Recensione: “Mank” il film favorito agli Oscar tra luci ed ombre

“Mank”, ambientato tra il 1931 e il 1942, anno in cui “Citizen Kane” ha ricevuto l’Oscar come migliore sceneggiatura originale, racconta la storia di Herman Mankiewicz, sceneggiatore del capolavoro hollywoodiano firmato da Orson Welles. Di Mank, autore alcolizzato e sfacciato ma rispettato per il suo grande talento nel giro delle major californiane, viene narrata la rapida discesa verso l’inferno di ogni persona all’interno dell’ambiente cinematografico statunitense all’epoca: l’anonimato.

L’uomo, infatti, nonostante abbia un vero dono con le parole, con il passare degli anni diventa sempre più desideroso di un riconoscimento; ciò si scontra con la sua volontà di raccontare realisticamente la figura di William Randolph Hearst, magnate della stampa californiana, tanto potente da esser in grado di condizionare le sorti politiche dello Stato. Quest’ultimo è invischiato anche all’interno del fruttuosissimo giro degli Studios hollywoodiani, rendendolo intoccabile da qualsiasi scrittore.

È proprio di lui che, nel 1940, Mankiewicz deciderà di parlare tramite “Citizen Kane”. Un film, questo, che affonda le proprie radici nella storia, nell’economia e nella società di una Hollywood ormai lontana, incentrata sul profitto, una macchina ben oliata più orientata verso il guadagno piuttosto che sul valore artistico. Per apprezzare al meglio la pellicola è, infatti, consigliabile spulciare qualche libro di storia del cinema per avere una vaga idea di come si lavorasse in quel periodo e dei personaggi pubblici e delle vicende che li legavano. David Fincher, regista del film, ha in mente il progetto da più di vent’anni (da quando il padre Jack ne scrisse la sceneggiatura nel 1997) e per realizzarlo, ha lavorato molto nel dettaglio, concentrandosi sia sulla storia, che sulle tecniche di ripresa le quali ricalcano quelle del tempo.

Fincher, molto legato alla leggendaria pellicola di Welles, ha voluto donare al proprio lavoro un’aura classica, che rimandasse proprio alle opere di quel periodo. Il film è infatti in bianco e nero, la fotografia emula quella di Gregg Toland (direttore della fotografia di “Citizen Kane”) e il mix audio è creato appositamente per risuonare come quello in presa diretta monofonico usato allora. Per quanto questo tipo di scelta possa risultare particolarmente apprezzabile dai cineamatori, ci sono piccoli dettagli che lo rendono ridondante. Il regista ha cercato di coniugare presente e passato: effetti visivi e sonori imitano quelli apprezzabili nei film che precedono gli anni ‘50, ma le tecnologie utilizzate sono quelle odierne. Questo risulta straniante nel momento in cui le immagini, in definizione e grana perfetta, vengono intervallate dalle macchie tipiche della pellicola deteriorata.

Piuttosto che ricordare, però, le bobine usurate dal tempo, ciò dà l’impressione di un effetto aggiunto a posteriori per rimandare a quanto già detto. Anche il sonoro rende faticoso allo spettatore immergersi nella narrazione, almeno nei primi minuti della proiezione. Resta comunque un ottimo film, ma per un pubblico forse troppo selezionato. Per poterlo apprezzare a pieno bisogna avere parecchie conoscenze pregresse.

Valentina Iacone

RASSEGNA PANORAMICA
Rencensione: "Mank"
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Nata a Rimini e laureata in Arte e Spettacolo in Sapienza, a Roma, studia sceneggiatura e produzione presso l’accademia Griffith per proseguire la sua strada lavorativa nell’ambiente del cinema. È amante della scrittura in tutte le sue forme ed è convinta che il modo migliore per rappresentare la realtà sia attraverso i film: musica, immagini, parole.