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Marco Mengoni con “Giornate perse” dà una lezione alla musica italiana: si può emozionare senza inseguire tormentoni. Ma quanti artisti oggi ne sono ancora capaci?

Marco Mengoni ha una delle voci più riconoscibili della musica italiana, ma forse la sua sfida più importante, oggi, è imparare a non usarla sempre per dimostrare qualcosa. Con Giornate perse, il nuovo singolo pubblicato il 9 ottobre per Epic Records Italy/Sony Music Italy, il cantautore sembra voler prendere le distanze dalla monumentalità del pop che lo ha consacrato. Non rinuncia all’eleganza, alla tecnica o alla costruzione melodica.

Piuttosto, prova a mettere tutto questo al servizio di qualcosa di meno spettacolare e più difficile da raccontare: la sensazione di non riconoscersi più, di perdere tempo mentre si cerca disperatamente di ritrovare se stessi.

Il risultato è una canzone che non pretende di fornire risposte. E forse è proprio questa la sua qualità più interessante. Nell’epoca della musica costruita per arrivare immediatamente al ritornello, Mengoni sceglie di fermarsi, di lasciare spazio al dubbio. Un atteggiamento che, per un artista abituato a misurarsi con i grandi numeri, gli stadi e le aspettative di un pubblico vastissimo, rappresenta una scelta artistica tutt’altro che scontata.

Una voce straordinaria che prova a non nascondere le imperfezioni

Il problema di Marco Mengoni, se così si può chiamare, è sempre stato quello di possedere una voce talmente potente e tecnicamente controllata da rischiare, qualche volta, di sovrastare le canzoni. Una qualità eccezionale che può trasformarsi in una gabbia: quando sai cantare tutto, il rischio è dimenticare che non tutto ha bisogno di essere cantato alla perfezione.

In Giornate perse emerge una direzione diversa. L’incontro tra strumenti acustici e produzione contemporanea, curata dallo stesso Mengoni insieme a Giovanni Pallotti, con la coproduzione di Vanegas, cerca un equilibrio tra immediatezza emotiva e raffinatezza sonora. L’intenzione non è inseguire il pop più rumoroso o le formule di successo immediato, ma costruire uno spazio nel quale la voce possa assumere un valore narrativo, oltre che musicale.

La scrittura, firmata da Mengoni con Jacopo Ettorre, affronta una materia particolarmente delicata: la perdita, l’immobilità emotiva, il senso di colpa per il tempo trascorso senza riuscire a reagire. Il cantante arriva perfino a rivolgersi a se stesso chiamandosi per nome, come se dentro la canzone convivessero due persone: quella che soffre e quella che prova a convincerla ad andare avanti.

Non è semplicemente una trovata letteraria. È il tentativo di portare dentro una canzone pop il linguaggio disordinato dei pensieri, quello che raramente trova una forma presentabile.

Eppure il brano conserva una certa compostezza, quasi un istinto a rendere elegante anche il dolore. È qui che si colloca il suo limite possibile: la produzione resta sofisticata e controllata proprio mentre il testo racconta la perdita del controllo. Una contraddizione che non compromette la riuscita dell’operazione, ma rende evidente quanto sia difficile, per una grande popstar, liberarsi completamente della propria immagine.

L’ombra di Lucio Dalla e il rischio dei paragoni importanti

Il riferimento dichiarato a Lucio Dalla merita una riflessione. Non perché Mengoni debba dimostrare di esserne l’erede, operazione tanto ambiziosa quanto inutile, ma perché il cantautore bolognese ha insegnato alla musica italiana qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: una bella voce non è necessariamente una voce che racconta qualcosa.

Dalla sapeva essere sgraziato, ironico, imprevedibile. Sapeva trasformare un dettaglio quotidiano in un’immagine poetica e fare convivere malinconia e leggerezza senza chiedere il permesso a nessuno.

Mengoni appartiene a un’altra generazione, a un’altra industria musicale e a un’altra idea di spettacolo. Ma in Giornate perse sembra cercare proprio quella libertà espressiva: la possibilità di non dover essere necessariamente rassicurante, impeccabile o immediatamente comprensibile.

