«Per anni ho cercato di rendere assurda la realtà. Adesso succede quasi il contrario: certe volte basta guardarsi intorno e sembra che la parodia sia già stata scritta.»
È probabilmente questa la prospettiva migliore per entrare nell’universo di Maccio Capatonda, al secolo Marcello Macchia: prendere il quotidiano, spostarlo appena e mostrarne tutte le contraddizioni. Da oltre vent’anni lo fa attraverso personaggi improbabili, parole deformate, finti trailer e situazioni surreali che hanno finito per creare un linguaggio immediatamente riconoscibile.
Nato a Vasto nel 1978, Marcello Macchia è attore, autore, regista e sceneggiatore. Dopo le prime esperienze creative, la notorietà arriva nei primi anni Duemila grazie alla televisione e soprattutto alla collaborazione con la Gialappa’s Band nei programmi Mai dire…. È qui che prendono forma i suoi celebri finti trailer cinematografici, costruiti esasperando cliché, doppiaggi, titoli e meccanismi della pubblicità e del cinema. Una comicità che trova presto nel web una seconda vita e trasforma Maccio in un fenomeno capace di attraversare generazioni e piattaforme. Nel corso degli anni costruisce una vera e propria galleria di alter ego e personaggi: Mariottide, Padre Maronno, Rupert Sciamenna e molti altri. Nomi, espressioni e tormentoni escono progressivamente dai suoi sketch per entrare nel linguaggio comune di una parte del pubblico. Alla televisione si affiancano radio, serie e programmi come Mario, fino al passaggio al grande schermo. Nel 2015 dirige e interpreta Italiano medio, che porta al cinema la sua satira sul conformismo e sull’impoverimento culturale; due anni più tardi arriva Omicidio all’italiana. Negli anni successivi continua a muoversi tra cinema, televisione e piattaforme, fino alla vittoria della seconda edizione di LOL – Chi ride è fuori, che contribuisce a far conoscere il suo universo anche a un pubblico più giovane. Nel 2023 torna inoltre al cinema con Il migliore dei mondi, commedia che utilizza ancora una volta il paradosso per interrogarsi sul nostro rapporto con la tecnologia. Dietro il nonsense, infatti, è sempre rimasta un’osservazione molto precisa della società: la televisione, la pubblicità, il conformismo, l’ossessione per il successo, la tecnologia e soprattutto i tic del linguaggio contemporaneo. Un mondo che oggi, tra social e intelligenza artificiale, sembra talvolta aver raggiunto proprio quell’assurdità che Maccio ha raccontato per anni. Adesso arriva una nuova sfida: il teatro. Con Spettacolo Teatrale, Maccio Capatonda porta per la prima volta il proprio universo in tournée e lo fa scegliendo un luogo nel quale non esistono montaggio, secondo ciak o correzioni. Al centro dello spettacolo c’è un teatro sull’orlo del fallimento che decide di affidarsi proprio a Maccio per tentare di salvarsi: il punto di partenza per mescolare comicità dal vivo, video, personaggi e parodia, facendo incontrare il suo passato con una forma espressiva nuova. Per un autore che ha costruito parte della propria comicità sul montaggio e sulla manipolazione del linguaggio audiovisivo, il palcoscenico rappresenta quasi un esperimento al contrario: davanti rimangono soltanto il tempo della battuta, l’attore e la reazione immediata del pubblico.
L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per parlare di questo debutto, del rapporto tra Marcello Macchia e Maccio Capatonda, dei personaggi che lo accompagnano da oltre vent’anni, del successo e di come sia cambiato il modo di far ridere in un’epoca nella quale, qualche volta, la realtà sembra essere diventata più surreale della comicità stessa.
Hai trasformato il nonsense in un modo molto personale di osservare la realtà. Fa ridere, certo, ma a volte sembra anche un sistema per renderla più sopportabile. Nel tuo mestiere e nella tua vita, qual è l’aspetto meno divertente con cui ti ritrovi a confrontarti ogni giorno?
