È ora di dire basta alla prima serata che comincia alle 22: la TV italiana ha perso il senso dell’orario

La chiamano ancora prima serata, ma ormai bisognerebbe avere il coraggio di darle un altro nome. Perché quando un programma comincia alle 21.45, alle 21.50 o addirittura sfiora le 22, parlare di “prime time” sembra quasi una convenzione rimasta in vita per abitudine.

La televisione generalista italiana ha progressivamente spostato in avanti il proprio orologio, trasformando quella che un tempo era la fascia principale della giornata televisiva in una lunga attesa fatta di telegiornale, anteprime, giochi, access prime time, pubblicità e promozioni.

Il paradosso è evidente perfino nei dati ufficiali. La Rai continua a considerare “prima serata” la fascia compresa tra le 20.30 e le 22.30. Eppure proprio nel cuore di quelle due ore alcuni dei programmi teoricamente classificati come prime time devono ancora cominciare.

Il Grande Fratello che parte quando una volta iniziava la seconda serata

L’esempio più clamoroso arriva dal Grande Fratello Vip. Sabato 19 settembre 2026, la seconda puntata del reality di Canale 5 ha avuto una breve anteprima alle 21.55, mentre l’ingresso ufficiale di Ilary Blasi in studio è avvenuto alle 21.58.

Le 21.58.

Non è più un semplice ritardo fisiologico di qualche minuto: significa che un programma annunciato “in prima serata” comincia praticamente alle dieci di sera. E parliamo di uno show che, nella versione disponibile su Mediaset Infinity, arriva a circa 190 minuti di durata.

Per uno spettatore che si alza alle sette del mattino, seguire integralmente un programma del genere diventa quasi una prova di resistenza.

E non si tratta di un’eccezione legata al reality. Sabato 19 settembre su Rai 1 Affari Tuoi risultava in onda dalle 20.45, mentre i BYD Music Awards sono cominciati alle 21.49. Su Rai 2 N.C.I.S. è partito alle 21.42; su Rai 3 la presentazione di Blu Notte alle 21.36.

In altre parole: alle 21.30, quello che per decenni sarebbe stato considerato pienamente prime time oggi è ancora, su diverse reti, una terra di passaggio.

Tutto parte dall’access prime time

Per capire come siamo arrivati fin qui bisogna guardare alla fascia che precede la prima serata. L’access prime time è diventato uno dei territori economicamente e strategicamente più importanti della televisione italiana.

Rai 1 schiera Affari Tuoi, Canale 5 risponde con La Ruota della Fortuna. E la concorrenza non riguarda più soltanto chi conquista più spettatori: riguarda anche quanto a lungo riesce a trattenerli.

Mediaset indica La Ruota della Fortuna in onda tutti i giorni dalle 20.35, ma le puntate recenti disponibili online hanno una durata intorno ai 64-66 minuti. Il 19 settembre, inoltre, i dati Auditel riportano Gira la Ruota della Fortuna alle 20.40 e La Ruota della Fortuna vera e propria alle 20.52.

Dall’altra parte Affari Tuoi è tornato dal 6 settembre nell’access prime time di Rai 1. La sfida è talmente centrale che già nel 2025 ANSA descriveva i due game come trasmissioni capaci di raccogliere alcuni degli ascolti più alti dell’intera giornata televisiva.

Ed è qui che nasce il problema: nessuna rete vuole essere la prima ad abbandonare il campo.

Se il concorrente tiene acceso un programma seguito da quattro milioni di persone fino alle 21.40 o oltre, partire alle 21.20 con il proprio show principale significa rischiare di consumarne i primi venti minuti mentre una fetta enorme del pubblico sta ancora guardando altro.

Così l’access si allunga. E la prima serata arretra.

Una guerra degli ascolti pagata dallo spettatore

Dal punto di vista industriale la logica è comprensibile. Dal punto di vista dello spettatore molto meno.

La televisione generalista sta combattendo una battaglia quotidiana per conquistare qualche punto di share, ma nel frattempo chiede al pubblico di adattare i propri ritmi a quelli dei palinsesti.

Una fiction di due ore che parte alle 21.45 termina inevitabilmente molto tardi. Un grande show, un reality o un programma d’intrattenimento possono spingersi ancora oltre.

