«La satira non deve rassicurare: deve mettere un po’ a disagio, altrimenti è solo una battuta.»

Più che una definizione della comicità, è un manifesto. Ed è probabilmente la frase che meglio sintetizza Gene Gnocchi, uno degli autori più originali e imprevedibili della scena italiana. Da oltre quarant’anni osserva il Paese con uno sguardo disincantato, trasformando il paradosso in uno strumento per raccontare la realtà e la risata in un esercizio di pensiero. Perché, nel suo universo, l’umorismo non serve a semplificare il mondo: serve a smontarlo.

Dietro quell’aria apparentemente svagata si nasconde un intellettuale prestato alla satira. Laureato in Giurisprudenza, avvocato per un breve periodo, musicista prima ancora che comico, Gene Gnocchi ha scelto il palcoscenico come luogo privilegiato per osservare le debolezze umane. I suoi personaggi non cercano mai la caricatura fine a sé stessa: raccontano le nostre manie, le nostre ossessioni e quel confine, spesso sottilissimo, che separa il grottesco dalla realtà. Dagli esordi nei cabaret fino all’affermazione con Mai Dire Gol, passando per Quelli che il calcio, il teatro, la radio, i libri e le collaborazioni con alcuni dei più importanti quotidiani italiani, Gnocchi ha costruito un percorso unico, rimanendo sempre fedele a un’idea di satira elegante, mai urlata e profondamente legata all’osservazione della società. In un’epoca in cui l’umorismo rincorre spesso la velocità dei social e il consenso immediato, continua invece a scegliere una strada diversa: quella dell’ironia intelligente, capace di lasciare il segno anche quando la risata si spegne. Questa visione prende forma anche nei suoi lavori più recenti. Con “Una crepa nel crepuscolo” porta in scena una riflessione ironica e disincantata sul mondo dello spettacolo, sull’attualità e sulle contraddizioni del nostro tempo. Accanto a questo spettacolo, è protagonista anche de “Il turista – La storia dell’arte per chi ha male ai piedi”, scritto insieme alla moglie Maria Federica Baroncini: un viaggio brillante tra musei, città d’arte e turismo contemporaneo, dove episodi realmente vissuti durante le visite guidate diventano il punto di partenza per una comicità raffinata che racconta, con leggerezza, il nostro rapporto con il patrimonio culturale.

L’ abbiamo ospitato nel nuovo appuntamento del Salotto di Domanipress per una conversazione esclusiva, intensa e ricca di spunti, in cui il racconto della sua lunga carriera diventa soprattutto un’occasione per riflettere sul valore della satira, sul teatro e sul ruolo dell’ironia in una società che, forse oggi più che mai, ha ancora bisogno di imparare a sorridere di sé stessa.

 

La tua comicità ha sempre avuto uno sguardo fuori dagli schemi, quasi quello di un osservatore che riesce a vedere ciò che agli altri sfugge. Da dove nasce questa attitudine?

«Credo che il comico sia, prima di tutto, un moralista. È uno che vorrebbe il mondo diverso da com’è e quindi se lo immagina come gli piacerebbe che fosse. Da quel momento tutto diventa materiale per raccontare un’altra realtà. Basta osservare una persona, una situazione o un dettaglio apparentemente insignificante e nella testa si apre immediatamente un universo parallelo. La comicità, per me, è proprio questo: immaginare ciò che potrebbe essere e raccontarlo con uno sguardo diverso. Quando la realtà non mi soddisfa, sento il bisogno di reinventarla, di esasperarla, di deformarla fino a renderla surreale. È lì che nasce la risata.»

Molti sostengono che la comicità affondi le proprie radici nella malinconia. È una definizione nella quale ti riconosci?

«Assolutamente sì. La malinconia ti accompagna sempre, ti mette continuamente alla prova e ti obbliga a trovare un modo per reagire. Credo che chi faccia questo mestiere abbia bisogno di trasformare quella sensazione in qualcosa di condivisibile. La comicità è una forma di resistenza, un modo per prendere le distanze da ciò che ti pesa e restituirlo al pubblico con leggerezza. È un equilibrio sottile tra sorriso e riflessione.»

Nel tuo ultimo spettacolo, Una crepa nel crepuscolo, sembra quasi che tu abbia deciso di fare una grande confessione pubblica.

«È proprio così. Dopo oltre quarant’anni di carriera avevo voglia di raccontare tutto quello che non sopporto più del mondo dello spettacolo e della società contemporanea. Ripercorro i tanti personaggi incontrati in questi anni, ma naturalmente li filtro attraverso il mio modo di vedere le cose. Invento storie completamente assurde. Ad esempio immagino Giovanni Muciaccia finito in prigione per aver costretto un bambino a mangiare migliaia di ghiaccioli pur di costruire una casetta di Art Attack, oppure racconto che Alberto Angela abbia convinto gli eredi di Tutankhamon a sfruttare il Superbonus per mettere il cappotto termico alle piramidi. Mi diverte prendere figure considerate intoccabili e spostarle in un contesto completamente surreale. La gente ride perché, per un attimo, quasi ci crede.»

