Serena Brancale da Sanremo al Salotto di Domanipress: «Ho imparato a curare la nostalgia con un sorriso»

La prima cosa che capisci di Serena Brancale è che non “interpreta” soltanto: abita quello che canta.

Alle prove generali di Sanremo 2026 è arrivata l’unica standing ovation della serata, un segnale che non si può ignorare. Ma la vera notizia, questa volta, non è la potenza scenica: è la scelta di spogliarsi di tutto ciò che fa rumore e restare con il cuore in mano.
Il brano in gara, “Qui con me”, è un dialogo con la madre scomparsa nel 2020: una ballad che trasforma la malinconia in cura, senza rinunciare a quel tratto che la rende riconoscibile al primo respiro — il sorriso che affiora anche quando fa male.

«Non è una canzone triste. È una canzone che ti prende per mano. La nostalgia, se la guardi bene, può diventare una stanza luminosa.»

L’abbiamo incontrata nelle ore che precedono il debutto: Serena parla veloce, poi si ferma. Sceglie le parole come si sceglie un accordo quando vuoi che regga l’intero brano.
E quando nomina sua madre, non c’è retorica: c’è una verità semplice, quasi domestica, di quelle che ti fanno abbassare la voce.

Se dovessi raccontare il tuo 2025 con un’immagine sola, quale sceglieresti?

«Una valigia aperta sul letto, piena di cose diverse: scarpe da palco, spartiti, un rossetto, un biglietto del treno stropicciato, e un foglio con due righe di testo che non volevo far leggere a nessuno. Il 2025 è stato quello: un anno in cui ho capito che la mia vita poteva contenere tutto, anche le parti che di solito tengo fuori dalle foto.»

Torni all’Ariston con “Qui con me”, una canzone dedicata a tua madre. Quando hai capito che potevi cantarla davvero, davanti a tutti?

«Quando ho smesso di temere il momento in cui mi si sarebbe spezzata la voce. Nei primi anni non ce l’avrei fatta: mi sarei sentita “non all’altezza” del dolore, come se dovessi dimostrare qualcosa. Poi passa il tempo, ti cambia la pelle. E a un certo punto capisci che non devi essere forte: devi essere vera. Sanremo, paradossalmente, è diventato il posto giusto perché è il posto più esposto. Se ci riesci lì, poi puoi farlo ovunque.»

Hai detto che in questo brano ci sono fragilità che hai nascosto. Quali sono?

«La paura di restare ferma. La paura di non essere compresa quando non faccio la “Serena che spinge”, quella con la grinta, la cazzimma, l’ironia pronta. Io quella parte la amo, è una parte vera. Ma esiste anche il contrario: la Serena che la notte ascolta un vocale vecchio, che apre un cassetto e trova un profumo, che pensa “se potessi dirle una cosa soltanto…”. Ecco: io quella Serena l’ho tenuta fuori dal palco per molto tempo.»

«A volte la forza non è alzare la voce. È abbassarla e dire la cosa più difficile senza tremare.»

Che suono ha “Qui con me”? Come la descriveresti a chi non l’ha ancora ascoltata?

«È una pop ballad con un’anima jazz. È romantica, ma non “smielata”. È come un abbraccio che non stringe troppo: ti lascia respirare. Io volevo una canzone che facesse una cosa precisa: curare la nostalgia con un sorriso. Perché la nostalgia non è solo mancanza, è anche gratitudine. Se ti manca qualcuno, vuol dire che ti ha dato tanto.»

Alle prove generali hai ricevuto l’unica standing ovation. Ti ha sorpresa?

«Sì, perché alle prove generali c’è un’energia particolare: è un pubblico “tecnico”, attento a tutto, anche alle micro-cose. Io ero concentrata, quasi in una bolla. Poi ho sentito quel rumore… e lì mi è arrivato addosso il senso della canzone. Non era più “mia”. Era diventata di chi la stava ascoltando.»

La tua carriera è l’esempio di un successo costruito con pazienza. Che consiglio daresti a chi sta iniziando?

«Studiare. Sembra banale, ma è l’unica cosa che ti salva quando l’entusiasmo cala. Studiare vuol dire sapere da dove viene la musica che ami, capirne le origini, imparare a suonare, ascoltare chi è venuto prima, farti domande. Così costruisci una personalità che non è l’imitazione di nessuno. E poi: suonare dal vivo, sempre. Il palco ti mette a nudo, ma ti educa.»

Hai mai avuto la sensazione di essere “in ritardo” rispetto agli altri?

«Sì, ma ho smesso di usare quella parola. “In ritardo” rispetto a cosa? Io ho fatto gavetta vera, in Puglia, tra concerti, feste private, serate in cui impari a reggere la scena anche quando nessuno ti aspetta. Quello ti fortifica. E oggi mi dico: ogni tappa era necessaria. Se fossi arrivata prima, forse non avrei avuto gli strumenti per restare.»

La tua musica parla anche una lingua identitaria: il dialetto, le radici, il corpo. Quanto conta oggi per te?

«Conta tantissimo. Il dialetto è uno strumento: non è folclore, è verità. Ti permette di raccontare storie vere senza filtri. È come quando, a casa, dici le cose più importanti nella lingua in cui ti vengono naturali. Il punto non è “fare colore”, è essere credibile. E io voglio che ogni parola che canto mi assomigli.»

Se guardi oltre Sanremo, qual è il sogno che ti porti dietro da anni?

«Portare la mia musica all’estero con una formazione più grande: una band ricca, una piccola orchestra, strumenti che aprono lo spazio. Ho cantato in posti bellissimi, ma io sogno un set che sia un viaggio completo: jazz, pop, anima, ritmo. E sogno anche un disco che faccia pace con tutte le mie versioni, senza scegliere una sola maschera.»

Quando scenderai quelle scale, che cosa ti dirai, un attimo prima che parta l’orchestra?

«Mi dirò: “Respira. Questa canzone è una casa.” E poi, lo so già, penserò a lei. Non per farmi male. Per farmi bene.»

Serena Brancale nel Salotto di Domanipress

Serena Brancale è stata ospite del Salotto di Domanipress: un incontro tra musica, identità e racconto del successo, tra TikTok, Spotify e la forza del dialetto come lingua emotiva.

Leggi: https://www.domanipress.it/video-intervista-serena-brancale-il-successo-arrivato-su-tiktok-e-spotify-e-stato-travolgente-il-dialetto-e-uno-strumento-per-raccontare-storie-vere/

 

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, è un appassionato di TV e cultura moderna e new media è sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.