Il richiamo a Dalla funziona quando diventa una lezione di libertà, molto meno se viene inteso come una dichiarazione di somiglianza stilistica. Mengoni non ha bisogno di assomigliare a nessuno per dimostrare di essere diventato un interprete maturo. Ha semmai bisogno di continuare a cercare una scrittura capace di sorprendere quanto la sua voce.

Il dolore personale, senza trasformarlo in spettacolo

A dare un significato ancora più profondo al brano sono arrivate le parole pronunciate da Mengoni l’11 ottobre, durante Che tempo che fa. Il cantante ha raccontato che Giornate perse nasce dal periodo più difficile della sua vita, segnato dalla scomparsa della madre Nadia Ferrari nel settembre 2024. Ha anche spiegato che la registrazione presente nel singolo è la prima e unica interpretazione realizzata in studio.

Un dettaglio che modifica inevitabilmente la prospettiva dalla quale guardare questa pubblicazione. La fragilità, qui, non è soltanto un tema scelto per costruire una narrazione musicale, ma il tentativo di dare una forma a un’esperienza vissuta.

Questo non significa che la sofferenza renda automaticamente migliore una canzone. La critica musicale deve saper distinguere l’autenticità di un sentimento dalla qualità della sua traduzione artistica. Ma sapere da dove nasce questo brano permette di comprendere meglio la necessità espressiva che lo attraversa.

Il videoclip: mentre il mondo corre, Mengoni rimane fermo

Il videoclip ufficiale, nato da un’idea dello stesso artista e diretto da Giulio Rosati, traduce questa condizione emotiva attraverso un’immagine semplice: Mengoni è seduto nella sala d’attesa di un vecchio ufficio postale. Intorno a lui le persone arrivano, se ne vanno, si sostituiscono continuamente. Il mondo continua a funzionare mentre il protagonista sembra aver smarrito la capacità di parteciparvi.

È un’immagine efficace proprio perché rinuncia alla spettacolarizzazione immediata del dolore. L’attesa diventa la metafora di un’esistenza sospesa, nella quale il tempo degli altri procede normalmente mentre quello personale sembra essersi interrotto.

La successiva deriva cosmica, con Mengoni sospeso nell’universo prima di precipitare nuovamente nella realtà, amplia il racconto fino a una dimensione quasi esistenziale. È la parte visivamente più ambiziosa, anche se probabilmente meno originale: la metafora dell’uomo smarrito nello spazio appartiene da tempo all’immaginario del pop contemporaneo.

Molto più incisiva rimane la sala d’attesa. Perché l’idea di essere rimasti indietro mentre tutti gli altri continuano a vivere possiede una forza narrativa che non ha bisogno di effetti speciali.

Da “Giornate perse” ad “Allo Sbagliato”: il lusso di non essere perfetti

Il singolo anticipa anche la nuova esperienza di Allo Sbagliato, il progetto che dal 5 novembre al 19 dicembre porterà Mengoni a Milano per una residency di 26 spettacoli, affiancata da una programmazione che attraversa musica, comicità, jazz e performance.

Il filo conduttore sembra essere il desiderio di recuperare una dimensione meno prevedibile e più spontanea dell’intrattenimento, sottraendola almeno in parte alle logiche della riproducibilità digitale.

È un’ambizione interessante, soprattutto per un artista che ha raggiunto una posizione di assoluto privilegio nell’industria discografica italiana. Dopo gli stadi, i dischi di platino e le vittorie sanremesi, la vera provocazione potrebbe essere smettere di cercare continuamente il risultato perfetto.

Naturalmente, una canzone non basta a decretare una svolta artistica. Saranno le prossime pubblicazioni e soprattutto la dimensione dal vivo a dimostrare se questa esigenza di libertà corrisponda a un cambiamento duraturo o rimanga una parentesi nella carriera di una popstar.

Ma Giornate perse lascia intravedere una possibilità importante. Quella di un Marco Mengoni meno interessato a convincere il pubblico della propria bravura e più disposto a condividere le proprie contraddizioni.

Non è necessariamente la sua canzone più immediata, né quella destinata a diventare il nuovo grande inno da stadio. Ma potrebbe essere una delle più significative per comprendere la direzione che sta cercando di prendere.

Perché, dopo anni trascorsi a dimostrare di possedere una voce straordinaria, la vera maturità di Marco Mengoni potrebbe consistere nel capire che le cose più importanti, qualche volta, si raccontano senza bisogno di alzare la voce.