«Le guerre più difficili da combattere sono quelle che nessuno vede. Quelle che si consumano dentro di noi, nel silenzio. Le canzoni, per me, sono sempre state il modo più sincero per fare pace con ciò che non riesco a spiegare a parole.»

Con queste parole Svegliaginevra racconta perfettamente l’universo emotivo che attraversa la sua musica. Un mondo fatto di fragilità, consapevolezze, domande e ricerca interiore, dove ogni canzone diventa uno spazio sicuro nel quale accogliere emozioni spesso difficili da esprimere.

Dietro il nome d’arte Svegliaginevra c’è una delle voci più interessanti della nuova scena del cantautorato italiano. Una scrittura delicata ma mai fragile, capace di trasformare inquietudini private in racconti universali. Brani come “Come fanno le onde”, scelto per la colonna sonora della serie Netflix Summertime, e “Elastico”, approdato nel film internazionale From Scratch, hanno contribuito a far conoscere la sua sensibilità oltre i confini della scena indie italiana. Con gli album “Le tasche bucate di felicità” e “Pensieri sparsi sulla tangenziale” ha costruito un universo sonoro intimo e generazionale, conquistando oltre 15 milioni di streaming su Spotify e il favore di pubblico e critica. Negli anni ha condiviso il palco con artisti come Jack Savoretti, Paolo Nutini, Alessandra Amoroso, Frah Quintale e The Zen Circus, portando le sue canzoni davanti a pubblici sempre più ampi senza perdere quella dimensione raccolta e confidenziale che da sempre la contraddistingue. La sua crescita artistica l’ha portata anche a diventare ambassador italiana di Spotify EQUAL, riconoscimento che celebra le voci femminili più significative della musica contemporanea. Oggi quel percorso approda a “La fine della guerra”, un album che suona come una resa dei conti con sé stessi. Non una sconfitta, ma una riconciliazione. Un disco che parla delle battaglie invisibili che tutti combattiamo, di quelle ferite che il tempo non cancella ma insegna ad abitare. Perché la vera forza della musica di Svegliaginevra sta proprio qui: nella capacità di raccontare la vulnerabilità come un atto di coraggio. L’abbiamo incontrata nel Salotto di Domanipress per parlare de “La fine della guerra”, della sua continua ricerca artistica, delle emozioni che attraversano le sue canzoni, del rapporto con il pubblico e di quel delicato equilibrio tra fragilità e forza che da sempre rappresenta il cuore della sua musica.

Partiamo da una domanda semplice e difficile nello stesso tempo. Che momento della tua vita stai vivendo?

«Sto bene, grazie. È un periodo intenso, pieno di emozioni, ma anche molto bello. Quando esce un disco c’è sempre una sensazione particolare: da una parte senti di aver consegnato qualcosa di molto personale, dall’altra hai la curiosità di capire come arriverà alle persone. È un momento delicato, ma anche pieno di energia.»

Esaminiamo questa consapevolezza dello stare bene, o almeno dal desiderio di rivendicare le proprie emozioni. Nelle tue canzoni sembra esserci spesso il bisogno di raccontare ciò che normalmente si tende a nascondere.

«Sì, credo che sia una delle caratteristiche principali della mia scrittura. Mi interessa raccontare sentimenti complessi, fragilità, paure, sfaccettature emotive che in qualche modo spero e credo ci accomunino. Spesso siamo portati a mostrare soltanto la parte più forte o più risolta di noi stessi, mentre io sento il bisogno di parlare anche dei momenti in cui ci sentiamo vulnerabili, confusi, meno centrati. Penso che nelle canzoni ci sia la possibilità di creare uno spazio sincero, dove chi ascolta possa riconoscersi e magari sentirsi meno solo.»

Viviamo un tempo attraversato da molte paure, individuali e collettive. In questo contesto arriva un album con un titolo molto forte: “La fine della guerra“. Come nasce l’esigenza di partire da un’immagine così potente?