«Forse l’aspetto meno divertente è proprio aver trasformato una passione, qualcosa di super divertente, in un lavoro. A volte diventa molto stressante, assorbe parecchio ed è super caotico in alcuni momenti. E questo finisce per renderlo troppo serio. Fare arte dovrebbe essere anche liberatorio, uno sfogo; soprattutto nella comicità dovrebbe farti stare bene. Quando invece diventa una professione e arriva tutto il carico di pressione, una parte di me dice: “No, basta, allora non la voglio più fare”. Perché finché si scherzava e si rideva era tutto bello, ma quando subentrano stress, scadenze e mille impegni cambia tutto. Anche le esperienze più belle, se diventano continue, rischiano di rovinarsi. Per questo deve esserci sempre un equilibrio tra il lavoro e qualcos’altro che ti permetta di staccare, così da tornare a considerarlo un’occasione per divertirsi, per giocare. Perché il mio lavoro, in fondo, è un gioco. Un gioco che però diventa serio in tanti momenti: devi rispettare il pubblico, le scadenze, andare incontro a determinate esigenze e, nello stesso tempo, cercare di essere a fuoco con te stesso. Quello che dai al pubblico deve essere super onesto, intellettualmente parlando, sincero. Deve nascere in maniera spontanea, perché altrimenti diventa una costruzione e si percepisce che non è autentica. La difficoltà sta proprio nel mantenere un equilibrio tra l’essere a fuoco con se stessi, tirare fuori idee spontanee, farle evolvere continuamente e, allo stesso tempo, rispettare scadenze regolari. Perché resta comunque un lavoro, con i suoi tempi e la necessità di mantenere una frequenza abbastanza costante, soprattutto al giorno d’oggi».
Quando senti il bisogno di staccare davvero, cosa fai? Dove va Marcello Macchia quando Maccio Capatonda smette di lavorare?
«Ho diverse passioni. In questo periodo, per esempio, il golf. Pratico anche altri sport, come il ping pong. Poi guardo film, leggo libri. Ultimamente ho ripreso anche la chitarra elettrica e, più in generale, a suonare. È una passione che avevo da bambino e che ho riscoperto cinque o sei mesi fa».
Quindi suoni anche la chitarra. È qualcosa che appartiene al tuo passato?
«Da piccolo suonavo con un mio amico: avevamo un duo, chitarra e tastiera, e ci esibivamo anche nei locali. Facevamo soprattutto i Pink Floyd e i Dire Straits, insomma musica abbastanza bella, quasi colta, se vogliamo, considerando che avevamo sedici anni. Poi, verso i diciotto-diciannove anni, avevo abbandonato la chitarra e adesso, dopo trent’anni, ho ricominciato. Mi piace anche ballare, andare ai festival. Cerco di dedicarmi alle attività che mi fanno stare bene».
Musica, chitarra, ballo. E adesso arriva il teatro, una dimensione completamente nuova nella tua carriera. Come ti stai preparando al debutto?
«Sì, è proprio un grande passo per me. Intanto diciamo il titolo: Spettacolo Teatrale».
Un titolo che non lascia molto spazio all’interpretazione.
«È molto letterale, didascalico. Però, a differenza magari di altri titoli – per esempio il mio primo libro si chiamava Libro – in questo caso Spettacolo Teatrale è sia una gag sia un nome che acquista senso all’interno del concetto e della trama. Parliamo di una produzione con tanti interpreti e una storia che si sviluppa. Siamo otto attori sul palco, quindi è una commedia vera e propria. Ci sono anche momenti da musical. Non è un one man show e neppure stand-up comedy: è teatro a tutti gli effetti».
Per anni hai avuto una telecamera tra te e chi ti guardava. Adesso quella distanza scompare. Quanto pesa?
«Mi sto preparando con tanta fatica, ma per me è un passaggio importante perché mi spoglio dello schermo, ne esco. Per anni ho realizzato video sia perché amavo quel linguaggio, sia perché mi proteggeva un po’ dalla performance live, dal pubblico e dalla sua reazione immediata. Adesso sento che quell’esperienza mi mancava. Abbiamo già fatto più di un mese di prove e sono entrato in una fase in cui comincio a capire quanto sia bello fare teatro. Non ho ancora debuttato e quindi devo ancora incontrare gli spettatori, ma so che sarà ancora più emozionante averli davanti».
