Accendere una PlayStation 1 oggi produce un effetto strano. La grafica è spigolosa, i caricamenti sembrano interminabili, i personaggi hanno mani quadrate e facce che nel 1998 ci parevano quasi realistiche. Eppure basta il suono dell’avvio, una memory card inserita, la schermata di un vecchio Crash Bandicoot o di Metal Gear Solid, e qualcosa si muove prima ancora che il gioco cominci.
Non è soltanto nostalgia.
È il desiderio di tornare in un tempo in cui giocare significava soprattutto esserci.
La stessa cosa succede con il Nintendo 64, il Super Nintendo, il Game Boy, il Dreamcast. Console che per anni abbiamo considerato obsolete sono tornate a essere oggetti desiderabili, collezionati, restaurati, rivenduti, riprodotti e persino reinterpretati attraverso hardware moderni. Il fenomeno è ormai abbastanza grande da avere un mercato autonomo, alimentato da trentenni e quarantenni che ricomprano ciò che avevano da adolescenti e da ragazzi molto più giovani affascinati da un passato che non hanno mai vissuto. Una ricerca sul consumo nostalgico pubblicata nel 2025 rileva proprio questa attrazione della Gen Z per videogiochi, estetiche e prodotti culturali degli anni Novanta e Duemila.
Forse abbiamo iniziato a chiamarlo retrogaming perché era più semplice che ammettere cosa stava succedendo.
Stiamo comprando ricordi.
La nostalgia ha imparato a usare un joypad
La ricerca sulla nostalgia videoludica suggerisce che i vecchi videogiochi possono riattivare ricordi autobiografici e creare un senso di continuità tra la persona che siamo oggi e quella che eravamo allora. Una review pubblicata nel 2023 osservava come l’industria stessa abbia progressivamente incorporato questa nostalgia nello sviluppo di nuovi prodotti, remake e rilanci di franchise storici.
Un altro filone di ricerca ha mostrato che evocare ricordi legati ai videogiochi può contribuire al benessere psicologico, proprio perché quelle esperienze sono spesso associate a persone, luoghi e momenti importanti della nostra vita.
Ecco perché vedere Super Mario 64 oggi non significa semplicemente rivedere Mario.
Significa rivedere il salotto di casa.
Il fratello con cui litigavamo per il controller. L’amico che conosceva una scorciatoia impossibile a Mario Kart 64. Il pomeriggio dopo scuola in cui avevamo finalmente battuto quel boss. Il televisore a tubo catodico. Qualcuno che magari oggi non vive più con noi, o che non vediamo da anni.
Il gioco è rimasto uguale.
Siamo noi ad essere cambiati.
I videogiochi moderni sono giganteschi. Forse è proprio questo il problema
Un videogioco contemporaneo può offrire mondi sterminati, aggiornamenti continui, centinaia di ore di contenuti, stagioni, eventi, missioni secondarie, battle pass e sistemi di progressione quasi infiniti.
Tecnicamente è straordinario.
Psicologicamente, qualche volta, è estenuante.
Il fascino dei vecchi giochi nasce anche dalla loro finitezza. Si inseriva il disco o la cartuccia e il gioco era quello. Non arrivava una patch il giorno successivo. Non bisognava completare una sfida entro domenica sera. Non esisteva una notifica che ricordasse che stavamo perdendo una ricompensa.
Si giocava.
Poi si spegneva.
Forse è questa semplicità che oggi appare quasi rivoluzionaria.
La ricerca dell’Oxford Internet Institute ricorda che il rapporto tra videogiochi e benessere è complesso: il gaming può contribuire al rilassamento e alla regolazione emotiva, ma l’esperienza dipende molto dal motivo per cui giochiamo e dal modo in cui il gioco entra nella nostra vita.
Il retrogaming elimina buona parte del rumore contemporaneo. Ti mette davanti a tre vite, un livello e una domanda molto semplice: riesci ad arrivare dall’altra parte?
Il controller del Nintendo 64 era assurdo. Ed è proprio per questo che lo rivogliamo
La nostalgia è anche fisica.
Ricordiamo il peso di una cartuccia, il rumore dello sportellino della PlayStation, il cavo del controller troppo corto, il joystick del Nintendo 64 che dopo qualche anno diventava inspiegabilmente molle.