Il risultato è che la seconda serata tradizionale praticamente scompare oppure viene spostata in una fascia nella quale una parte significativa del pubblico ha già spento il televisore.

C’è poi un altro elemento da considerare: lo share non coincide con il numero assoluto di persone davanti allo schermo. Quando la platea televisiva complessiva diminuisce durante la notte, è possibile ottenere percentuali elevate anche con molti meno spettatori.

Proprio il Grande Fratello del 19 settembre offre un esempio interessante: il programma principale ha registrato, considerando la total audience, circa 1,556 milioni di spettatori con il 15,86%, mentre il segmento Night è sceso a circa 817 mila spettatori, ottenendo però il 22,97% di share.

Quasi la metà degli spettatori, ma una percentuale di share molto più alta. È uno degli esempi più chiari di quanto sia necessario leggere le percentuali insieme ai valori assoluti.

Pubblicità, concorrenza e programmi sempre più lunghi

Dietro lo slittamento della prima serata convivono quindi diversi fattori.

C’è innanzitutto la guerra dell’access prime time, perché interrompere prima un programma molto seguito significa potenzialmente regalare pubblico alla concorrenza.

C’è il valore commerciale di una fascia nella quale milioni di persone sono contemporaneamente davanti alla televisione e nella quale trovano spazio spot, promozioni e lanci dei programmi successivi.

C’è poi un meccanismo competitivo quasi impossibile da interrompere unilateralmente: se una rete anticipasse stabilmente la propria prima serata alle 21.15 mentre il concorrente continuasse fino alle 21.45 con il proprio programma di punta, correrebbe il rischio di partire mentre milioni di potenziali spettatori stanno ancora guardando l’altra rete.

Una sorta di guerra fredda del telecomando nella quale tutti avrebbero qualcosa da guadagnare da un ritorno a orari più ragionevoli, ma nessuno vuole essere il primo a fare un passo indietro.

Ma nel frattempo Netflix e le piattaforme hanno cambiato le regole

La contraddizione diventa ancora più evidente pensando a come è cambiato il consumo televisivo.

Netflix, Prime Video, Disney+, RaiPlay e Mediaset Infinity hanno abituato gli spettatori a scegliere autonomamente quando iniziare una serie, quando interromperla e quando riprenderla. La televisione lineare, invece di rispondere rendendo il proprio appuntamento più preciso e affidabile, sembra avere imboccato in alcuni casi la strada opposta.

“In prima serata” non indica quasi più un’ora. Indica genericamente qualcosa che verrà trasmesso dopo il programma delle 20.30.

E per chi aspetta un film, una fiction o uno show specifico significa spesso trascorrere quaranta, cinquanta minuti davanti alla televisione prima che inizi davvero quello che voleva vedere.

Le 21.15 dovrebbero tornare a essere le 21.15

Non servirebbe rivoluzionare la televisione italiana. Basterebbe recuperare un principio semplicissimo: rispettare il tempo dello spettatore.

Un access prime time potrebbe concludersi intorno alle 21.15. Un programma principale potrebbe iniziare tra le 21.15 e le 21.30. Uno show di due ore potrebbe terminare entro le 23.30. E la seconda serata tornerebbe finalmente ad avere un senso.

Nessuno pretende il ritorno alla televisione degli anni Ottanta, quando gli orari e le abitudini degli italiani erano diversi. Ma tra iniziare alle 20.40 e far comparire il conduttore di un reality alle 21.58 esiste una quantità enorme di spazio.

La questione, alla fine, non riguarda soltanto il Grande Fratello, Affari Tuoi o La Ruota della Fortuna. Riguarda che rapporto vuole avere la televisione generalista con il proprio pubblico.

Perché mentre le reti continuano a spostare in avanti la prima serata per difendere ascolti, pubblicità e programmi dell’access, lo spettatore dispone oggi di un’alternativa che trent’anni fa non aveva: può semplicemente spegnere il televisore e scegliere qualcos’altro.

Forse è proprio questo il punto che i palinsesti dovrebbero cominciare a temere più di qualche decimale di share.

La prima serata che comincia alle 22 non è più prima serata. È ora di chiamare le cose con il loro nome.

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Osservatrice attenta della vita e femminista convinta. Crede nel potere delle idee come contaminazione sociale.