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Giovani, riprendiamoci l’Italia: non vogliamo scappare, vogliamo un Paese in cui abbia ancora senso restare

Per anni abbiamo raccontato i giovani italiani che partono come se facessero tutti parte della stessa storia. La laurea, il trolley, il volo low cost, una stanza condivisa a Londra o Berlino e quella fotografia pubblicata sui social con la didascalia inevitabile: “nuovo inizio”. Abbiamo perfino costruito una mitologia attorno alla fuga dei cervelli, trasformandola quasi in un rito di passaggio generazionale.

Prima studi, poi scopri che quello che hai studiato vale più fuori dall’Italia, quindi parti. E a un certo punto smettiamo persino di domandarci perché. È diventato normale vedere ragazzi di venticinque o trent’anni salutare famiglia, amici e città non perché abbiano necessariamente sognato per tutta la vita di trasferirsi a Bruxelles, Amsterdam o Copenhagen, ma perché altrove hanno trovato quello che qui troppo spesso continuava a essere rimandato: un contratto vero, uno stipendio dignitoso, una possibilità di crescita. La parte più interessante, però, è che questa storia potrebbe essere raccontata anche al contrario.

Perché molti di quelli che sono partiti non hanno chiuso definitivamente la porta all’Italia. Vorrebbero tornare. Solo che tra il desiderio di farlo e la possibilità concreta di farlo c’è di mezzo tutto quello che continuiamo a non risolvere.

Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani tra i 18 e i 34 anni è stato negativo per circa 441 mila persone. Nel solo 2024 siamo arrivati a oltre 61 mila giovani in meno, il valore peggiore della serie considerata. Una parte importante di chi parte possiede una laurea e competenze altamente qualificate. Tradotto fuori dal linguaggio delle statistiche: l’Italia investe per anni nella formazione di una persona e, quando quella persona diventa abbastanza preparata da produrre ricerca, innovazione, impresa e ricchezza, spesso la consegna a un altro Paese. Il paradosso è enorme. Formiamo ingegneri che lavoreranno in Germania, ricercatori che faranno carriera nei Paesi Bassi, medici che sceglieranno la Svizzera, designer che finiranno in Francia e professionisti digitali che scopriranno a trent’anni che il proprio curriculum viene considerato molto più interessante a duemila chilometri da casa.

Martina ha 29 anni, una laurea magistrale e vive a Bruxelles da quattro. Non è una persona specifica, ma una storia costruita sulle esperienze che ricorrono continuamente quando si parla con giovani italiani trasferiti all’estero. Potrebbe dire: «Quando sono partita mi dicevano tutti che sarei tornata dopo sei mesi. Io tornerei anche domani, ma dovrei probabilmente accettare uno stipendio più basso, meno autonomia e un lavoro con prospettive peggiori. Quindi la domanda non è se mi manca l’Italia. La domanda è: perché dovrei tornare?» È qui che crolla tutta la retorica del “cervello in fuga”. Non stiamo parlando necessariamente di persone che rifiutano l’Italia. Spesso sono persone che l’Italia la amano moltissimo, ma che non sono disposte a trasformare quell’amore in una penalizzazione professionale.

Il punto, infatti, non è convincere qualcuno che in Italia si vive bene. Chi è partito sa perfettamente cosa significa tornare a casa, rivedere gli amici, mangiare con la propria famiglia o ritrovare una qualità delle relazioni che altrove può mancare. Il problema comincia il lunedì mattina. Stipendi bassi, competenze poco valorizzate, percorsi di carriera lentissimi, precarietà, investimenti insufficienti nella ricerca, difficoltà a trovare una casa nelle grandi città, organizzazioni nelle quali l’età conta ancora più dei risultati. È in quel momento che la nostalgia si scontra con Excel. Puoi amare Milano quanto vuoi, ma se una stanza costa quasi quanto metà stipendio l’amore urbanistico ha dei limiti. Puoi adorare Roma, ma se dopo una laurea, un master e tre stage ti propongono un altro “periodo di prova”, il Colosseo smette rapidamente di essere un benefit aziendale.

Poi c’è Davide, 32 anni, ingegnere informatico. Anche lui è una figura narrativa, ma la sua esperienza potrebbe appartenere a migliaia di ragazzi italiani. «Quando sono arrivato all’estero non sono diventato improvvisamente più bravo. Nessuno mi ha installato un aggiornamento durante il volo. Hanno semplicemente guardato quello che sapevo fare e mi hanno dato responsabilità. Dopo tre anni coordino una squadra. In Italia, a trent’anni, in alcuni posti venivo ancora trattato come quello giovane che doveva aspettare il proprio turno.» E forse questa frase racconta uno dei problemi italiani meglio di qualsiasi rapporto economico. Perché non si parte soltanto per guadagnare di più. Si parte anche per sentirsi utili, per vedere riconosciuta una competenza, per avere la sensazione che il proprio futuro dipenda almeno in parte da ciò che si sa fare e non soltanto dal tempo trascorso ad aspettare.

Naturalmente lo stipendio resta fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato una strana capacità collettiva di parlare di lavoro dimenticando che il lavoro serve anche a vivere. Chiedere una retribuzione adeguata sembra quasi sconveniente. “Devi fare esperienza”, “devi avere pazienza”, “alla tua età anch’io guadagnavo poco”, “prima devi dimostrare quanto vali”. Frasi ripetute per anni a persone che nel frattempo devono pagare affitto, spesa, bollette, trasporti e magari provare persino a mettere qualcosa da parte. La qualità della vita non si misura soltanto in aperitivi, sole e cucina italiana. Si misura nella possibilità di diventare adulti. Vuol dire poter lasciare casa dei genitori senza trasformare l’affitto in una missione finanziaria, programmare un figlio senza aprire contemporaneamente un foglio di calcolo sulla sopravvivenza familiare, cambiare lavoro senza il terrore che il prossimo contratto sia peggiore del precedente.

