“Dario Fo a 100 anni: al Salotto di domanipress il figlio Jacopo svela tutto “Mi ha insegnato a disobbedire”

Dario Fo non è stato soltanto un autore, né solo un attore, né semplicemente un Premio Nobel. È stato un linguaggio, una postura, una scintilla continua. Un giullare moderno capace di mettere in crisi il potere con una smorfia, una risata, una provocazione. A cento anni dalla sua nascita, raccontarlo significa allora andare oltre la celebrazione di rito e provare a entrare nella parte più viva della sua eredità: quella familiare, politica, umana.

Ed è proprio ciò che accade nel Salotto di domanipress, dove Jacopo Fo sceglie di non consegnare al pubblico un ritratto imbalsamato del padre, ma una memoria viva, sfaccettata, persino scomoda. Proprio come era lui. Ne esce il ritratto di un uomo irripetibile, ma anche di una famiglia che ha conosciuto il privilegio di un’intelligenza fuori scala e il peso durissimo dell’esposizione, della violenza, dell’odio politico.

Un’eredità gigantesca, tra orgoglio e fragilità

Crescere accanto a due figure come Dario Fo e Franca Rame non significava vivere in una favola culturale. Significava, piuttosto, stare in una tensione costante tra libertà e responsabilità, luce pubblica e dolore privato. Jacopo lo racconta con una lucidità che colpisce:

“È un’eredità gigantesca, che ti rende orgoglioso e allo stesso tempo vulnerabile. Da un lato ho ricevuto una fortuna irripetibile: vedere da vicino due persone che hanno dedicato la vita alla libertà, alla dignità, alla bellezza del pensiero. Non avevo bisogno di lezioni formali: bastava guardarli lavorare. Mio padre mi diceva: ‘Guarda come si fa’, e tanto bastava. La trasmissione del sapere era un contagio, non un corso accademico.”

In queste parole c’è già molto del mondo di Fo: il rifiuto dell’accademia come recinto, il sapere come pratica viva, il mestiere dell’arte come osservazione continua del reale. Ma c’è anche il prezzo di quella libertà.

“Ma c’è anche l’altro lato, quello duro, quello che non si racconta nelle biografie: la persecuzione politica, l’odio, la violenza. Il rapimento e lo stupro di mia madre hanno segnato profondamente la nostra famiglia.”

È qui che il racconto smette di essere soltanto celebrativo e diventa necessario. Perché parlare di Dario Fo senza parlare di Franca Rame, della loro militanza, delle ferite subite e trasformate in teatro, sarebbe una forma di comoda riduzione. E Fo, comodo, non lo è mai stato.

Il consiglio che vale una vita intera

Tra i ricordi più forti emersi nell’intervista ce n’è uno che sembra contenere un manifesto intero. Un consiglio semplice solo in apparenza, e invece profondissimo, che Dario Fo ripeteva spesso al figlio: “Fai quel che vuoi”.

E il consiglio che tuo padre ripeteva sempre — “Fai quel che vuoi” — come lo interpreti oggi?
“Non è un invito alla pigrizia, come qualcuno banalizza. È un invito al coraggio. Vuol dire: trova ciò che ti brucia dentro e seguilo, anche se non è conveniente. Mio padre stava per laurearsi in architettura, aveva una carriera promettente come pittore. Ma dentro aveva un disagio fortissimo. Un medico gli disse: ‘Lei non ha nulla: sta facendo la vita sbagliata’. E lui ha mollato tutto. È saltato nel vuoto. E ha trovato il suo destino. Fare ciò che vuoi significa rischiare, rifiutare di vivere una vita che non senti tua.”

È una frase che, riletta oggi, suona quasi come un testamento morale. Non un elogio dell’istinto fine a sé stesso, ma un invito radicale alla coerenza. Alla fedeltà verso quella voce interiore che spesso spaventa più del fallimento. E in fondo, se c’è una cosa che Dario Fo ha incarnato fino in fondo, è proprio questa: la scelta ostinata di non vivere una vita addomesticata.

Il Nobel, il corpo, la scena

Quando nel 1997 arrivò il Nobel per la Letteratura, il dibattito fu feroce. Chi veniva premiato davvero? Il drammaturgo? Il capocomico? Il performer? L’intellettuale controcorrente? La verità è che in Fo tutto questo coincideva. Le sue opere, da Mistero Buffo a Morte accidentale di un anarchico, non esistevano davvero senza la sua voce, il suo corpo dinoccolato, la sua faccia capace di diventare maschera, ghigno, compassione, bestemmia e poesia nello stesso istante.

Forse è proprio questa la ragione per cui, a cento anni dalla nascita, continua a restare un autore difficilmente addomesticabile. Dario Fo non si lascia ridurre a citazione scolastica, a anniversario educato, a monumento senza attrito. Continua a sfuggire. E continua, in questo, a essere profondamente vivo.

Un’eredità che non chiede obbedienza, ma libertà

La forza della video intervista a Jacopo Fo sta tutta qui: nel non trasformare il padre in una reliquia. Nel restituirgli, invece, il suo carattere più autentico: quello di un artista che ha insegnato soprattutto a disobbedire, a mettere in discussione, a cercare una strada personale anche quando fa paura.

È il ritratto di un uomo che ha attraversato il teatro, la pittura, la satira, la politica, la televisione e il dissenso lasciando dietro di sé non una formula da replicare, ma una domanda scomoda da tenere aperta. Come si vive davvero una vita propria?

Ed è forse questa, oggi, la lezione più contemporanea di Dario Fo: la libertà non è un ornamento. È una scelta che costa. Ma è anche l’unica che renda una vita degna di essere vissuta.

Leggi l’intervista completa nel Salotto di domanipress:
https://www.domanipress.it/video-intervista-jacopo-fo-sono-cresciuto-tra-il-nobel-e-le-battaglie-il-vero-dono-di-mia-madre-e-mio-padre-e-la-disobbedienza/

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