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Kasia Smutniak torna da Pietro Taricone 16 anni dopo la sua morte: la promessa mantenuta insieme alla figlia Sophie che commuove e fa riflettere

Ci sono persone che continuano ad abitare la nostra vita anche quando non ci sono più. Non attraverso i grandi gesti o le commemorazioni ufficiali, ma nei luoghi che hanno attraversato, nei ricordi che riaffiorano all’improvviso e nelle promesse rimaste in sospeso. Per Kasia Smutniak, il legame con Pietro Taricone, scomparso tragicamente nel 2010, appartiene anche a questa dimensione intima e silenziosa. Un rapporto che torna a intrecciarsi con il suo percorso artistico attraverso “Mustang”, il documentario presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, nel quale il Nepal diventa il luogo in cui una storia d’amore, una perdita e un impegno verso gli altri trovano un nuovo significato.

“Mustang”, il viaggio in Nepal e la promessa fatta con Pietro Taricone

La storia comincia nel 2003, quando Kasia Smutniak e Pietro Taricone intraprendono un viaggio nel Mustang, una regione montuosa del Nepal settentrionale, al confine con il Tibet. Con uno zaino e una piccola videocamera attraversano un territorio remoto, incontrando comunità e tradizioni molto lontane dalla quotidianità occidentale. Durante quell’esperienza nasce una promessa: tornare un giorno e contribuire a proteggere quella cultura. Un desiderio condiviso, che la vita avrebbe però interrotto bruscamente.

Nel giugno del 2010 Pietro Taricone muore a seguito di un incidente di paracadutismo. Per il pubblico italiano è la scomparsa improvvisa di un volto diventato celebre grazie alla televisione e successivamente affermatosi come attore. Per chi gli era vicino, è una perdita molto più privata, fatta di progetti, ricordi e parole che non avrebbero avuto il tempo di trasformarsi in realtà. A distanza di oltre vent’anni dal primo viaggio, Smutniak decide di riprendere quel percorso, non per ricostruire semplicemente il passato, ma per dare una forma concreta a ciò che era rimasto incompiuto.

La figlia Sophie ritrova le immagini del padre: la memoria diventa un racconto condiviso

Uno degli elementi più significativi di “Mustang” è il coinvolgimento di Sophie Taricone, figlia di Kasia e Pietro. È lei a riscoprire i filmati del viaggio del 2003 e quelli delle successive esperienze vissute in Nepal con la madre durante l’infanzia. Immagini familiari che diventano il materiale di partenza di un documentario capace di attraversare generazioni diverse.

La voce narrante è quella di Sophie, che accompagna il pubblico attraverso oltre vent’anni di ricordi e trasformazioni. Una scelta che restituisce alla figura di Pietro Taricone una dimensione lontana dagli stereotipi televisivi: non soltanto il personaggio ricordato dagli spettatori, ma un padre, un compagno e un uomo che aveva immaginato un futuro diverso per una comunità incontrata durante un viaggio. La sua presenza emerge attraverso le immagini e attraverso ciò che le persone a lui legate hanno continuato a costruire.

Il documentario assume così una prospettiva particolarmente interessante: non racconta soltanto il dolore di chi perde qualcuno, ma anche il modo in cui una figlia può entrare in relazione con la memoria del padre, riconoscendo nei suoi desideri qualcosa che appartiene anche al proprio presente.

Una scuola in Nepal e il significato di una promessa mantenuta

Il cuore del racconto si sviluppa attorno all’incontro con Kunzom Thakuri, una donna del territorio che contribuisce a trasformare il desiderio nato durante quel viaggio in un’iniziativa concreta: la costruzione di una scuola per consentire ai bambini della regione di continuare gli studi senza allontanarsi dalle proprie famiglie.

È questo il passaggio che rende “Mustang” qualcosa di diverso da un semplice documentario autobiografico. La memoria non rimane confinata nelle fotografie o nelle registrazioni private, ma diventa un progetto capace di incidere sulla quotidianità di altre persone. Un impegno che attraversa il tempo e che trova nella presenza di Sophie una continuità generazionale: una promessa nata tra due giovani innamorati continua a vivere attraverso la loro figlia e attraverso una comunità lontana migliaia di chilometri dall’Italia.

Presentato il 19 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione competitiva Progressive Cinema, il documentario diretto da Kasia Smutniak dura 105 minuti ed è scritto insieme a Marella Bombini. La distribuzione italiana è affidata a Fandango, con l’arrivo nelle sale previsto per novembre 2026.

La storia di Kasia Smutniak e Pietro Taricone continua a suscitare emozioni perché appartiene alla memoria collettiva di un’intera generazione. Ma il film sceglie di andare oltre la nostalgia e la celebrazione di un personaggio famoso. Racconta qualcosa di più universale: la possibilità di trasformare un’assenza in un gesto concreto, senza pretendere che quel gesto cancelli il dolore.

Ed è forse qui che si trova la domanda più interessante da lasciare al pubblico: una promessa fatta a una persona che non c’è più può continuare a impegnarci per tutta la vita? Per Kasia Smutniak, almeno in questa storia, la risposta prende la forma di un viaggio, di una figlia che ritrova le immagini del padre e di una scuola costruita dall’altra parte del mondo.