Luca Argentero, appena superata la soglia dei quarant’anni, è senza dubbio uno degli attori italiani tra i più stimati. I suoi primi quindici anni di carriera, costellati di successi e di traguardi raggiunti, hanno visto l’attore piemontese spaziare dal piccolo schermo al cinema e al teatro con collaborazioni con registi prestigiosi come Ferzan Ozpetek, che lo ha scelto per il film “Saturno Contro” e Umberto Cateni che per il suo ruolo n “Diverso da chi?” gli ha fatto guadagnare una candidatura al David di Donatello come miglior attore protagonista. Oggi l’ex concorrente del Grande Fratello, non disdegnando attività collaterali come la partecipazione come giudice al talent “Amici di Maria de Filippi” di qualche anno fa ed attività benefiche, per l’organizzazione “Onlus 1 Caffè” di cui è vice presidente si divide tra cinema e la quarta parete. Mentre a teatro propone lo spettacolo È questa la vita che sognavo da bambino?dove racconta le storie di grandi personaggi dalle vite straordinarie, che hanno inciso profondamente nella società, sul grande schermo, è protagonista di “Copperman” la pellicola del regista Eros Puglielli, in cui interpreta Anselmo un supereroe speciale cresciuto senza imparare a diffidare degli altri, nonostante la durezza della vita, viaggiando nel mondo con l’innocenza di un bambino e il cuore di un leone. Una favola moderna dove Luca si confronta con lo sguardo di un uomo che a causa di un ritardo mentale vede la realtà con occhi diversi, come un Forrest Gump moderno che ha conservato nel tempo la purezza infantile ed il candore disarmante di chi non conosce la diffidenza. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Luca Argentero per parlare con lui di questa nuova sfida attoriale e dei suoi primi quarant’anni, tra resoconti e nuovi obiettivi di vita da perseguire con ottimismo.

Nel tuo ultimo film Copperman, per la regia di Eros Puglielli, ti troviamo nei panni di un supereroe atipico; com’è stato indossare l’armatura ed impersonificare il ruolo di Anselmo?

«Per me è stato un sogno che si realizza, anche se parliamo di un supereroe atipico perché non ha nessun tipo di superpotere…Il protagonista di Copperman, Anselmo, non ha armi speciali, raggi laser o ragnatele, ha solo un grande cuore che lo porta ad aiutare gli altri con grande forza e coraggio e con ingenuità di un bambino unita ad una grande forza di volontà. Quando ho letto il copione del film mi sono subito affezionato a questo personaggio; Anselmo è speciale nasce e cresce con una definizione addosso quella di essere diverso…questa parola in realtà mi piace poco e credo che nessuno debba essere definito od etichettato tale, perché la diversità è sempre e comunque relativa…Gli altri bambini vedono Anselmo come differente da loro perché ha la capacità di guardare la realtà in maniera unica e personale e crescendo conserva questa sua unicità fino ad indossare un armatura che forse serve più a lui a difendersi dal mondo esterno, l’unica ad andare oltre e a capire la sua sensibilità è Titti, la sua fidanzata interpretata dalla mitica Antonia Truppo. Indossare l’armatura e mettermi nei panni di questo eroe è stata un esperienza molto profonda…ho sostituito la parola “diverso” con “speciale”».

Dalla mimica facciale ai movimenti del corpo, per questo film hai studiato le dinamiche sociali e fisiche dei ragazzi autistici entrandone a contatto frequentando l’ AITA il centro scientifico di neuropsichiatria di Roma. Cosa ti ha lasciato umanamente questa esperienza?

«Questo è stato un viaggio professionale ed umano unico per me, di quelli che ti capitano una volta nella vita, ho avuto il privilegio di avvicinarmi ad una realtà complessa ed articolata ed inevitabilmente ricca. Son stato molto fortunato a trovare la collaborazione dell’ AITA, un centro che nasce per fornire un supporto concreto ai ragazzi affetti da disturbi dello spettro autistico e altre problematiche neuropsichiatriche ed aiutare le famiglie nell’individuazione dei migliori percorsi di cura. Al centro ho parlato con i medici, gli psicoterapeuti e con i genitori dei ragazzi autistici ed ho capito che percepire ed affrontare la realtà da un altro punto di vista può essere positivo, così fa anche Copperman quando trasforma la sua debolezza in un punto di forza».

L’infanzia è spesso un periodo complesso da affrontare…per Anselmo è un momento introspettivo e difficile; tu come hai vissuto la tua?

«Sono stato molto fortunato, ho avuto un’infanzia felice e piena d’amore. Ho ancora oggi una famiglia unita, cosa non scontata di questi tempi, ed è come se fossi cresciuto in un batuffolo di cotone. Per quanto riguarda il mio carattere, in realtà non sono mai stato troppo introverso, anzi al contrario, sono stato sin da piccolo aperto alla vita forse anche per l’abitudine al sorriso che mi è stata trasmessa da una famiglia molto positiva…».