Oggi buona parte dell’intrattenimento digitale è immateriale. Compriamo un gioco e non abbiamo necessariamente nulla da mettere su uno scaffale. Scarichiamo un film, ascoltiamo un disco, leggiamo un libro senza possederne un oggetto fisico.
Il retrogaming fa l’opposto.
Rimette il piacere nelle mani.
È significativo che continuino a nascere dispositivi pensati proprio per utilizzare cartucce originali. L’Analogue 3D, per esempio, riproduce l’esperienza del Nintendo 64 su televisori moderni e supporta i vecchi giochi e accessori originali, mentre altri produttori stanno riportando sul mercato hardware capace di leggere cartucce SNES.
Non compriamo soltanto la possibilità di giocare.
Compriamo il gesto di inserire una cartuccia.
E infatti il giocatore medio non è più un ragazzino
Forse continuiamo a pensare ai videogiochi come a un passatempo adolescenziale perché l’immaginario è rimasto indietro.
Negli Stati Uniti, secondo i dati pubblicati nel 2025 dall’Entertainment Software Association, il 60% degli adulti gioca ai videogiochi ogni settimana e l’età media del giocatore è ormai di 36 anni.
È una generazione che ha abbastanza reddito per ricomprare la console che i genitori non volevano acquistare nel 1997.
E abbastanza nostalgia per pagare molto più di quanto costasse allora.
Uno studio del 2025 dedicato proprio alla relazione tra età e nostalgia nei videogiochi rileva che, tra i giocatori over 30, memoria e nostalgia rappresentano un forte richiamo verso prodotti e marchi del passato.
Non sorprende quindi che il mercato continui a crescere e che persino il dibattito su quale sia la migliore console retrò riesca ancora ad accendere discussioni interminabili: SNES, PlayStation, Nintendo 64, PlayStation 2. Cambiano le generazioni, cambia il vincitore.
Il retrogaming ci restituisce anche qualcosa che abbiamo perso: giocare insieme
Quattro amici davanti allo stesso televisore.
Oggi sembra quasi archeologia.
Sul Nintendo 64 significava dividere lo schermo in quattro, accusare qualcuno di guardare la propria porzione di televisore e discutere per ore dopo una partita a GoldenEye 007 o Mario Kart.
Il multiplayer moderno permette di giocare con chiunque, ovunque nel mondo.
Quello vecchio obbligava però a condividere la stessa stanza.
Ed è una differenza enorme.
Persino alcune delle nuove macchine dedicate al retrogaming insistono su questo elemento: controller multipli, compatibilità con periferiche originali, multiplayer locale. Non è soltanto fedeltà tecnica. È il tentativo di ricostruire un rituale sociale che il gioco online ha progressivamente trasformato.
Forse non ci manca davvero la PlayStation 1
Ci manca il tempo che avevamo quando la accendevamo.
È questo il punto che rende il retrogaming qualcosa di più di una moda.
La PlayStation 1 non era migliore perché aveva meno poligoni. Il Nintendo 64 non era più autentico perché il controller aveva tre impugnature. Erano semplicemente oggetti presenti in una fase della nostra vita in cui il tempo sembrava avere un’altra consistenza.
Un pomeriggio poteva durare moltissimo.
Finire un gioco poteva sembrare un’impresa.
E una memory card con quindici blocchi disponibili poteva contenere, senza che lo sapessimo, anni interi della nostra memoria.
Oggi possiamo accendere una console capace di generare mondi enormi e fotorealistici. Eppure qualche volta preferiamo tornare davanti a una strada composta da pochi pixel.
Non perché il passato fosse necessariamente migliore.
Ma perché sappiamo già come finisce.
E quando tutto intorno cambia molto velocemente, sapere ancora dove si trova quella porta segreta, ricordare il codice di un vecchio livello o riconoscere dopo venticinque anni una musica che avevamo dimenticato può essere una forma piccolissima di conforto.
Forse il retrogaming non è l’ossessione di tornare bambini.
È il tentativo, molto adulto, di verificare che da qualche parte quel bambino esista ancora.





