«Oggi non si scrivono più canzoni». A pronunciare una delle critiche più severe alla musica contemporanea non è un nostalgico qualsiasi, ma Massimo Ranieri, un artista che attraversa da oltre sessant’anni la storia dello spettacolo italiano.
E questa volta il bersaglio non è soltanto la qualità delle nuove produzioni discografiche, ma qualcosa di più profondo: l’impressione che la musica abbia cominciato a somigliare a un prodotto costruito in serie, talmente prevedibile da sembrare generato da un algoritmo. In un’intervista rilasciata all’ANSA il 10 ottobre, Ranieri ha espresso il suo giudizio senza particolari diplomazie: «Oggi non si fanno più canzoni», aggiungendo che molte delle produzioni attuali sembrano realizzate con l’intelligenza artificiale, pur riconoscendo l’esistenza di alcune eccezioni. Una dichiarazione destinata a dividere il pubblico, soprattutto perché arriva in un momento nel quale l’intelligenza artificiale sta trasformando il rapporto tra creatività, tecnologia e industria musicale.
Massimo Ranieri contro la musica di oggi: è davvero tutta colpa degli algoritmi?
La provocazione di Massimo Ranieri intercetta un sentimento diffuso tra chi è cresciuto con la grande tradizione della canzone italiana: la convinzione che un tempo le melodie fossero più riconoscibili, i testi più importanti e gli interpreti meno intercambiabili. Ma il suo ragionamento va oltre la contrapposizione tra passato e presente. Quando un cantante della sua esperienza sostiene che molte canzoni sembrano prodotte dall’intelligenza artificiale, il riferimento non deve necessariamente essere interpretato come un’accusa di utilizzo effettivo di questi strumenti. È piuttosto una critica all’omologazione musicale, alla ripetizione delle formule e a un mercato che spesso premia ciò che funziona immediatamente, anche a costo di sacrificare originalità e personalità.
La questione, naturalmente, è più complessa. Anche negli anni Sessanta esistevano prodotti costruiti per le classifiche, canzoni destinate a durare una sola stagione e meccanismi commerciali tutt’altro che romantici. La differenza è che oggi la produzione musicale vive dentro un ecosistema completamente trasformato: streaming, playlist, social network e ascolti sempre più frammentati hanno cambiato il modo in cui una canzone viene scritta, promossa e consumata. E se un brano deve catturare l’attenzione in pochi secondi, il rischio è che la riconoscibilità immediata diventi più importante della capacità di sorprendere.
Il nuovo album sarà un viaggio negli anni Sessanta
Ranieri ha deciso di rispondere a questa trasformazione tornando alle proprie radici. Il nuovo album, previsto per la primavera del 2027, sarà dedicato alle grandi canzoni degli anni Sessanta, quelle che ascoltava e interpretava da ragazzo, quando lavorava ancora al bar e il successo era un’ipotesi lontana. Tra i riferimenti figurano Adriano Celentano, Rita Pavone, Sergio Endrigo e Luigi Tenco, protagonisti di una stagione musicale nella quale convivevano leggerezza, sperimentazione, melodie popolari e una scrittura capace di raccontare anche le inquietudini di un Paese in trasformazione.
La scelta è interessante perché non arriva da un artista che ha smesso di cercare nuove strade. Ranieri continua a esibirsi, sperimentare e confrontarsi con autori e produttori contemporanei. Negli ultimi vent’anni ha portato in scena circa duemila spettacoli, mantenendo un rapporto con il pubblico che rappresenta una delle caratteristiche più sorprendenti della sua carriera. Il ritorno agli anni Sessanta, dunque, non è necessariamente una rinuncia al presente. Può essere letto come il tentativo di recuperare una certa idea di canzone: un racconto che possieda una propria identità anche quando vengono tolti arrangiamenti, effetti e produzione.
“Il giorno prima”, la nuova canzone che racconta quello che abbiamo perso
Intanto il 9 ottobre è uscito “Il giorno prima”, il nuovo singolo scritto da Carlo e Niccolò Verrienti, prodotto da Gino Vannelli e accompagnato da un videoclip diretto da Roberta Torre. Il brano entrerà nella scaletta del tour Tutti i sogni ancora in volo a partire dal concerto del 17 ottobre a Catanzaro. Al centro c’è il desiderio impossibile di tornare indietro, recuperare occasioni perdute e guardare con maggiore attenzione ciò che la velocità della vita contemporanea tende a farci trascurare.
Nell’intervista, Ranieri ha collegato questa nostalgia anche al modo in cui sono cambiate le relazioni umane. Non soltanto la musica, quindi, ma la fretta con cui consumiamo incontri, promesse e sentimenti. È un passaggio che rende il suo discorso più interessante della semplice lamentela sulle canzoni moderne. La critica riguarda una società che sembra avere sempre meno tempo per ascoltare davvero, coltivare un rapporto o lasciare maturare un’emozione. In questo senso, il ritorno alle grandi melodie del passato diventa anche una ricerca di profondità.
Da Sanremo a Stefano De Martino: Ranieri guarda ancora al futuro
Nel corso della stessa conversazione, l’artista ha parlato anche del prossimo Festival di Sanremo, che vedrà Stefano De Martino alla conduzione. Ranieri ha espresso apprezzamento per la naturalezza e la sicurezza del presentatore, pur sottolineando quanto sia impegnativo affrontare una macchina televisiva complessa come quella del Festival. Un giudizio incoraggiante, che racconta anche il rapporto di Ranieri con una manifestazione alla quale ha legato momenti fondamentali della propria storia, dalla vittoria con “Perdere l’amore” al riconoscimento della critica ottenuto con “Lettera di là dal mare”.
Eppure la domanda sollevata dalle sue dichiarazioni resta aperta. La musica italiana ha davvero smesso di produrre grandi canzoni oppure siamo noi ad ascoltarla in maniera diversa? Ogni generazione tende a considerare irripetibile la colonna sonora della propria giovinezza. Ma sarebbe altrettanto semplicistico ignorare quanto siano cambiati i tempi della produzione, le aspettative delle case discografiche e il rapporto tra artisti e pubblico.
Forse il punto più interessante non è stabilire se Ranieri abbia ragione o torto. È chiedersi quanto spazio concediamo ancora alle canzoni che non cercano di conquistarci immediatamente, a quelle che hanno bisogno di più ascolti, che raccontano qualcosa di scomodo o che non assomigliano a ciò che abbiamo già sentito. Perché l’intelligenza artificiale può imitare uno stile, riconoscere una struttura e riprodurre una formula. Ma la questione che Ranieri pone, prima ancora che tecnologica, è culturale: vogliamo ancora essere sorpresi dalla musica oppure ci basta riconoscere qualcosa che sappiamo già di apprezzare?