A proposito di fanciulezza oltre al cinema sei protagonsita a teatro con lo spettacolo “E’ questa la vita che sognavo da bambino?” dove racconti la storia di Luisin Malabrocca, Walter Bonatti e Alberto Tomba, tre sportivi italiani che hanno fatto sognare…oggi com’è la tua vita?

«La mia vita oggi è molto meglio di quella che sognavo io da bambino (ride). Il titolo parte da una domanda anagrafica che quando compi quarant’anni inevitabilmente ti poni…Il mio percorso di vita e sopratutto professionale è partito inaspettatamente, non mi ha lasciato un momento libero ed è avvenuto tutto velocemente. Ad un certo punto mi sono guardato indietro e mi son chiesto: “Come ci sono finito qua?” e in realtà mi sono stupito di come la mia vita sia diventata giorno dopo giorno sempre più piena ed emozionante, sempre in movimento, contornata da persone diverse e speciali. Ma siccome non vorrei cantarmela e suonarmela da solo e ritengo poco elegante ed interessante parlare unicamente di me, sono partito dalla narrazione di tre eroi che mi hanno condizionato e formato e che mi hanno spinto a credere nei sogni».

Qual è il filrouge che accomuna questi tre miti dello sport?

«Alberto Tomba era il mio poster appeso in camera e fa parte un periodo preciso della mia vita, Malabrocca l’ho scoperto da adulto ed è il racconto di chi arrivando ultimo, perché era maglia nera al giro d’Italia, può nonostante tutto vincere e poi Bonatti l’ho sempre vissuto dai racconti famigliari. La mia è una famiglia di alpinisti, con un amore particolare per la montagna e gli sci e questa è diventata la metafora della mia vita».

Rimanendo in tema di alpinismo il fascino delle montagne è dato dal fatto che sono belle, grandi e soprattutto pericolose…Qual è per te il motivo per arrivare in cima?

«Non c’è nessun motivo per arrivare in cima alla montagna ma la vita è fatta di obiettivi…tu ti poni l’obiettivo di arrivare in alto per piantare la bandierina ma per poterlo fare devi faticare molto; arrivare lassù non ne nè una tappa scontata od obbligatoria…ciò che conta è l’impegno che ci metti giorno per giorno per arrivarci più che la meta stessa».

Tra i tanti impegni tra cinema, tv e teatro hai anche avuto modo di passare dietro la macchina da presa nel ruolo di regista…recentemente però hai preferito dedicarti solo alla recitazione, la crisi del mercato cinematografico ha influito su questa scelta?

«In realtà la crisi del mercato cinematografico centra ben poco, ho messo da parte questo aspetto perché sono appassionato di quello che faccio, il lavoro d’attore mi appassiona. Essere regista è un mestiere a tempo pieno e per farlo devi tralasciare tutto il resto. Io stavo commettendo l’errore di voler fare tutte e due le cose ma mi sono subito accorto che non erano due lavori che si potevano conciliare ed incastrare tra loro. Il rischio maggiore era quello di far male entrambe le cose».

Com’era la tua giornata da attore e regista?

«Ricordo che ritornavo dal set e che scrivevo mail fino a mezzanotte e che mi occupavo della produzione del film, questo poi non mi consentiva di dedicarmi a tutto con la stessa capacità sopratutto quando la mattina dopo ritornavo sul set con le occhiaie. Quindi ho semplicemente dovuto fare una scelta ed ho deciso che era più importante continuare a fare bene l’attore che non distrarmi con altre dinamiche complesse».

Quarant’anni è una cifra anagrafica importante e di bilanci…oltre al livello professionale cosa manca oggi nella tua vita che vorresti realizzare?

«Mi manca avere un figlio e mettere su famiglia che credo sia un obiettivo tra i più importanti nel esistenza di un uomo. Mi piacerebbe anche fare un lungo viaggio intorno al mondo…il lavoro non mi ha mai dato tempo libero per dedicarmi a me stesso e agli amici più cari».

John Wayne disse che: “nessuno dovrebbe andare al cinema se non crede agli eroi” Qual è il tuo eroe personale?

«Di eroi al cinema ne ho visti ed apprezzati tanti come Iron Man ad esempio… da piccolo per carnevale mi vestivo da spiderman e superman, negli anni ottanta andavano di moda…(ride) ma l’eroe della mia vita non indossa una tuta e non ha poteri speciali ed è il mio papà. Lui per me è un faro, un punto di riferimento mi ha sempre spinto a sfidarmi e a superare i miei limiti, a gareggiare con me stesso e con la vita e ad amare la natura. Per me è da sempre stato un modello propositivo da seguire».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Luca Argentero, quali sono le tue speranze e le tue paure?

Io sono estremamente positivo, sono convinto che il Domani sarà sempre meglio di oggi, non so perché ma mi accompagna sempre una visione positiva della vita e del mondo e questa cosa mi ha sempre portato fortuna. Credo che se desideri con forza e coraggio che le cose vadano in maniera positiva la vita non potrà che far seguire quella direzione che hai desiderato».

Simone Intermite

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