«In realtà il titolo è arrivato alla fine. Avevo quasi completato il disco, ero arrivata a otto tracce, ma sentivo che mancava ancora qualcosa, come se non avessi trovato l’ultimo pezzo del puzzle. Avevo bisogno di chiudere il progetto con una canzone più introspettiva, più intima. L’idea è nata anche da un’immagine che mi era rimasta impressa guardando un documentario sui Beatles, in cui si vedeva una registrazione essenziale, fatta di voce, chitarra e poco altro. Ho capito che avevo bisogno proprio di quella nudità, di quella semplicità. Sono partita da una chitarra e ho scritto il testo di getto. Quando è arrivata la frase “alla fine della guerra parleremo”, ho pensato che forse quello poteva essere il titolo giusto, perché tutte le canzoni del disco avevano in comune una guerra interiore: in alcuni brani è una guerra ancora da affrontare, in altri è già affrontata, in altri ancora sembra quasi superata.»

Ginevra, come se ne esce da queste guerre interiori?

«Credo che il primo passo sia accettare che esistano. Spesso passiamo molto tempo a combattere contro le nostre fragilità perché ci hanno insegnato che bisogna essere sempre forti, sempre performanti, sempre all’altezza della situazione. In realtà la vita è imprevedibile e vulnerabile per tutti. Non possiamo controllare ogni cosa e forse una parte della serenità nasce proprio quando smettiamo di voler avere il controllo assoluto. Va bene attraversare periodi difficili, va bene sentirsi giù, va bene essere sottotono. Allo stesso tempo credo che la vita sia anche capace di regalarti cose belle quando meno te lo aspetti. Per questo penso sia importante imparare a godersi quello che abbiamo ogni giorno, cercare la felicità nelle piccole cose e non trasformarla sempre in un obiettivo lontano da raggiungere. Si parte da quello che abbiamo già, da ciò che possiamo migliorare e da quello che possiamo imparare.»

Hai raccontato che spesso le canzoni non si spiegano subito davanti agli occhi di chi le scrive, ma con il tempo possono assumere significati nuovi. Anche in questo album ci sono brani che devono ancora darti delle risposte?

«Sì, assolutamente. Mi capita spesso di scrivere una canzone e di capirla davvero solo dopo. A volte rileggi una frase a distanza di mesi e ti rendi conto che dentro c’era qualcosa che non avevi ancora elaborato del tutto. È come se una parte più istintiva di te arrivasse prima della parte razionale. Alcuni brani di questo disco probabilmente hanno ancora qualcosa da dirmi, e questa cosa non mi spaventa. Anzi, la trovo uno stimolo. Finché c’è curiosità di capire, secondo me c’è anche margine per migliorarsi e per crescere.»

Quindi non avere tutte le risposte non ti fa paura?

«No, perché credo che non capiremo mai totalmente qualcosa, almeno non in modo definitivo. Non è umano avere tutte le risposte. Possiamo però avvicinarci il più possibile a una consapevolezza, provare a guardare le cose con più lucidità e meno giudizio. Per me la scrittura serve anche a questo: non necessariamente a trovare soluzioni, ma ad avvicinarsi a una verità emotiva.»

Nel tuo percorso artistico la musica suonata ha un ruolo centrale. In un periodo in cui molto mainstream nasce da campionamenti, produzioni elettroniche e approcci digitali, come ti collochi?

«Dipende molto dalle esigenze artistiche. Non credo ci sia un modo giusto o sbagliato di fare musica. Però per me la musica, soprattutto quella che ho ascoltato e amato, è sempre stata suonata. È importante che il tappeto sonoro sia in linea con il testo, perché una canzone comunica non solo con le parole, ma anche con un riff di chitarra, una pausa, una batteria suonata in un certo modo. Tutti questi elementi raccontano qualcosa. L’intento di questo disco era anche quello di continuare sulla mia strada, quasi come un piccolo atto rivoluzionario personale, andando un po’ contro alcune tendenze e restando fedele all’idea che per me la musica suonata sia fondamentale.»

Quindi l’arrangiamento, per te, deve sempre nascere dalla canzone?

«Sì, totalmente. Naturalmente guardo anche ai nuovi modi di produrre e di fare musica, perché ci sono cose molto interessanti, ma quando si parla di un progetto cantautorale come il mio credo sia fondamentale costruire un vestito che calzi perfettamente alla canzone. Bisogna seguirla, darle modo di respirare, lasciarla venire fuori gradualmente per quello che deve comunicare. L’arrangiamento non deve coprire il significato, ma accompagnarlo e valorizzarlo.»