Che cosa ti fa più paura di quell’incontro?
«È una grande paura, ma anche una grande emozione. Temo di fallire, ovviamente, di non piacere e di dover affrontare una reazione immediata: magari la gente non ride, magari dimentico una battuta o sbaglio. Possono succedere tante cose. Però a teatro c’è vita. Esiste un’energia che pervade la performance ed è impagabile rispetto a un film. Il cinema lo fai, poi lo vedono tutti ed è, in un certo senso, stampato nella pellicola: rimane bloccato nel tempo, cristallizzato. La performance teatrale, invece, è live, appunto viva, e può contenere ogni sera piccole variazioni, errori, ma anche improvvisazioni e bellissime sorprese, sia per gli attori sia per gli spettatori. È un mondo totalmente nuovo per me e non vedo l’ora di esplorarlo».
Facciamo un salto indietro. Hai raccontato di considerare le interviste una sorta di “salottino della psicanalisi”, quindi provo a improvvisarmi psicologo. Da ragazzino avevi quella famosa telecamera analogica con cui filmavi il mondo. Che cosa cercavi dentro quell’obiettivo?
«Volevo sicuramente creare una realtà alternativa più interessante. Il primo obiettivo era andare oltre ciò che avevo davanti. Il surreale deriva proprio da questo: sta sopra al reale e, allo stesso tempo, lo deforma. Con gli sketch, ma anche con i film horror che giravo, cercavo di costruire un universo alternativo, come si fa con il cinema e con l’arte attraverso l’evasione: inventare mondi nuovi, più interessanti. Anche perché la mia città non era così movimentata, non era un posto in cui accadesse chissà che. Mi piaceva allora immaginare. Realizzavo, per esempio, i miei primi horror e volevo sovvertire le regole del gioco. Facevo avvenire molti omicidi a Chieti, dove normalmente non succedeva niente. Il mio primo film si chiamava Jason a Chieti, da Venerdì 13. Era anche una maniera per prendere in giro quello che mi circondava. Facevo parodie, sketch: una specie di ribellione nei confronti di un quotidiano che, sin da piccolo, trovavo poco interessante. Come se non mi bastasse».
Nel tempo hai parodiato il cinema, la televisione e soprattutto la pubblicità. Penso, per esempio, a “Ciglians”. Oggi l’advertising sembra ossessionato dall’intelligenza artificiale. Hai mai pensato di farne una parodia?
«Per ora no. O meglio, ci avevo pensato quando erano usciti i primi filmati realizzati con l’intelligenza artificiale, ancora un po’ goffi, un po’ cringe. L’idea era girarne alcuni realmente, facendo però in modo che sembrassero generati dall’IA. Potrebbe funzionare ancora, perché certe produzioni artificiali conservano una pasta e persino un sound riconoscibili. Adesso, però, siamo arrivati a livelli talmente simili al vero che non saprei».
Eppure con l’IA hai già sperimentato.
«In realtà ho realizzato un progetto che prende in giro l’intelligenza artificiale, o meglio, la sfrutta. Era uno spot vero e proprio per una testata giornalistica. Ho utilizzato l’IA perché in quel caso aveva senso e anche perché avevamo dei limiti di budget: si prestava bene a mettere in scena ciò che volevamo. Per ora l’ho usata così».
C’è qualcosa del fare cinema che non vorresti mai delegarle?
«Non mi piace molto l’idea di affidare all’IA la realizzazione dei video, perché una parte fondamentale del piacere sta proprio nel girarli. Il prodotto finito poi diventa, come dicevo, “morto”, nel senso che rimane cristallizzato nel tempo attraverso il montaggio. Il bello sta anche nel trovare i modi e le soluzioni per arrivare a quel risultato. Girare è una passione, un’arte, un lavoro artigianale. E dietro ci sono delle professioni. L’idea che si possa fare tutto attraverso l’intelligenza artificiale, secondo me, potrà rappresentare una branca dell’audiovisivo, ma credo che rimarrà anche chi dirà: “Però è bello farli veramente, questi video”. Quasi come se realizzarli davvero diventasse un modo vintage di lavorare. Credo che quella strada continuerà a esistere».
