Alla terza partecipazione al Festival di Sanremo, Levante non arriva in punta di piedi né con l’urgenza di dimostrare qualcosa. Porta “Sei tu”, una ballad intensa che attraversa l’ineffabilità dei sentimenti, ma soprattutto porta una visione precisa di sé: rigorosa nella preparazione, radicale nelle scelte, ostinatamente fedele alla propria identità. Dietro l’artista c’è Claudia Lagona, 38 anni, una donna che ha imparato a convivere con contraddizioni e fragilità senza più nasconderle.
Quest’anno il percorso verso l’Ariston è stato quasi scientifico: osteopata, foniatra, cura maniacale del corpo e della voce. Non perfezionismo sterile, ma una forma di autodifesa emotiva. Per Levante il palco è un amplificatore potentissimo: restituisce energia, ma può anche esporre crepe profonde. Ecco perché il controllo diventa uno strumento di libertà.
Cantautrice, scrittrice, poetessa, pittrice, attrice: la sua traiettoria artistica non segue linee prevedibili. La creatività è un territorio espanso dove linguaggi diversi dialogano tra loro. Questa natura poliedrica, però, in Italia viene spesso accolta con sospetto. Levante lo sa e non si sottrae al rischio del giudizio, preferendo l’esplorazione all’approvazione.
Negli ultimi anni ha raccontato senza filtri la depressione post partum, la fatica della maternità, la pressione del dover essere sempre all’altezza. Esperienze che hanno modificato il suo sguardo sul successo e sul fallimento, trasformando la vulnerabilità in un luogo di connessione autentica con il pubblico.
E poi c’è la coerenza, parola scomoda in tempi di neutralità strategica. Levante non teme di prendere posizione, anche quando questo significa risultare divisiva. Non è provocazione: è una necessità etica, prima ancora che artistica.
A Sanremo torna con una serenità nuova, quasi paradossale. Non perché la posta in gioco sia più bassa, ma perché la sua identità non dipende più da un risultato. Vincere può essere bellissimo, ma non è più l’obiettivo centrale.
Arrivi al Festival con una preparazione quasi scientifica. È controllo o bisogno di protezione?
«Un po’ entrambe le cose. Sanremo è un luogo dove tutto succede velocemente e sotto una lente enorme. Sapermi preparata, anche fisicamente, mi permette di togliere rumore e restare concentrata sull’emozione. Non è rigidità: è un modo per sentirmi libera mentre canto.»
Ti definisci divisiva e sembri accettarlo con naturalezza. È una scelta o una conseguenza inevitabile dell’essere autentica?
«Credo sia inevitabile. Quando non cerchi di piacere a tutti, qualcuno resta spiazzato. Ma preferisco essere riconoscibile, anche nelle imperfezioni, piuttosto che neutra. L’arte non nasce per mettere d’accordo: nasce per smuovere qualcosa.»
Negli ultimi anni hai parlato apertamente di fragilità e salute mentale. Quanto questa consapevolezza ha cambiato il tuo modo di stare sul palco?
«Mi ha insegnato a non fingere forza quando non c’è. Prima pensavo di dover essere invincibile, oggi so che la vulnerabilità crea connessione. Salire su un palco non significa dimostrare qualcosa: significa esserci davvero, con tutto quello che si è.»




