Forse Grazia Deledda oggi non diventerebbe virale. Ed è proprio per questo che dovremmo leggerla

Abbiamo un rapporto curioso con i grandi scrittori morti. Li celebriamo molto più facilmente di quanto li leggiamo. Mettiamo il loro nome sulle scuole, sulle biblioteche, sulle vie. Organizziamo anniversari, mostre e convegni. Poi, davanti allo scaffale di una libreria, compriamo altro.

Con Grazia Deledda il paradosso è ancora più evidente. Il 15 agosto ricorrono novant’anni dalla sua morte e il 2026 segna il centenario del Nobel per la Letteratura che le fu assegnato nel 1926. Un primato enorme: resta ancora oggi l’unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura. Eppure provate a chiedere a dieci italiani quando hanno letto l’ultima volta Canne al vento. Probabilmente arriveranno prima i ricordi scolastici del romanzo che il romanzo stesso. Forse il problema non è Deledda. Forse siamo diventati lettori incompatibili con tutto ciò che non cerca immediatamente di conquistarci.

Il libro deve piacerci entro trenta secondi

Abbiamo imparato a saltare una canzone dopo pochi secondi, una serie dopo una puntata, un video dopo due movimenti del pollice. Era inevitabile che questa impazienza arrivasse anche ai libri. Persino la lettura, una delle attività meno veloci inventate dall’essere umano, è entrata nella cultura della performance. Su TikTok fotografiamo pile di romanzi, su Instagram sottolineiamo frasi perfette, registriamo quanti libri abbiamo letto durante l’anno e ci imponiamo challenge da cinquanta titoli. Abbiamo trasformato anche la biblioteca in una specie di palestra.

Naturalmente non c’è niente di male se BookTok convince qualcuno ad aprire un romanzo. Il problema arriva quando l’algoritmo comincia a scegliere anche ciò che vale la pena leggere. Un algoritmo deve capire velocemente che cosa ci piace per darcene ancora. La letteratura migliore qualche volta fa esattamente il contrario: comincia quando incontriamo qualcosa che non sappiamo ancora se ci piace.

Deledda raccontava già tutte le nostre ossessioni

Nei suoi romanzi troviamo desiderio, colpa, famiglia, sesso, religione, reputazione, giudizio degli altri, persone che vorrebbero essere una cosa e finiscono per comportarsi in un’altra maniera. Cambiano i vestiti. Molto meno gli esseri umani.

In Canne al vento gli uomini sono fragili e vengono piegati dagli eventi. In La madre amore, fede e desiderio si combattono senza una soluzione rassicurante. In Cosima, il romanzo autobiografico pubblicato postumo, emerge anche qualcosa che oggi chiameremmo autodeterminazione femminile.

Deledda era nata a Nuoro nel 1871, aveva avuto una formazione in gran parte autodidatta e riuscì a imporsi in un mondo letterario nel quale essere donna era già un ostacolo. Nel 1926 arrivò il Nobel. Cent’anni dopo resta l’unica italiana ad averlo vinto per la Letteratura. Un dato che dice molto della sua grandezza, ma forse anche qualcosa di noi.

Una donna che non aveva paura delle persone sbagliate

I personaggi di Deledda sbagliano. Desiderano ciò che non dovrebbero desiderare, giudicano e vengono giudicati, tentano di sfuggire alle convenzioni e finiscono qualche volta schiacciati dalle proprie contraddizioni.

Oggi siamo invece ossessionati dalla necessità di stabilire immediatamente chi abbia ragione. Una persona pronuncia una frase sbagliata e internet deve decidere nel giro di qualche ora se sia buona o cattiva, vittima o carnefice, da difendere oppure da cancellare. La letteratura può permettersi qualcosa di molto più interessante: non scegliere immediatamente da che parte stare. Può mostrarci qualcuno mentre compie qualcosa di sbagliato e costringerci ugualmente a comprenderlo. Non ad assolverlo. A comprenderlo.

Abbiamo accesso a tutti i libri del mondo e leggiamo gli stessi

Mai abbiamo avuto una biblioteca così grande a disposizione. Possiamo scaricare un classico in pochi secondi, comprare un romanzo pubblicato dall’altra parte del pianeta, ascoltare un audiolibro mentre guidiamo. Eppure proprio nell’epoca dell’abbondanza rischiamo un curioso impoverimento: classifiche e algoritmi restringono le nostre scelte mentre abbiamo l’impressione di moltiplicarle.

Un libro diventa virale, viene mostrato ad altre persone, vende di più e quindi viene esposto ancora di più. Il successo produce visibilità e la visibilità altro successo. Per uscire dal meccanismo bisogna compiere un gesto quasi antiquato: cercare quello che in quel momento nessuno ci sta suggerendo. Un libro vecchio. Un’autrice dimenticata. Una storia che non ha bisogno di diventare una serie televisiva per meritare attenzione.

Forse il problema è che leggiamo troppo in fretta

Forse non abbiamo bisogno di leggere più libri. Abbiamo bisogno di leggere più lentamente. Lasciare un romanzo sul comodino per settimane. Tornare indietro. Non capire una pagina. Annoiarsi persino un po’. Fermarsi davanti a una frase senza fotografarla per Instagram.

Alcuni libri, semplicemente, arrivano dopo. A diciassette anni sembrano insopportabili. A quaranta improvvisamente parlano di noi. È uno dei pochi vantaggi dell’invecchiare: i libri rimangono uguali mentre noi diventiamo lettori diversi.

Il centenario del Nobel a Grazia Deledda potrebbe allora servire almeno a questo. Non soltanto a ricordare diligentemente che una scrittrice sarda vinse il premio nel 1926, informazione che possiamo ottenere in tre secondi. Ma a prendere Canne al vento, La madre o Cosima e provare a fare una cosa diventata sorprendentemente difficile: leggere senza fretta, senza notifiche e senza chiedersi continuamente a cosa servirà.

Forse abbiamo quasi dimenticato Grazia Deledda perché appartiene a un tempo che non sapeva ancora cosa fosse lo scrolling. Oppure perché siamo noi ad aver dimenticato che non tutto ciò che merita attenzione deve riuscire a conquistarci in quindici secondi.

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Slovena d'origine ma Milanese d'adozione, ama tutto ciò che è letteratura e gioca con le parole e le emozioni. Laureata in lingue e culture internazionali i libri ed un bicchiere di vino rosso sono la sua migliore compagnia.