Uno dei tuoi storici compagni di viaggio è Herbert Ballerina. Oggi lo vediamo spesso accanto a Stefano De Martino. Domanda un po’ maliziosa: ti senti tradito?
«Ma no. Mi dispiace un po’ che non abbiamo più lavorato tanto insieme. Io mi sono trasferito a Roma, lui è rimasto a Milano e, ormai da sette anni, non è voluto venire a Roma. Abbiamo collaborato in qualche video, però in lui ho sempre avvertito l’esigenza di emanciparsi un po’ da me e dal concetto di coppia comica, anche perché non lo siamo mai stati propriamente. L’ho sempre lasciato libero. Il fatto che abbia trovato un’altra collocazione, o anche un’altra persona che gli dia la possibilità di esprimersi, per me è un’ottima opportunità per lui. Non lo considero assolutamente un tradimento».
Quindi non dobbiamo archiviare definitivamente Maccio e Herbert.
«Anche perché, se volessimo tornare a fare qualcosa insieme, potremmo farlo. Avevamo forse anche un film in ballo. Insomma, ci sono alcuni progetti che potrebbero arrivare in futuro. Non lo escludo».
In Italiano medio bastava una pillola per diventare più stupidi e, in qualche modo, vivere meglio. Se dovessi riscrivere oggi quella storia, che forma avrebbe la pillola?
«In quel film volevo raccontare un’italianità un po’ becera, stupida, media, mediocre. Un italiano anche abbastanza cafone, se vogliamo. Quel tipo umano esiste ancora, ma forse oggi potrebbe essersi trasformato nell’italiano dipendente dai social. Infatti successivamente ho fatto Il migliore dei mondi, perché la situazione si è evoluta. Culturalmente ci stiamo tutti adeguando a una modalità di fruire Internet attraverso lo smartphone che ci sta rincoglionendo allo stesso modo. È democratico, ma nella scemenza, nel rincoglionimento. Sia gli intellettuali sia le classi più basse siamo nella stessa barca. Per questo mi viene da dire che la pillola di oggi, per certi versi, è lo smartphone».
Il problema è lo strumento o il modo in cui abbiamo imparato a usarlo?
«Il problema è che la tecnologia viene costruita per creare dipendenza, perché risponde a logiche capitalistiche che vogliono trattenerti lì il più possibile. Non è quindi la tecnologia il male in sé: viene però asservita a meccanismi e studi che tendono a renderci dipendenti».
All’inizio della tua carriera c’era anche chi liquidava ciò che facevi come puerile, demenziale, quasi improvvisato. Oggi quel linguaggio è diventato immediatamente riconoscibile. Che cosa diresti a quegli haters ante litteram?
«Io non li ho mai conosciuti, questi haters. Forse non ho neanche mai sentito quelle voci, quindi mi suona nuova. Ma ben venga saperlo. Oppure l’avevo sentito e l’ho dimenticato. Sicuramente nella mia produzione e nei lavori che ho fatto esiste una componente spontanea e improvvisata. In certi casi è proprio quello il bello. Oltre alla scrittura, alla pre-produzione e all’affinamento di quello che preparo, lascio sempre uno spazio all’improvvisazione e alla spontaneità. Molto spesso ciò che nasce sul set e non era stato pianificato finisce per essere la parte migliore.Forse quando ero più piccolo ero ancora più istintivo. La considero comunque una grande qualità. Mi facevo prendere da un’idea, dicevo: “No, dobbiamo fare questa cosa”, e la realizzavo in quattro e quattr’otto. Alcune di quelle intuizioni sono poi rimaste tra le più iconiche».
Sei stato tra i primi comici italiani a beneficiare della rete quando TikTok non esisteva e YouTube era praticamente agli inizi. I tuoi lavori circolavano online quando essere “creator” non era ancora una professione. Quanto c’era di strategico in quella scelta?
«In realtà non sono stato propriamente io a sfruttare questa opportunità: è stato il pubblico. I miei video andavano in televisione e poi venivano caricati dagli utenti su YouTube oppure, inizialmente, sul mio sito, che era quello della casa di produzione.
