Ci sono porte davanti alle quali si passa per anni senza sapere davvero cosa custodiscano. Palazzi conosciuti soltanto dalla facciata, cortili nascosti, architetture normalmente chiuse al pubblico, luoghi istituzionali e persino spazi di lavoro che difficilmente immaginiamo come destinazioni culturali. Dal 2 al 4 ottobre Napoli decide di aprirne molti: torna Open House Napoli con 160 appuntamenti e circa 70 nuove aperture, trasformando per tre giorni la città in un enorme percorso alla scoperta di ciò che normalmente rimane fuori dallo sguardo.
L’idea alla base di Open House Napoli è semplice ma potentissima: permettere di entrare dove normalmente non si può. L’edizione 2026, l’ottava, sarà la più grande realizzata finora e coinvolgerà oltre 600 volontari tra visite, itinerari urbani, architetture storiche e contemporanee, case private, luoghi istituzionali, mostre e attività dedicate anche alle famiglie. Più che un normale festival di architettura, diventa così un modo diverso di attraversare Napoli, costruendo una mappa alternativa rispetto a quella dei monumenti che siamo abituati a vedere nelle guide.
Napoli, del resto, è una città nella quale il confine tra ciò che appare dalla strada e ciò che si nasconde dietro un portone può riservare sorprese continue. Cortili, scale monumentali, chiostri, palazzi e stratificazioni di epoche diverse convivono spesso nello spazio di pochi metri. Il programma di Open House parte proprio da questa caratteristica e mette insieme luoghi lontanissimi per storia e funzione. Tra i protagonisti ci sarà il Teatro Antico di Neapolis all’Anticaglia, mentre torneranno accessibili la Chiesa e i Chiostri di San Giovanni a Carbonara, la Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, l’Arciconfraternita della Disciplina della Santa Croce a Forcella e la Fondazione Real Monte Manso di Scala.
Tra le nuove aperture figurano anche l’Ospedale pediatrico Lina Ravaschieri e l’Istituto Ortopedico Teresa Ravaschieri, inseriti nel programma in occasione del bicentenario della nascita della mecenate. Ma uno degli aspetti più interessanti di questa edizione è proprio la volontà di non limitarsi alla Napoli monumentale. La città viene raccontata come un organismo che continua a cambiare, nel quale un edificio del Novecento o un’infrastruttura possono avere la stessa capacità di raccontare il presente di un palazzo antico.
Il Novecento entra infatti nel percorso attraverso l’architettura di Luigi Cosenza, con l’Ex Mercato Ittico interessato da un importante processo di recupero, mentre a Posillipo entra nel programma Villa Ferri. Una parte dell’iniziativa sarà dedicata anche al contributo delle donne alla costruzione della Napoli contemporanea, riportando l’attenzione sul lavoro di progettiste come Stefania Filo Speziale, Elena Mendia, Delia Maione, Anna Buonaiuto e Luciana De Rosa. Una prospettiva particolarmente interessante perché permette di rileggere edifici e quartieri attraverso nomi spesso meno conosciuti dal grande pubblico.
Si entra anche nel cuore nascosto della metropolitana
Una delle esperienze più curiose porterà però lontano dai luoghi che siamo abituati a considerare patrimonio culturale. Per la prima volta sarà possibile visitare le Officine ANM di Piscinola, entrando nel cuore operativo di un sistema che migliaia di persone utilizzano quotidianamente senza vedere ciò che accade dietro le quinte.
È forse uno degli esempi che raccontano meglio lo spirito di Open House. Una città non è costituita soltanto dai monumenti che finiscono sulle cartoline. Esistono infrastrutture, luoghi di lavoro, depositi, officine e spazi tecnici che permettono alla città di funzionare ogni giorno e che, proprio perché normalmente invisibili, diventano improvvisamente affascinanti quando qualcuno apre le loro porte.
Lo stesso sguardo viene rivolto al futuro attraverso Restart Scampia, con la riqualificazione della Vela Celeste e la realizzazione di circa 500 nuovi alloggi progettati con l’obiettivo dell’autosufficienza energetica. Mettere nello stesso racconto il Teatro Antico di Neapolis e la trasformazione di Scampia significa ricordare che l’architettura non serve soltanto a conservare ciò che una città è stata: contribuisce a decidere ciò che diventerà.
C’è spazio anche per una Napoli decisamente più pop. Lo Stadio Diego Armando Maradona è stato ricostruito attraverso migliaia di mattoncini: un lavoro realizzato dall’associazione Brickanti – Mattoncini al Sud utilizzando circa 24 mila pezzi e otto mesi di lavoro. Un modo completamente diverso di osservare uno dei luoghi simbolo della città, trasformato per l’occasione in una piccola architettura da esplorare con lo sguardo.
Open House Napoli funziona proprio perché ribalta il modo più abituale di visitare una città. Non invita necessariamente ad andare alla ricerca di qualcosa di lontano o esotico, ma a guardare meglio ciò che abbiamo avuto davanti per anni. Il portone chiuso davanti al quale passiamo ogni mattina, un edificio del quale ignoriamo la storia, una stazione della metropolitana o un’architettura che abbiamo sempre considerato soltanto per la sua funzione possono improvvisamente diventare una destinazione.
Dal 2 al 4 ottobre 2026, per tre giorni, Napoli mostrerà quindi una parte di sé che normalmente rimane nascosta. E forse è proprio questo il fascino più grande dell’iniziativa: ricordarci che anche una delle città più fotografate e raccontate d’Italia conserva ancora luoghi capaci di sorprendere persino chi pensa di conoscerla.
Perché a Napoli, molto spesso, la parte più interessante comincia proprio dopo aver attraversato un portone.




