«La città del futuro non sarà la più intelligente, ma la più umana»
Le città corrono, si digitalizzano, si riempiono di dati, promettono efficienza e controllo. Ma nel mezzo di questa accelerazione resta una domanda sospesa: stiamo davvero costruendo luoghi migliori in cui vivere, o semplicemente sistemi più sofisticati da gestire?
È da qui che prende forma il pensiero di Carlo Ratti, architetto e ingegnere tra i più influenti della scena internazionale, capace di muoversi con naturalezza tra ricerca, progettazione e visione culturale. Il suo sguardo non si limita a osservare le città: le attraversa, le decifra, le mette in discussione. Direttore del Senseable City Lab al MIT e fondatore di Carlo Ratti Associati, negli anni ha contribuito a ridefinire il modo in cui pensiamo lo spazio urbano, spostando il focus dalla tecnologia come fine alla tecnologia come strumento. Non più smart city intese come infrastrutture perfette, ma città “senseable”, capaci di percepire, reagire e soprattutto accogliere la complessità della vita umana. Nel suo racconto, l’architettura perde rigidità e si avvicina alla dimensione del comportamento: diventa adattiva, dialogante, aperta al cambiamento. Una disciplina che non impone forme, ma costruisce possibilità. Che non cerca certezze, ma accetta il conflitto come parte integrante del processo urbano. In un momento in cui Milano si conferma laboratorio globale durante la Design Week, il suo pensiero risuona con una forza ancora più urgente: perché parlare di futuro oggi significa inevitabilmente parlare di equilibrio, accessibilità, sostenibilità reale. E soprattutto, di umanità. Tra i suoi ultimi progetti il design della Torcia Olimpica di Milano Cortina 2026 L’ abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress, per lo speciale dedicato alla Design Week.
Hai spesso criticato le visioni eccessivamente tecnocratiche delle smart city: cosa distingue davvero una città “intelligente” da una semplicemente piena di tecnologia?
«Si continua a parlare di smart city come se la vita urbana fosse un problema di gestione in attesa di un software migliore. Sono sempre stato scettico su questa visione. Una città può essere piena di sensori, piattaforme e sistemi automatizzati, e restare comunque piuttosto ‘stupida’.Quello che conta davvero è se la tecnologia rende la città più vivibile. Migliora lo spazio pubblico, la mobilità, la salute, l’accesso? Ci aiuta a capire dove la città è sotto stress, e per chi? Oppure crea semplicemente una versione più controllata degli stessi problemi?Per me, le città non sono laboratori di efficienza perfetta. Sono luoghi di convivenza. E questo richiede un altro tipo di intelligenza. »
Con il MIT Senseable City Lab hai introdotto il concetto di “senseable city”: possiamo dire che oggi le città “sentono” più di quanto pensino?
«È un modo molto bello di dirlo, e si avvicina a ciò che volevamo esprimere con il concetto di senseable city. Al MIT Senseable City Lab volevamo allontanarci dal linguaggio un po’ sterile della ‘smartness’. Quel linguaggio suggeriva sempre una città sospesa sopra la vita quotidiana, che elabora dati in modo freddo. Il nostro interesse era altrove: nella percezione, nella reattività, nella città vissuta dal basso.Treepedia è un buon esempio. Non abbiamo osservato il verde da satellite o da una logica astratta di piano urbano. Ci siamo chiesti cosa vede realmente una persona mentre cammina per strada. Usando l’AI su immagini di Google Street View, abbiamo costruito il Green View Index. Può sembrare un passaggio piccolo, ma cambia molto. L’analisi urbana si avvicina al corpo, al comfort climatico, alla salute pubblica, al piacere quotidiano. Quindi sì, forse oggi le città ‘sentono’ più di quanto pensino. O meglio, i nostri strumenti ci permettono finalmente di prestare attenzione alle dimensioni vissute della città».
Progetti come Trash Track o Copenhagen Wheel rendono visibili dati invisibili: quanto è importante svelare ciò che normalmente non vediamo nella vita urbana?