In seguito sono arrivati sulla piattaforma attraverso gli utenti, perché io non avevo i diritti. Questa dinamica mi ha reso, diciamo, uno “youtuber fake”, però i miei contenuti ne hanno beneficiato e anche la mia popolarità».
Se Marcello Macchia avesse vent’anni oggi, con TikTok, YouTube, Instagram e la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, avrebbe vita più facile o rischierebbe di perdersi?
«Se fossi nato artisticamente adesso avrei sicuramente molta più concorrenza, perché ormai in tanti fanno comicità surreale e riescono ad avere visibilità. Oggi c’è molto più spazio per questa professione. Allo stesso tempo, però, non esiste più quella palestra che io ho fatto, per esempio, con la Gialappa’s, che mi ha responsabilizzato e insegnato parecchio. Adesso apri un canale, realizzi i tuoi contenuti e non hai più dei maestri, in qualche modo. Magari ti ispiri ad altri comici, ma manca forse un po’ quella scuola che io ho avuto e che mi ha permesso anche di maturare professionalmente. Ho paura che, per come sono fatto, se oggi avessi vent’anni potrei perdermi nelle infinite possibilità offerte da YouTube e magari non sarei abbastanza disciplinato da sfornare tutto quel materiale».
Quindi avere qualcuno che ti chiedeva continuamente nuovi lavori è stato determinante?
«Se ci penso, quasi tutti i video che ho fatto sono nati su commissione. Mi sono stati chiesti. Se non avessi avuto quella pressione esigente da parte di committenti televisivi come la Gialappa’s o altri programmi, da solo forse non avrei potuto produrre così tanto, anche per questioni di budget. Ma forse non avrei neanche voluto farlo, per pigrizia. Il committente, per me, è importante. Oggi invece i creator producono per il loro pubblico e magari pubblicano una volta a settimana. Però lavorare esclusivamente per gli spettatori, secondo me, non è necessariamente la spinta giusta».
Curioso per uno come te, che artisticamente ha sempre dato un’impressione piuttosto anarchica: hai bisogno della pressione per funzionare?
«L’idea di dover lavorare sotto pressione per me è una condizione sine qua non per performare bene».
Hai detto che le interviste diventano per te una specie di “salottino della psicanalisi”. Allora chiudiamo la seduta: hai scoperto qualcosa di te durante questa conversazione?
«Beh, alcune cose le ho scoperte. Per esempio proprio il fatto di aver bisogno di una spinta, di un produttore o comunque di un interlocutore. Sapere che sto facendo qualcosa per qualcuno. La Gialappa’s, per esempio, rappresentava per me il programma più importante di quel periodo. Essere consapevole di dover lavorare per loro mi ha responsabilizzato molto e mi ha anche aggiunto parecchia pressione. Questa è una delle cose che ho capito durante la nostra seduta. Ma probabilmente anche altre che, in questo momento, non mi vengono in mente».
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Maccio Capatonda, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Bella questa, bella domanda. Sul mio domani spero di essere sempre più a fuoco con quello che sono, togliendo tutto ciò che non mi fa bene e cercando di essere il più onesto possibile con gli altri, più sincero e una persona migliore, quasi dal punto di vista spirituale. Vorrei essere più autentico anche espressivamente e artisticamente, verso il pubblico e verso me stesso. Andare a scolpire la mia personalità eliminando ciò che è superfluo per essere sempre più a fuoco. Questa è la mia parola: riuscire a stare maggiormente nel flow, in un certo senso, senza troppi artifici. La paura, invece, è quella di perdersi in un oceano di informazioni, stimoli e tecnologie. Di sovraccaricarci fino a smarrire la bussola di ciò che siamo e di quello che vogliamo, finendo in un baratro di scemenza, nel baratro dell’“italiano medio” del mio film. L’augurio è quindi anche quello di riuscire a domare queste tecnologie e utilizzarle per le enormi potenzialità che hanno, ma non per distruggere la nostra capacità intellettiva».
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite













