«Non mi interessa creare immagini che si consumano: voglio immagini che restano, anche quando smetti di guardarle.»

Con una carriera che attraversa fotografia pubblicitaria, arte contemporanea, editoria visiva e design, Pierpaolo Ferrari si è imposto come una delle firme più originali e riconoscibili del suo tempo. Nato e cresciuto a Milano, città da sempre laboratorio di creatività e visioni, Ferrari ha costruito un percorso capace di muoversi con naturalezza tra il rigore della committenza e la libertà dell’invenzione.

Dalla specializzazione nella fotografia pubblicitaria negli anni Novanta alle collaborazioni con agenzie internazionali come BBDO e Saatchi & Saatchi, fino ai lavori per brand globali come Nike, Audi, Mercedes e Campari, il suo sguardo si è affinato diventando immediatamente riconoscibile: diretto, seducente, ma mai scontato. Parallelamente, ha sviluppato una ricerca artistica personale sempre più radicale, fatta di immagini surreali, ironiche e spiazzanti, capaci di trasformare il quotidiano in qualcosa di magnetico e disturbante. Prima con Le Dictateur, nato nel 2006 insieme a Federico Pepe, e poi soprattutto con Toiletpaper, fondato nel 2010 con Maurizio Cattelan, Ferrari ha ridefinito il linguaggio dell’immagine contemporanea, superando il concetto tradizionale di rivista per costruire un universo visivo autonomo e provocatorio. Un immaginario che nel tempo è diventato oggetto di culto, entrando nelle case e nel quotidiano grazie alla collaborazione con brand come Seletti e Gufram, dove fotografia, arte e design si fondono in un’unica esperienza. Nel suo percorso ci sono anche ritratti di grandi protagonisti della cultura e dello spettacolo, tra cui Lady Gaga, fotografata agli inizi della sua carriera, quando già emergeva quella forza visiva che l’avrebbe resa un’icona globale. Un autore capace di attraversare linguaggi diversi senza mai perdere identità, trasformando ogni immagine in un piccolo enigma visivo. L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per parlare di origini, intuizioni, comfort zone da abbandonare e di quel bisogno, oggi più che mai urgente, di creare immagini che non si limitino a colpire, ma sappiano davvero durare nel tempo.

Partiamo dall’inizio. Tu sei fotografo, artista, creativo, ma ricordi qual è stata la prima immagine che ti ha fatto sentire davvero un professionista?

«Ho iniziato molto presto, quasi prima ancora di capire fino in fondo che cosa volesse dire scegliere la fotografia come linguaggio. Avevo circa tredici anni quando mi regalarono una piccola Minolta e da quel momento è scattato qualcosa di molto immediato, quasi istintivo. Mi sono innamorato dell’oggetto, certo, ma ancora di più della possibilità che mi offriva: quella di guardare il mondo con una distanza diversa, con un’attenzione diversa, con una specie di intensità nuova. Da lì ho cominciato a fotografare senza sosta. Non ho seguito il percorso più canonico del fotografo, non ho avuto una formazione tradizionale in senso stretto: il mio apprendistato è passato dalla pratica, dalla curiosità, dall’errore, dal desiderio di capire fino a dove potessi spingere quello strumento. All’inizio era soprattutto un amore enorme, quasi ingenuo nella sua purezza, ma già totalizzante.»

Quali erano i soggetti che attiravano il tuo sguardo in quegli anni?

«Un po’ tutto, davvero. Fotografavo quello che avevo intorno, quello che mi sembrava vivo, interessante, degno di essere trattenuto. Persone, dettagli, momenti, frammenti di quotidiano. Ricordo bene anche un viaggio in Interrail quando avevo diciassette anni: lì ho capito ancora di più quanto, per me, il viaggio e la fotografia fossero legati. Non esisteva l’uno senza l’altra. In fondo non erano solo viaggi per vedere dei posti, ma anche viaggi per fare fotografie. La macchina fotografica diventava un modo di attraversare il reale, di dargli una forma, di fermare qualcosa che altrimenti sarebbe passato via. Già allora sentivo che fotografare era anche un modo per orientarmi dentro il mondo.»

Poi sono arrivate le collaborazioni con grandi marchi della pubblicità, da Nike a Mercedes fino a Heineken. Qual è stata la prima vera lezione che hai imparato entrando in quel mondo?