Immaginiamo allora Giulia, 28 anni, ricercatrice nei Paesi Bassi. «Ogni Natale qualcuno mi domanda quando torno. Io rispondo sempre allo stesso modo: fatemi tornare. Non significa pagarmi un volo o darmi un incentivo fiscale per tre anni. Significa offrirmi una prospettiva. Voglio sapere che tra cinque anni posso essere cresciuta, non che tra cinque anni dovrò ancora sperare nel prossimo rinnovo.» Anche questa è una storia simbolica, ma racconta bene il limite di molte politiche sul rientro dei talenti. Non basta attirare una persona per qualche anno se poi il sistema che l’aveva fatta partire resta identico. Altrimenti non stiamo invertendo la fuga dei cervelli: stiamo semplicemente finanziando una parentesi.

Ed è proprio qui che arriva la parte più sorprendente. Non è affatto detto che chi parte voglia restare fuori per sempre. Le ricerche sui giovani italiani all’estero mostrano una disponibilità significativa a considerare il ritorno in presenza di condizioni migliori: retribuzioni più competitive, opportunità coerenti con le proprie competenze, meritocrazia, stabilità, qualità del lavoro e possibilità di conciliare vita privata e professionale. È un dettaglio enorme perché ribalta completamente il racconto. Non abbiamo necessariamente perso una generazione. Abbiamo una generazione che ci sta dicendo a quali condizioni sarebbe disposta a tornare.

E forse dovremmo ascoltarla invece di offenderci. Perché troppo spesso la discussione si trasforma in un processo ai giovani. “Non hanno voglia di sacrificarsi”. “Pretendono tutto subito”. “Ai nostri tempi era diverso”. Certo che era diverso. Era diverso il prezzo delle case, era diverso il rapporto tra stipendi e costo della vita, era diversa la possibilità di acquistare un’abitazione, era diverso il mercato del lavoro e soprattutto era diversa l’idea stessa di futuro. Chiedere a un ventottenne di oggi di comportarsi come un ventottenne del 1985 ignorando tutto quello che nel frattempo è cambiato non è nostalgia: è semplicemente una comparazione sbagliata.

C’è poi una parola che in Italia pronunciamo continuamente e pratichiamo con molta più difficoltà: meritocrazia. Non significa trasformare la società in una gara permanente. Significa qualcosa di molto più elementare: creare sistemi in cui una persona brava possa crescere, indipendentemente dall’età, dal cognome o dalla quantità di anni trascorsi nella stessa stanza ad aspettare. Significa evitare che un giovane professionista debba necessariamente trasferirsi all’estero per scoprire cosa succede quando qualcuno gli affida davvero una responsabilità.

Potremmo immaginare Andrea, 34 anni, architetto a Copenhagen, che sintetizza tutto in una frase: «Io non voglio tornare indietro. Voglio poter tornare avanti.» È probabilmente questo il punto. Il ritorno in Italia non può essere presentato come un sacrificio emotivamente compensato dalla famiglia, dal cibo e dagli amici. Non possiamo dire a una persona: guadagnerai meno, avrai meno prospettive, farai più fatica a costruirti una vita, però almeno torni a casa. Dovremmo poterle dire il contrario: torna perché qui esiste qualcosa che vale la pena costruire.

Andare all’estero, naturalmente, non è una tragedia. Dovremmo anzi desiderare che sempre più giovani italiani facciano esperienze internazionali. Studiare a Barcellona, lavorare a Parigi, fare ricerca a Boston, fondare una startup a Berlino significa acquisire competenze, conoscere altri modelli, imparare lingue e portarsi dietro un pezzo di mondo. Il problema nasce quando la mobilità diventa una strada a senso unico. Un Paese sano non impedisce alle persone di partire: fa in modo che partire e tornare siano entrambe opzioni credibili. E soprattutto riesce ad attirare anche persone che italiane non sono. Perché il vero termometro dell’attrattività di un sistema non è quanti cittadini riesce a trattenere con il senso di colpa, ma quanti talenti scelgono liberamente di viverci.

E allora sì: giovani, riprendiamoci l’Italia. Ma senza retorica patriottica e senza slogan da manifesto. Riprendiamoci il diritto di chiedere uno stipendio senza essere accusati di pensare solo ai soldi. Riprendiamoci la possibilità di essere considerati professionisti prima dei quarant’anni. Riprendiamoci università e centri di ricerca in cui restare non sia un atto eroico. Riprendiamoci aziende nelle quali un talento possa crescere senza aspettare che si liberi una sedia. Riprendiamoci città nelle quali lavorare non significhi consegnare mezzo stipendio al proprietario di un monolocale. Riprendiamoci soprattutto l’idea che il futuro possa succedere anche qui.

Perché se centinaia di migliaia di persone preparate scoprono che il posto migliore dove utilizzare ciò che hanno imparato è fuori dall’Italia, continuare a domandare “perché se ne vanno?” serve a poco. La domanda più utile è un’altra: che cosa dobbiamo cambiare perché abbiano voglia di tornare?

L’Italia non deve implorare i propri giovani di rientrare per nostalgia. Deve diventare abbastanza competitiva da farsi scegliere di nuovo. Con stipendi, opportunità, ricerca, case accessibili, mobilità sociale, tempo e fiducia. Perché una generazione non si riconquista con un bonus, una campagna pubblicitaria o una fotografia davanti al Colosseo.

Si riconquista dandole un futuro.