Quando si parla di cantautorato in Italia emerge ancora un evidente gender gap. Le donne autrici, compositrici e produttrici sono meno rappresentate rispetto agli uomini. Senti questa differenza nel tuo percorso?

«Assolutamente sì. Quello di cui parli è la punta dell’iceberg di lotte che vanno avanti da decenni. Non credo che ci sia una minoranza di donne che vogliono fare musica o che hanno qualcosa da dire. Penso piuttosto che per molto tempo la società abbia fatto credere che alcuni ruoli fossero più adatti agli uomini e altri alle donne. In Italia, storicamente, la donna nella musica è stata vista più spesso come interprete che come autrice o produttrice. Da lì sono stati fatti passi importanti: oggi ci sono più cantautrici, più produttrici, più ragazze che suonano, scrivono e salgono sui palchi. Però la strada è ancora lunga.»

Cosa servirebbe per rendere questa strada meno difficile per le nuove generazioni di artiste?

«Credo servano più solidarietà, più spazio e più possibilità concrete. È importante aiutarci tra di noi, sostenere i percorsi delle altre, creare reti. Ogni volta che una donna riesce a conquistare uno spazio, in qualche modo apre una porta anche per chi arriverà dopo. Non basta dire che le cose stanno cambiando: bisogna continuare a lavorare perché quel cambiamento diventi reale e stabile.»

Se dovessi scegliere una cantautrice con cui collaborare, chi inviteresti nel tuo mondo musicale?

«Ce ne sono diverse che mi piacciono molto. Penso ad Anna Castiglia, per esempio, o a Giulia Mei. Ci sono tante cantautrici che secondo me non vengono fuori come dovrebbero, ma ogni cosa ha il suo tempo. Vedo comunque molte artiste che stanno cercando di farsi spazio, soprattutto nella dimensione live, e questa è una cosa molto bella. Mi piacerebbe che ci fossero sempre più occasioni per incontrarsi anche artisticamente.»

A proposito di live, hai aperto il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari a San Siro. Com’è stato trovarsi davanti a una platea così vasta?

«Guarda, ancora non mi riprendo, se devo dirti la verità. È stato scioccante vedere dal vivo tutte quelle persone dalla prospettiva del palco. Sono stata diverse volte allo stadio a vedere concerti, ma sempre dall’altra parte. Trovarsi lì sopra cambia completamente la percezione. Quell’esperienza mi ha fatto capire quanto i Pinguini Tattici Nucleari siano riusciti a parlare a pubblici molto diversi, dai bambini agli over 50. Non è affatto scontato riempire gli stadi e costruire un dialogo così trasversale con le persone. Mi ha fatto realizzare ancora di più che la strada è tutta in salita, ma anche che può essere bellissima.»

Dopo un’esperienza del genere ti senti più fiduciosa, più indulgente o più critica con te stessa?

«Mi sento più consapevole. Ho capito ancora di più che per arrivare a certi obiettivi serve un percorso vero. Non basta una canzone virale su TikTok, non basta un’esperienza in televisione, non basta un momento fortunato. Servono anni di concerti, di gavetta, di tentativi, di errori e di crescita. Ed è giusto così. Io voglio continuare a suonare tanto perché mi piace, senza vivere tutto soltanto come una corsa verso un traguardo. Per me è già bello salire su un palco, a prescindere dalla grandezza del palco stesso. Poi vedremo dove porterà tutto questo percorso.»

Se un ascoltatore si avvicinasse per la prima volta a Svegliaginevra, quale brano gli consiglieresti per entrare nel tuo universo?

«Secondo me “Elastico”. È un brano che per me ha una magia particolare, qualcosa che neanche io ho capito fino in fondo. È una sensazione. Quando lo ascolti, secondo me, ti fa sentire a casa. Crea empatia, crea un legame immediato. Penso sia perfetto per chi non mi conosce perché permette di entrare subito nel progetto e nella mia sensibilità.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Svegliaginevra, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Il mio Domani lo vedo sicuramente pieno di musica e pieno di serenità. Mi auguro di continuare a fare quello che amo, con il coraggio di affrontare le paure che arriveranno. Le paure ci sono sempre: la paura di sbagliare, di fare più passi indietro che in avanti, di non essere all’altezza. Però per me è una paura positiva, perché se hai paura vuol dire che stai vivendo qualcosa, che non sei ferma, che ti stai mettendo in gioco.»

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.