«Il primo contatto reale tra fotografia e lavoro è arrivato in modo quasi casuale, ma è stato decisivo. Ed è successo con Nike. Avevo degli amici che lavoravano in Nike Italia e, senza un piano preciso, chiesi loro un borsone di vestiti da prestarmi. Presi quei capi, coinvolsi alcuni amici e li fotografai per le strade di Milano in situazioni sportive che mi ero immaginato io. Era tutto molto libero, molto spontaneo, ma già lì c’era il gusto per la costruzione della scena, per l’idea di immagine pensata. Quando quelle foto furono viste in Nike, mi dissero che piacevano e che volevano farmi provare a realizzare dei cataloghi per loro. Così, da studente, mi sono ritrovato a entrare nel mondo professionale quasi di colpo, senza avere ancora davvero chiaro cosa significasse fare della fotografia un mestiere. La pubblicità, però, mi ha insegnato una cosa fondamentale: la capacità di catturare l’attenzione. In quel mondo devi capire come far arrivare subito un’immagine, come renderla forte, leggibile, incisiva, senza per questo svuotarla del tutto. È un linguaggio che ti impone disciplina, sintesi, controllo, ma può anche darti strumenti molto potenti.»

E quella grammatica dell’advertising quanto è rimasta nel tuo lavoro successivo?

«Molto. Anche quando il prodotto scompare, in realtà resta il bisogno di creare un’immagine che trattenga lo sguardo. Nell’advertising cerchi di concentrare l’attenzione su un oggetto o su un messaggio preciso; nel ritratto, oppure in un progetto come Toiletpaper, quell’oggetto magari non c’è più. Al suo posto c’è una persona, oppure c’è un’idea, un’intuizione, una tensione. Ma la sfida resta simile: riuscire a fermare lo sguardo in un mondo che corre. Oggi siamo bombardati da milioni di immagini, da notizie, da stimoli continui. Se riesci a far sì che qualcuno si soffermi anche soltanto due secondi in più su una tua immagine, hai già ottenuto qualcosa di importante. È lì che si apre uno spazio. È lì che l’immagine comincia davvero a lavorare.»

Nel tuo lavoro l’impronta visiva è fortissima, riconoscibile subito. Quanto c’è di istinto e quanto di costruzione nelle tue immagini?

«Cerco sempre di partire da un’idea precisa. Ho bisogno di una direzione, di una struttura mentale, di un’intenzione forte. Però, allo stesso tempo, devo lasciare aperto uno spazio alla possibilità di cambiare idea. Mi capita spesso di immaginare qualcosa che, nella testa, sembra perfetta, potentissima, e poi nel momento in cui provo a realizzarla mi accorgo che non è così straordinaria come avevo creduto. Al contrario, può succedere che da un dettaglio inatteso, da un imprevisto, da qualcosa che accade sul momento, nasca invece l’immagine giusta. Per me è importante non irrigidirsi troppo. Credo che l’eccesso di sicurezza possa diventare un problema. Quando si pensa di sapere già tutto di un’immagine, a volte la si chiude prima ancora di farla vivere davvero. Invece io ho bisogno che il processo resti un po’ aperto, un po’ mobile. È lì che accadono le cose interessanti.»

Questo significa che anche il dubbio, nel tuo lavoro, ha un ruolo creativo?

«Assolutamente sì. Il dubbio è utile, perché ti impedisce di diventare meccanico, di replicare una formula. Ti costringe a rimanere vigile, a non fidarti troppo delle tue certezze. E per me è importante proprio questo: non adagiarmi. Ogni volta che sento di aver raggiunto una zona troppo confortevole, una specie di equilibrio già noto, cerco di spostarmi. È una cosa che ho fatto più volte nel mio percorso.»

L’incontro con Maurizio Cattelan è stato uno snodo fondamentale. Com’è nato il vostro rapporto?

«Ho iniziato fotografando Maurizio per dei ritratti che gli servivano in occasione di interviste. Parliamo di circa venticinque anni fa. Fin da subito ci siamo trovati bene. Lui, nonostante possa sembrare il contrario dall’esterno, è sempre stato una persona piuttosto riservata, anche timida in un certo senso. Probabilmente tra noi si è creata una sintonia naturale, una fiducia reciproca. A un certo punto ci siamo detti che sarebbe stato interessante fare insieme qualcosa che andasse oltre il semplice ritratto, qualcosa che ci permettesse di sperimentare davvero con il mezzo fotografico.

E in tutto questo come lavori con Maurizio Cattelan?

«Maurizio è sempre stato molto affascinato dalla fotografia, anche se non si è mai percepito davvero come fotografo. Forse proprio per questo ha sentito il desiderio di lavorare con qualcuno con cui costruire un’estetica condivisa. E penso che nel tempo siamo riusciti a trovare una lingua comune, un immaginario che appartiene a entrambi.»

Con Toiletpaper avete creato qualcosa che ha superato i confini della rivista e persino quelli dell’arte tradizionale. Quanto era importante, per voi, evitare subito il percorso classico della galleria?