«È fondamentale, perché le città sono piene di schemi nascosti in piena vista. Spesso la domanda interessante non è inventare qualcosa di completamente nuovo, ma accorgersi di ciò che esiste già e vederlo abbastanza chiaramente da poterci agire. Con HubCab, al MIT, abbiamo analizzato i dati dei taxi a New York e scoperto che molti percorsi si sovrapponevano molto più di quanto si pensasse. Una volta resi visibili questi schemi, si è aperta una nuova possibilità. Ciò che mi interessa non è solo il prodotto che ne deriva, ma il fatto che, quando un pattern urbano invisibile diventa leggibile, la città stessa diventa più aperta al dibattito e al cambiamento.»
Il tuo lavoro insiste spesso su approcci bottom-up: la partecipazione dei cittadini è ancora reale o è diventata più una narrazione?
«Entrambe le cose. Oggi c’è molta partecipazione ‘cerimoniale’. Il pubblico viene invitato, spesso con grande apertura, quando però le decisioni centrali sono già state prese. Detto questo, forme più significative di partecipazione sono possibili. L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove strade. A Napoli, lavorando sulla Vela Celeste di Scampia, abbiamo raccolto memorie, bisogni e idee dei residenti tramite una piattaforma digitale. L’AI ha aiutato a tradurre questi contributi in proposte visive da discutere e modificare. Trovo questo processo promettente, non perché la macchina sia diventata democratica, ma perché può aiutare a organizzare conversazioni che altrimenti resterebbero disperse. L’architettura ha parlato troppo spesso con una voce di certezza. Io sono sempre più sospettoso di questa postura. Le città nascono dal confronto.»
Parli spesso di integrazione tra natura e tecnologia: il futuro è davvero una sintesi o rischiamo una nuova forma di artificialità mascherata da sostenibilità?
«Il rischio è reale. Il design è perfettamente capace di vestire vecchie abitudini con un linguaggio ‘green’ e chiamarlo progresso. Allo stesso tempo, la distinzione tra natura e artificiale non descrive più la realtà. I sistemi naturali sono monitorati e modificati dalla tecnologia, mentre l’ambiente costruito diventa sempre più reattivo e adattivo. La vera domanda riguarda il comportamento. Una facciata verde, da sola, non dimostra nulla. Conta se gli edifici sono capaci di adattarsi, di reagire, di evolvere nel tempo. C’è sempre il rischio di artificialità, ma c’è anche un’opportunità reale: quella di un’architettura che prende sul serio l’adattamento.»
L’architettura sta evolvendo più velocemente del nostro modo di viverla?
«In parte sì. Gli strumenti evolvono rapidamente, la vita no. Le persone continuano a cercare comfort, incontro, privacy. La sfida è usare la tecnologia per supportare questi bisogni, non per creare novità fine a sé stessa.»
Milano è una città sempre più globale: qual è il rischio più grande oggi?
«Il rischio è diventare così ‘di successo’ da espellere i milanesi. Una città non può funzionare senza chi la tiene in piedi ogni giorno.»
I dati urbani sono il nuovo petrolio o la nuova sfida etica?
«Entrambe le cose. I dati sono potenti, ma pongono domande su proprietà, controllo e accesso. Il punto è sempre: chi li usa e per conto di chi.»
Possiamo arrivare a una città che si adatta in tempo reale ai bisogni umani?
«In parte sì. Gli strumenti esistono già. La vera sfida è sapere come usarli con intelligenza, senza reagire in modo impulsivo a ogni segnale.»
Come può l’architettura stare al passo con la velocità del digitale?
«Non deve competere sulla velocità. Sarebbe un errore. L’architettura lavora con tempi lunghi. La questione è restare aperti al dialogo con sistemi più veloci senza perdere profondità. Oggi l’architetto lavora dentro una rete di competenze. È un cambiamento necessario.»
L’identità locale conta ancora?
«Moltissimo. Non è decorazione, ma struttura della vita quotidiana. Oggi possiamo parlare di una nuova forma di specificità: locale e globale insieme.»
L’architettura deve risolvere problemi o generare visioni?
«Entrambe. Senza visione gestisce solo il presente. Senza realtà resta astratta.»
L’AI è un rischio o un’opportunità?
«Genera opzioni, ma non sostituisce il giudizio umano. Se riduce l’ego dell’architettura, non è un male.»
La città del futuro in una parola?
«Umana. Ed è forse la più distante oggi.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Carlo Ratti, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Per il Domani ho timori ecologici forti. Ma la mia speranza resta urbana. Le città sono uno degli strumenti migliori che abbiamo per vivere insieme.»
Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite












