C’è un nuovo monumento a Leicester Square, ma non ha il profilo austero di un condottiero né la posa imbronciata di un politico. Ha la minigonna leggermente stropicciata, il cardigan che sembra sfuggito dall’armadio nel caos delle 8.15 di mattina e un diario stretto al petto, come fosse un’ancora di salvezza.
È Bridget Jones, l’anti-eroina più amata della commedia romantica, che da oggi è ufficialmente scolpita non solo nell’immaginario collettivo, ma anche nel bronzo.
Il 17 novembre 2025, nel cuore di Londra, la città ha reso omaggio alla creatura di Helen Fielding, fissata per sempre sul grande schermo dal volto di Renée Zellweger. Una statua nel posto forse più simbolico possibile: Leicester Square, la piazza delle premiere, dei cinema storici, dei tappeti rossi. Lì dove nascono e rinascono le icone.
Una “disastrosa” scolpita nel bronzo
La scultura è un compendio di tutto ciò che ha reso Bridget così familiare. La ritrae con l’aria leggermente smarrita, il diario e la penna stretti in mano, come se stesse per appuntare il numero di calorie del giorno o l’ennesima gaffe sentimentale. Non è la dea perfetta, è la donna che sbaglia, che inciampa, che piange in pigiama sulle note sbagliate alla radio.
All’inaugurazione erano presenti Helen Fielding, Renée Zellweger e l’attrice Sally Phillips, la Shazza del film, che ha colto l’essenza del personaggio: quella “imperfezione perfetta” che ha reso Bridget una compagna di vita per milioni di persone.
Zellweger, divertita e un po’ incredula, ha confessato che non avrebbe mai immaginato di vedere una statua ispirata a un suo personaggio mentre è ancora in vita: quando girava il primo Il diario di Bridget Jones, la sua unica preoccupazione era “non essere licenziata”. Oggi, quella stessa Bridget è diventata simbolo ufficiale della cultura pop britannica.
Scenes in the Square: Bridget tra Harry Potter e Chaplin
La statua entra a far parte del progetto “Scenes in the Square”, il percorso di sculture dedicato ai grandi personaggi del cinema che popolano Leicester Square. Bridget si ritrova così in ottima compagnia: Paddington, Harry Potter, Charlie Chaplin.
Per l’occasione, la piazza si è vestita come una première perfettamente “on brand”: tappeto rosa pastello, fiori fucsia sintetici, un drappo di seta viola che ha coperto la scultura fino al momento dello svelamento. Drappo, va detto, rimosso con qualche piccola difficoltà: un inciampo che ha reso l’evento ancora più coerente con lo spirito della protagonista. Una scena, insomma, degna di Bridget stessa.
Il corpo di Bridget: tra pancia piatta e mutandoni mancanti
La Bridget di bronzo ha una silhouette più asciutta rispetto alla versione goffa degli esordi. Ricorda la protagonista matura degli ultimi capitoli: vedova, madre single, ancora intrappolata in triangoli sentimentali improbabili, ma più centrata, meno dipendente da sigarette e bicchieri di Chardonnay.
I dettagli, però, raccontano un’ibridazione di epoche: look da prima Bridget, consapevolezza da Mad About the Boy. La pancia «piatta come un pancake», come l’ha definita Fielding, nasconde un leggero rigonfiamento all’altezza della cintura, enfatizzato dai tre bottoni volutamente slacciati. Un tocco di ironia che sembra quasi un promemoria: anche quando provi a rientrare negli standard, qualcosa “sporge” sempre.
Le celebri “mummy knickers”, le mutandone contenitive che sono diventate quasi un feticcio visivo del personaggio, qui non compaiono. Ma il team dello studio 3D Eye – che ha realizzato la statua – ha scherzato sul fatto che modellare l’argilla fosse “un po’ come modellare la biancheria”.
Qualcuno ha già suggerito un rito scaramantico: accarezzare la pancia della statua per portare fortuna. Zellweger ha approvato l’idea, pronta – ridendo – a inaugurare lei stessa la tradizione.
Perché Bridget parla ancora a tutti (soprattutto ai giovani)
A trent’anni dalla sua nascita in una rubrica giornalistica, Bridget Jones non è invecchiata: è semplicemente diventata più necessaria.
Per Helen Fielding, il segreto del personaggio sta nello scarto tra le aspettative e la vita reale. Bridget non ha superpoteri, non vola, non salva il mondo. Le sue qualità sono profondamente umane: gentilezza, capacità di fare comunità, ironia su sé stessa, vulnerabilità esposta.
La cosa più sorprendente, oggi, è vedere quanto la Gen Z si riconosca in lei. Una generazione cresciuta tra filtri, perfezione digitale, narrazioni esasperate di body positivity che, paradossalmente, aggiungono nuove forme di pressione. “Essere Bridget” significa trovarsi intrappolati tra l’autocritica e il senso di colpa per quella stessa autocritica: odiarsi un po’ allo specchio, ma sapersi ridere addosso dopo cinque minuti.
Non è un caso che giovani donne, in contesti diversissimi – dalle spiagge di Magaluf al Giappone – abbiano confidato alla scrittrice di sentirsi meno sole grazie a lei. Bridget è la prova vivente (ora anche letteralmente scolpita) che non essere all’altezza è una condizione condivisa, non una colpa personale.
Dal cinema alla politica, passando per il nord dell’Inghilterra
Nel giorno dell’inaugurazione, Fielding ha scherzato anche su un altro mito: Mark Darcy, interpretato da Colin Firth, spesso accostato all’attuale primo ministro britannico Keir Starmer. Un parallelismo che la scrittrice usa per ricordare una cosa molto concreta: l’importanza di investire davvero nella cultura.
Originaria di Leeds, Fielding non dimentica il nord dell’Inghilterra, dove racconta di aver visto condizioni che le ricordano l’Africa orientale degli anni ’80: bambini senza scarpe, famiglie senza cibo. Il suo umorismo “nordico”, quello che tende a ridimensionare chi si prende troppo sul serio, convive con una lucidità sociale brutale: il divario tra nord e sud del Paese è tra i più profondi dell’Occidente.
In questo contesto, una statua a Bridget non è solo un omaggio a una romcom di successo. È il riconoscimento di un personaggio che ha saputo farsi portavoce di una certa Inghilterra imperfetta, autoironica, resiliente, lontana dai poster patinati e vicina alle cucine piccole, alle stanze in affitto, alle liste di buoni propositi puntualmente falliti.
Un’icona che non smetteremo di citare (e di imitare)
Con quattro film alle spalle – l’ultimo, Mad About the Boy, campione d’incassi in patria – e la speranza dichiarata di un quinto capitolo, Bridget Jones resta una delle saghe romantiche più influenti degli ultimi decenni.
Produttori e regista lamentano che negli Stati Uniti l’ultimo film sia uscito direttamente in streaming, perché certe opere “meriterebbero la sala”. Ma, al di là della piattaforma, è chiaro che Bridget ha già vinto: è passata dal diario segreto alle pagine dei romanzi, dallo schermo al bronzo di Leicester Square.
Come ha detto Fielding, “non è la colonna di Nelson”. Forse questa statua non durerà per secoli. Ma il messaggio è cristallino:
Bridget Jones ha un posto fisso nel nostro immaginario. E continueremo a sentirci un po’ lei ogni volta che sbaglieremo messaggio, stapperemo la bottiglia sbagliata, o ci chiederemo, davanti allo specchio: “Sono abbastanza?”
La risposta, da oggi, è anche lì, in una piazza di Londra, in bronzo:
l’eroina pasticciona che ci ricorda che abbastanza, spesso, lo siamo già.