«Era molto importante. È stata un’intuizione molto intelligente di Maurizio, che io ho condiviso pienamente. L’idea era evitare che le nostre fotografie entrassero troppo in fretta nel mondo classico dell’arte, appese a un muro in galleria, immediatamente rese oggetti distanti, quasi sacrali. Ci interessava l’opposto: volevamo che quelle immagini vivessero nel quotidiano, che potessero stare su un tappeto, su uno specchio, su un oggetto, in uno spazio tridimensionale, accessibile, reale. Non qualcosa da un milione di dollari, ma qualcosa che potesse essere comprato e vissuto anche con poche decine di euro.In questo senso la collaborazione con Seletti è stata molto naturale, perché ha permesso alle immagini di diventare parte della vita delle persone. Non più soltanto da guardare, ma da abitare. E credo che questo abbia cambiato molto anche il modo in cui il pubblico si è relazionato al nostro lavoro.»

Hai fotografato tantissimi artisti, musicisti, registi, attori, personalità pubbliche. Tra questi c’è anche Lady Gaga. Che ricordo hai di quell’incontro?

«Quando guardo indietro e penso a quante persone ho fotografato, a volte sorprendo me stesso. Mi capita persino di ritrovare ritratti di cui avevo quasi dimenticato l’esistenza. Con Lady Gaga, però, il ricordo è molto vivo. È stata una bellissima esperienza, anche perché l’ho incontrata in un momento in cui non era ancora la figura planetaria che sarebbe diventata poco dopo. L’ho fotografata durante un festival musicale a Malta e ciò che mi colpì subito fu la sua disponibilità. Era molto gentile, molto aperta, e allo stesso tempo aveva già una forza estetica chiarissima. Si percepiva che aveva una visione, una consapevolezza della propria immagine molto precisa.Con lei è stato davvero divertente lavorare, anche perché era molto generosa nel mettersi in gioco davanti all’obiettivo. E questa è una qualità che, per me, fa una differenza enorme. Quando una persona entra davvero nella fotografia, quando non si limita a posare ma porta dentro qualcosa di sé, allora accade un incontro reale.»

C’è qualcuno che ti ha sorpreso in modo particolare, magari inaspettato?

«Mi è sempre piaciuto molto lavorare con i registi cinematografici, perché sono persone che di solito stanno dietro l’immagine e non davanti. Questo cambia moltissimo l’energia del ritratto. Sono figure che usano molto la testa, che osservano, che costruiscono, e trovarle dall’altra parte dell’obiettivo è interessante. Se devo ricordarne qualcuno, penso a Wim Wenders, che è anche un grande appassionato di fotografia, oppure a Pupi Avati. Ma potrei citare anche Brad Pitt, che era molto curioso della macchina che stavo usando, del processo, del lato tecnico. Più in generale, però, quello che mi interessa nel ritratto è un’altra cosa: mi piace che la persona non si trovi del tutto in una comfort zone. Mi interessa cogliere quella leggera tensione che si crea nei primi momenti, quando ancora non c’è un pieno adattamento alla situazione. Io sono sempre stato abituato a fare pochi scatti, e spesso quelli che considero migliori sono proprio quelli iniziali, quando il soggetto non si è ancora sistemato completamente dentro l’immagine. In quel momento c’è qualcosa di più fragile, di più vero, di meno controllato.»

Oggi viviamo in un’epoca iperproduttiva e iperveloce. Le immagini scorrono in continuazione sui telefoni, sui social, sulle piattaforme. Il tuo stile, così riconoscibile e in parte surrealista, è stato anche una forma di reazione a questo eccesso?

«Il mio tentativo è sempre stato quello di creare qualcosa che potesse durare nel tempo. Questa è la vera ambizione. È chiaro che oggi tutto corre in maniera impressionante e che anche le immagini hanno subito una metamorfosi: le vediamo, le consumiamo, le dimentichiamo in un attimo. Basta pensare a quanto tempo passiamo a scrollare un telefono, a scorrere immagini su Instagram senza fermarci quasi mai davvero. In questo contesto, per me la sfida è proprio capire quali immagini riescano ancora a catturare l’attenzione e, soprattutto, a restare riconoscibili.»

Provieni dal mondo pubblicitario…

«La mia formazione nell’advertising mi ha insegnato molto da questo punto di vista. Lì impari a concentrare lo sguardo, a creare un’immagine che blocchi il flusso anche solo per un attimo. Poi, quando passi al ritratto o a un progetto come Toiletpaper, non c’è più un prodotto: c’è una persona oppure un’idea. Ma la responsabilità è simile. Si tratta di riuscire a fermare l’attenzione in mezzo al rumore del mondo.E poi c’è un’altra cosa che per me conta molto: non voglio spiegare tutto. Mi interessa lasciare uno spazio di mistero, permettere a chi guarda di entrare nell’immagine con la propria sensibilità, con la propria interpretazione. Lo spettatore, in fondo, è il vero protagonista. Se no faremmo immagini soltanto per il nostro ego, e non mi interessa affatto. A me interessa costruire immagini che possano essere vissute.»

