A un certo punto della carriera raccontarsi non significa più costruire un personaggio, ma fare i conti con quello che ne resta. J-Ax sembra essere arrivato esattamente lì. Vita Morte Miracoli, il nuovo album composto da 14 tracce, mette nello stesso spazio Alessandro Aleotti e J-Ax: l’uomo e la maschera, il padre e il figlio, il provocatore e chi ormai può guardare alla propria storia senza preoccuparsi troppo di apparire coerente.
È uno dei lavori più apertamente autobiografici della sua fase recente. Non perché J-Ax abbia rinunciato alle battute, alle provocazioni o alla caricatura sociale, ma perché questa volta sembrano avere una funzione differente. L’ironia non serve soltanto a colpire gli altri: diventa un modo per attraversare le proprie contraddizioni.
Anche musicalmente il disco cerca un territorio nuovo senza recidere il legame con il passato. Il rap incontra country e rock, costruendo un immaginario quasi western che, sulla carta, potrebbe sembrare estraneo a J-Ax e invece funziona con il personaggio che vuole raccontare oggi: un sopravvissuto della musica italiana che continua a procedere portandosi dietro cicatrici, successi ed errori.
“Odio la gente” apre il disco come un manifesto programmaticamente scorretto. J-Ax spara in ogni direzione: destra, sinistra, complottismi, Big Pharma, influencer, ambientalismo di facciata, guerre culturali. È contemporaneamente il suo pregio e il suo limite. Quando tutti diventano bersagli, la satira rischia di trasformarsi in un generico disincanto. Ma Ax possiede ancora una qualità che gli permette di evitare almeno in parte la trappola: non si mette fuori dal mondo che critica. È uno dei suoi abitanti, altrettanto contraddittorio e imperfetto.
“Italia Starter Pack” prosegue sezionando tic, abitudini e storture nazionali, mentre con “Vita Morte Miracoli” il disco arriva al proprio centro emotivo. Fama, fallimenti, caos e inevitabilità della morte entrano in una canzone che, dietro l’ironia, contiene una consapevolezza molto adulta: non possiamo controllare quasi nulla, ma possiamo decidere cosa fare del tempo che rimane.
È qui che emerge il paradosso più interessante dell’album: J-Ax è più convincente proprio quando smette di dover dimostrare di essere J-Ax.
“Pelle, ossa & All Star” diventa allora un autoritratto particolarmente riuscito. Alessandro si racconta attraverso le proprie opposizioni: bambino e bandito, ricco e clochard, divo e pentito, Alessandro e J-Ax. In fondo tutta la sua carriera è stata costruita sull’impossibilità di appartenere completamente a una categoria e il disco sembra finalmente accettare questa incoerenza anziché provare a risolverla.
Il passaggio più delicato arriva con “Scusami Dio”. La base porta con sé la presenza di Fausto Cogliati, amico e produttore scomparso nel gennaio 2025, con il quale il lavoro era stato iniziato. J-Ax trasforma così la canzone in una sorta di preghiera laica, interrogando Dio sul dolore e sul suo silenzio. Non cerca una conversione né una risposta definitiva. Ed è proprio questa assenza di soluzione a rendere il pezzo uno dei momenti più sinceri dell’album.
Subito dopo “Ciao papà” sposta l’attenzione sulla famiglia. È una lettera costruita attorno a una delle scoperte più semplici e insieme più dolorose dell’età adulta: alcune frasi dei genitori diventano comprensibili soltanto quando raggiungiamo l’età dalla quale loro ce le dicevano. Il brano finisce così per raccontare anche una generazione di padri per i quali il lavoro e il sacrificio rappresentavano soprattutto il tentativo di garantire ai figli un futuro migliore.
Non tutto raggiunge la stessa intensità. “Tutti ammale”, “Bestie” e “Alla faccia di” riportano J-Ax verso territori più prevedibili: tormentone, sarcasmo, insofferenza per il conformismo, orgoglio dell’essere fuori dagli schemi. Sono canzoni perfettamente inserite nel suo universo, anche se in alcuni passaggi sembra quasi possibile anticipare la battuta prima che arrivi. È il prezzo di uno stile talmente riconoscibile da essere diventato, a tratti, una grammatica.
Più interessante è “Segreto”, perché mostra un Alessandro insolitamente disarmato. Dietro la dichiarazione sentimentale emerge uno dei temi sotterranei dell’intero lavoro: dopo una vita trascorsa tra classifiche, successo, conflitti e approvazione, la vera conquista potrebbe essere semplicemente trovare qualcuno che rimanga accanto quando tutto il resto perde importanza.
Con “Niente per niente” torna invece la critica sociale. È l’unico featuring del progetto e riporta Paola Folli accanto a J-Ax trent’anni dopo Domani. Al centro c’è l’attivismo da social e la velocità con cui battaglie, linguaggi e ideali contemporanei possono trasformarsi in convenienza, moda e consumo. Anche qui J-Ax preferisce la contraddizione alla predica, pur sfiorando occasionalmente quel qualunquismo che rappresenta da sempre il lato più fragile della sua satira.
La conclusione affidata a “Pogo”, manifesto country-rock contro le mode, chiude coerentemente il cerchio. Dopo aver attraversato morte, Dio, famiglia, amore, società e fallimenti, J-Ax ritorna alla dimensione più elementare della propria identità: il palco, il rumore, il corpo che salta in mezzo agli altri.
Vita Morte Miracoli non è quindi il disco con cui J-Ax reinventa sé stesso. È qualcosa di forse più interessante a questo punto della carriera: il disco nel quale comincia a fare pace con tutte le versioni di sé che ha attraversato.
Restano gli automatismi della sua scrittura, l’accumulo di riferimenti all’attualità, la punchline costruita per essere immediatamente riconoscibile e qualche provocazione che arriva prima del pensiero. Ma nei momenti in cui abbassa queste difese il lavoro cambia profondità. Emergono il padre, la moglie, gli amici perduti, la paura della morte e soprattutto il tempo.
Dopo più di trent’anni di carriera, il miracolo evocato dal titolo potrebbe essere proprio questo: scoprire che per restare J-Ax non è più necessario nascondere Alessandro Aleotti.






