«Fermate il film!». La regista interrompe la première a Venezia, sei giorni dopo vince il Leone d’Oro

Sembrava il modo peggiore possibile per presentare un film destinato a giocarsi il premio più importante della Mostra del Cinema. La première viene interrotta, dalla galleria qualcuno urla di fermare la proiezione e una parte del pubblico non capisce cosa stia succedendo. A chiedere di spegnere lo schermo è proprio la regista del film, May el-Toukhy. Sei giorni dopo quella stessa pellicola, Woman Unknown, sarebbe diventata la vincitrice di Venezia 83 conquistando il Leone d’Oro. E quella che poteva sembrare una piccola catastrofe festivaliera oggi assomiglia all’inizio perfetto di una storia che difficilmente la regista avrebbe potuto scrivere meglio.

Tutto succede durante la proiezione ufficiale in Sala Grande. Woman Unknown è già avanti nel racconto quando el-Toukhy si accorge che qualcosa non funziona: i sottotitoli inglesi sono fuori sincrono rispetto ai dialoghi. Per una parte del pubblico italiano il problema è quasi invisibile, perché sono disponibili anche i sottotitoli nella nostra lingua. Per gli spettatori internazionali, e soprattutto per chi deve giudicare il film, la situazione è molto diversa. Dalla galleria la regista comincia allora a chiedere che la proiezione venga fermata. Per qualche momento il film continua mentre la donna che lo ha diretto tenta letteralmente di impedirgli di andare avanti. Poi lo schermo si ferma davvero e, una volta individuato il problema, la proiezione viene riportata indietro di circa quindici minuti. Il pubblico deve rivedere una parte del film e qualcuno approfitta dell’interruzione per lasciare la sala. Non esattamente la première che ogni regista sogna quando arriva a Venezia.

Eppure el-Toukhy aveva probabilmente capito qualcosa di molto semplice: meglio rischiare una figuraccia che permettere al proprio film di essere visto male. Soprattutto quando il film parla danese e la traduzione diventa per gran parte della platea lo strumento indispensabile per entrare nella storia. Quel gesto, a posteriori, assume quasi un valore simbolico. Woman Unknown racconta infatti proprio di qualcuno che rischia di non essere compreso, di una donna che la storia potrebbe lasciare ai margini e che invece pretende di essere guardata. La protagonista è Marie, giovane domestica e bambinaia nella Danimarca dell’immediato dopoguerra, sul punto di sposare Christian, il ricco vedovo per il quale lavora. Quel matrimonio potrebbe permetterle di cambiare completamente posizione sociale, ma Marie nasconde un passato pericoloso: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco e, in un’Europa che ha appena sconfitto il nazismo, quella relazione può trasformarsi in una condanna.

May el-Toukhy utilizza quella vicenda per raccontare le cosiddette “collaboratrici orizzontali”, donne che durante la Seconda guerra mondiale ebbero relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, dopo la liberazione, furono spesso umiliate, perseguitate e marchiate pubblicamente. Il corpo femminile diventa così il luogo sul quale una società decide di esercitare la propria vendetta. La guerra è finita, ma per quelle donne il processo continua. Ed è significativo che a portare questa storia nel concorso principale fosse proprio el-Toukhy, unica regista donna, da sola, tra i 21 film in gara per il Leone d’Oro. Prima ancora del verdetto aveva definito quella sproporzione un problema strutturale.

Poi arriva la sera del 12 settembre e la storia cambia completamente. La giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal assegna a Woman Unknown il Leone d’Oro per il miglior film. Non basta: Mathilde Arcel, interprete di Marie, riceve la Coppa Volpi come migliore attrice. Il film che pochi giorni prima aveva dovuto essere materialmente fermato e riavvolto diventa così il grande vincitore della Mostra. Per el-Toukhy è anche un risultato storico: è l’ottava regista donna a conquistare il Leone d’Oro nella storia del festival.

C’è qualcosa di irresistibilmente cinematografico in questa successione di eventi. Il festival più antico del mondo, una première che sembra sul punto di deragliare, una regista che interrompe il proprio film davanti a tutti perché non accetta che venga visto nelle condizioni sbagliate e, meno di una settimana dopo, quella stessa regista che torna sul palco per ritirare il premio più importante. La differenza tra un disastro e un aneddoto leggendario, a volte, è semplicemente ciò che accade dopo.

Ma sarebbe riduttivo trasformare Woman Unknown soltanto nel film della première interrotta. Il Leone d’Oro racconta soprattutto la forza di una storia costruita intorno a una figura che normalmente sarebbe rimasta sullo sfondo: una domestica, una donna compromessa agli occhi della società, qualcuno che la grande Storia avrebbe probabilmente liquidato con poche righe o con un insulto. El-Toukhy sceglie invece di metterla al centro e di costringere lo spettatore a confrontarsi con il prezzo pagato dalle donne quando una guerra finisce ufficialmente, ma il bisogno collettivo di trovare qualcuno da punire continua.

Forse è anche per questo che il curioso incidente della première sembra oggi quasi perfetto. May el-Toukhy ha fermato Woman Unknown perché pretendeva che il pubblico potesse comprenderlo fino in fondo. Venezia lo ha fatto ripartire. Sei giorni dopo, non voleva più fermarlo nessuno.

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