A proposito di interpretazione: le vostre immagini hanno suscitato reazioni forti e spesso istintive. Ti è mai capitato che qualcuno reagisse a una tua fotografia in modo sorprendente o molto emotivo?

«Non saprei dire se mi sia capitato qualcosa di clamoroso come quanto accaduto con la famosa banana di Maurizio, ma credo che lì ci sia una lezione molto importante. Quella della banana, per me, è assolutamente un’opera d’arte, ed è un’opera potentissima proprio nella sua semplicità. A volte si pensa che per essere forti bisogna fare qualcosa di enorme, prezioso, spettacolare, complesso. Invece la forza può stare anche in una semplicità radicale. Però quella semplicità non nasce mai dal nulla: dietro c’è una storia, un percorso, un pensiero.È la stessa cosa che cerco di fare nella fotografia. Cerco di inserire molti significati, molti livelli, molti pensieri dentro immagini che magari, all’apparenza, sembrano semplici o immediate. Ma spesso è proprio quell’insieme di ingredienti invisibili a rendere speciale qualcosa che, in superficie, potrebbe sembrare banale. Un po’ come in una ricetta: ciò che fa davvero la differenza non è sempre la cosa più vistosa.»

Oggi si parla moltissimo di intelligenza artificiale. È entrata nel tuo processo creativo? Ti incuriosisce?

«La trovo affascinante, certo, perché il mondo va molto veloce e la tecnologia sta cambiando tutto, proprio come è successo nel passaggio dalla pellicola al digitale. Io ho iniziato con la pellicola, con un rapporto fisico e anche lento con la fotografia, e oggi ci troviamo davanti a strumenti che possono persino generare immagini. È un cambiamento enorme. Però, personalmente, cerco di non pensarci troppo. Continuo a fare ciò che faccio con piacere, e per me questo ha ancora un valore centrale.

Cosa rappresenta per te un soggetto quando lo fotografi?

«Alla fine ogni persona è un mondo, ogni sguardo è una forma unica di vedere la realtà. Quando si spegne una persona si spegne anche quel particolare modo di guardare. Per questo, almeno per ora, non riesco ancora a sentire davvero l’intelligenza artificiale come un concorrente. La vedo, ne riconosco la presenza, ma la osservo un po’ da fuori. Mi aiuta molto anche il fatto di non avere social media personali. È una scelta che mi permette di essere meno influenzato possibile. Tutto ciò che vediamo entra dentro di noi, anche inconsciamente, e inevitabilmente ci condiziona. Per questo cerco di prendere ispirazione da tutto ciò che non è fotografia, per poi provare a costruire qualcosa che abbia una sua originalità.»

Se oggi ti facessi un autoscatto, in quella fotografia vedresti più un artista, un fotografo o un provocatore?

«La verità è che sono molto timido, quindi se mi facessi un autoritratto probabilmente cercherei di non farlo vedere troppo in giro. Non so se mi riconoscerei davvero in una sola definizione. Quello che so è che non mi interessa molto etichettarmi. Mi interessa di più il percorso, il movimento, la possibilità di cambiare quando sento di aver raggiunto una zona troppo comoda.Nel mio lavoro ho cambiato spesso proprio per questo. Quando nella pubblicità mi sono sentito abbastanza forte, ho capito che era il momento di spostarmi e sono passato al ritratto. E quando anche lì ho percepito una nuova comfort zone, ho cambiato ancora. Con Toiletpaper, almeno per adesso, ho trovato una dimensione che sento molto giusta. Ma credo che il filo rosso sia sempre stato lo stesso: cercare di tenere il mio ego abbastanza fuori dall’atto creativo. Per me è importante non fare immagini per autocelebrarmi, ma per aprire uno spazio.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Pierpaolo Ferrari, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Non è una domanda facilissima, anzi. Però ti direi che per il Domani sono fiducioso. Continuo a vedere molto talento, continuo a vedere l’uomo raggiungere apici straordinari nella scienza, nella medicina, nella cultura. Questa cosa mi colpisce sempre e mi dà speranza. Mi piace osservare il meglio di ciò che siamo capaci di fare, perché è lì che sento che esiste davvero una possibilità per il futuro. Penso che, se riuscissimo a dare più importanza alle qualità positive dell’essere umano, potrebbe esserci un domani bello. Il punto è non cedere ai bassi istinti, non lasciare che siano le parti peggiori a guidarci. Vorrei che continuassimo a credere nella qualità, nella sensibilità, nell’intelligenza, nella capacità di costruire qualcosa che abbia valore. Forse il mio modo di vedere il domani parte proprio da qui: dal desiderio di non smettere di credere che il meglio dell’uomo possa ancora fare la differenza.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.