Michele Mari vince il Premio Strega 2026: il trionfo del romanzo che trasforma la memoria in una trappola

MARI Michele, writer.photo: ?? BASSO CANNARSA

Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi. Il romanzo ha ottenuto 190 voti, superando Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore e Bianca Pitzorno con La sonnambula. Una vittoria netta, arrivata nell’ottantesima edizione del premio, che consacra uno degli autori più raffinati, eccentrici e riconoscibili della narrativa italiana contemporanea.

Perché ha vinto Michele Mari

La forza di I convitati di pietra sta nella sua apparente semplicità: un gruppo di ex compagni di classe stringe un patto crudele, quasi grottesco. Ogni anno si ritrova, ogni anno versa una quota, e alla fine il denaro andrà agli ultimi superstiti. Un gioco macabro, ma anche una perfetta macchina narrativa sul tempo, sull’invidia, sulla paura di sparire e sull’impossibilità di liberarsi dal passato.

Michele Mari ha vinto perché ha scritto un romanzo breve ma densissimo, capace di unire commedia nera, ossessione memoriale, precisione stilistica e una riflessione feroce sulla vita che passa. Non è soltanto una storia di ex compagni: è un libro su ciò che resta di noi quando gli anni trasformano i volti in maschere, le amicizie in contabilità, i ricordi in fantasmi.

Un autore fuori formato

Michele Mari non è mai stato uno scrittore accomodante. Nato a Milano nel 1955, docente, poeta, narratore, traduttore e grande conoscitore della letteratura, ha costruito negli anni un universo personalissimo, fatto di infanzia, mostri, fumetti, classici, nevrosi, collezioni, padri ingombranti e memorie che non consolano mai. Nei suoi libri la cultura alta e l’immaginario pop non si escludono: convivono, si contaminano, diventano una lingua.

Il suo è uno stile immediatamente riconoscibile: colto senza essere freddo, ironico senza essere leggero, pieno di riferimenti ma mai decorativo. Mari scrive come chi sa che ogni parola può essere una trappola e ogni ricordo una forma di possessione. Per questo I convitati di pietra sembra un punto d’arrivo naturale: dentro ci sono la sua ossessione per il tempo, il gusto per il congegno narrativo e quella crudeltà elegante che rende la sua prosa così diversa da molta narrativa italiana più piatta e confessionale.

Il passato non passa mai

Il titolo dice già tutto: i convitati di pietra sono presenze che siedono al tavolo anche quando non parlano più. Sono i morti, gli assenti, gli ex amici, ma anche le versioni di noi stessi che credevamo finite. Michele Mari racconta una classe come fosse una piccola società segreta, un laboratorio spietato in cui l’adolescenza non finisce davvero: cambia abito, invecchia, diventa rancore, competizione, nostalgia.

Il romanzo convince perché non cerca l’emozione facile. La produce per sottrazione. Fa ridere, ma di un riso storto. Intrattiene, ma mentre intrattiene lascia addosso una domanda scomoda: quanto della nostra vita è davvero nostro e quanto, invece, continua a dipendere dagli sguardi ricevuti a scuola, dai soprannomi, dalle gerarchie invisibili, dalle umiliazioni mai metabolizzate?

Uno Strega che premia la letteratura come forma

La vittoria di Michele Mari è significativa perché premia un’idea di romanzo non ridotta al tema, alla testimonianza o al messaggio. I convitati di pietra non vince solo per ciò che racconta, ma per come lo racconta: per la costruzione, per il ritmo, per la lingua, per l’intelligenza con cui trasforma un meccanismo quasi da racconto gotico in una meditazione sulla fine.

In un tempo in cui molti libri sembrano voler spiegare il presente in modo diretto, Mari sceglie la via più letteraria: inventa una situazione simbolica, la porta alle estreme conseguenze e lascia che sia il lettore a riconoscersi nel disagio. Il risultato è un romanzo crudele, lucidissimo, a tratti perfido, ma anche profondamente umano.

Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 perché I convitati di pietra è un libro che sa fare una cosa rara: usare l’eleganza della forma per raccontare qualcosa di brutale. La vita che passa. Gli altri che ci sopravvivono. Il passato che non se ne va. E quella cena, reale o simbolica, alla quale siamo tutti invitati prima o poi.

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Slovena d'origine ma Milanese d'adozione, ama tutto ciò che è letteratura e gioca con le parole e le emozioni. Laureata in lingue e culture internazionali i libri ed un bicchiere di vino rosso sono la sua migliore compagnia.