Tra tutti i personaggi che hai creato ce n’è uno che senti più tuo?

«Sicuramente Ermes Rubagotti. Perché nasce da una persona reale, un ragazzo con cui giocavo a calcio a Castiglione delle Stiviere. È forse il personaggio che più mi rappresenta perché mette insieme due cose che fanno parte della mia vita: l’osservazione delle persone e la passione per il calcio. È uno di quei personaggi che non hai bisogno di costruire troppo, perché esisteva già nella realtà.»

Hai vissuto alcuni dei momenti più importanti della televisione italiana, compreso un Festival di Sanremo decisamente particolare. Che ricordo conservi?

«Fu una follia meravigliosa. Ci chiamarono praticamente all’ultimo momento e arrivammo direttamente da Quelli che il calcio. Nessuno voleva fare quel Festival perché mancavano i grandi nomi della musica, invece noi ci siamo buttati dentro senza pensarci troppo. Sembrava una missione impossibile e invece ci siamo divertiti tantissimo. Sanremo è un frullatore: ti travolge, ti mette sotto pressione, ma quando finisce ti lascia addosso un’esperienza che difficilmente dimentichi. Per chi fa il nostro mestiere è qualcosa che andrebbe vissuto almeno una volta.»

Negli ultimi anni sembri aver trovato nel teatro una libertà espressiva ancora maggiore rispetto alla televisione.

«Il teatro oggi è il luogo dove mi sento più libero. Mi permette di raccontare quello che voglio senza mediazioni. Oltre a Una crepa nel crepuscolo porto in scena Il Museo Ambulante, uno spettacolo scritto insieme a mia moglie Maria Federica Baroncini. Lei è guida turistica e ogni giorno vive episodi incredibili con i visitatori dei musei. Abbiamo trasformato quei racconti in uno spettacolo che prende in giro il mondo dell’arte con leggerezza e ironia. È nato quasi per gioco e oggi sta crescendo replica dopo replica. È una soddisfazione enorme.»

E poi c’è AperiGene, un progetto che sta riscuotendo sempre più successo.

«Ci tengo molto. Sono interviste-spettacolo che organizziamo ogni estate nel chiostro del Museo delle Ceramiche di Faenza. Mi piace creare incontri autentici, senza copione, tra ospiti molto diversi. Non è il classico talk televisivo, ma una conversazione vera dove il pubblico partecipa, interviene e si sente coinvolto. È un modo diverso di fare spettacolo e cultura.»

Hai visto cambiare profondamente la televisione italiana. Cosa si è perso per strada?

«La creatività. Io ho avuto la fortuna di vivere una televisione che sperimentava continuamente. Nascevano programmi nuovi ogni stagione, si aveva il coraggio di provare e anche di sbagliare. Oggi si preferisce rifare format già esistenti perché si ha paura di rischiare. Se un programma non funziona dopo due puntate viene tolto. Una volta, invece, si aveva più pazienza e soprattutto più fiducia nelle idee.»

Anche la satira è cambiata?

«Oggi il politico è diventato quasi un collega. È continuamente in televisione, commenta tutto e cerca perfino di fare il simpatico. La realtà è già così paradossale che spesso non serve aggiungere altro. Una volta il politico lo vedevi raramente, oggi è sempre presente. Per questo preferisco osservare altri aspetti della società: sono molto più stimolanti da raccontare.»

Nel tuo libro parlavi di una “società al gusto Puffo”. Oggi siamo migliorati?

«Direi il contrario. Viviamo nell’epoca degli opinionisti. Tutti hanno qualcosa da dire su qualsiasi argomento e tutti si sentono esperti. Mi era persino venuta l’idea di aprire una scuola per opinionisti: insegnare come interrompere gli altri, come litigare in diretta e come avere sempre un’opinione pronta. Sarebbe quasi più divertente della realtà. È una provocazione, ma fino a un certo punto.»

Guardandoti indietro, c’è qualcosa che avresti voluto fare di più?

«Probabilmente il cinema. Ho avuto la fortuna di fare tante esperienze bellissime, ma se devo trovare un piccolo rimpianto direi quello. Mi sarebbe piaciuto dedicargli più tempo, anche perché è un linguaggio che mi ha sempre affascinato.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Gene Gnocchi, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«La mia paura è che diventi sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Tra fake news e intelligenza artificiale il rischio è concreto e crescerà ancora. La mia speranza, invece, è che tutta questa tecnologia venga accompagnata da responsabilità ed etica. L’innovazione è fondamentale, ma senza discernimento rischia di produrre soltanto rumore. Il futuro dipenderà dalla nostra capacità di usare questi strumenti senza perdere il senso critico.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.