. Avrebbe potuto lasciare il segno.

RASSEGNA PANORAMICA
RECENSIONE: MILEY, BASS PERSUADES
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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, consulente discografico e critico musicale, è un appassionato di TV, cultura moderna e new media, sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.
miley-cambia-ancora-pelle-bass-persuades-convince-ma-non-fino-in-fondoUna voce da cinque stelle, diverse intuizioni da quattro e un album che troppo spesso preferisce il controllo al rischio. Bass Persuades convince abbastanza da non deludere, ma non abbastanza da diventare uno di quei dischi destinati a definire davvero un’epoca di Miley. E forse, arrivati a questo punto della sua carriera, è proprio quello che ci si dovrebbe aspettare.