«La fantasia non deve mai chiedere permesso: deve sconfinare, scompigliare, disobbedire. Solo così resta viva».

Così Jacopo Fo inaugura il nostro incontro, con quella lucidità giocosa che da sempre lo contraddistingue. Una frase che sembra il manifesto di una vita intera, cresciuta in un crocevia unico tra arte, impegno civile e rivoluzione culturale.

Non è semplice portare sulle spalle – e nel cuore – un’eredità come la sua. Suo padre, Dario Fo, è il premio Nobel per la Letteratura che ha ribaltato le regole del teatro mondiale con la forza della satira; sua madre, Franca Rame, è stata una delle voci più potenti e coraggiose nella lotta contro la violenza sulle donne, un esempio di militanza artistica e politica che continua a parlare alle nuove generazioni. In questo orizzonte familiare così intenso, Jacopo non si è mai limitato a custodire un patrimonio: lo ha reinventato. Autore prolifico e trasversale, ha firmato libri che sono diventati pietre miliari del suo percorso: da “Zen e l’arte di scopare”, dove intreccia filosofia orientale e ironia dissacrante, a “Manuale di sopravvivenza”, fino alla saga umoristica e visionaria di “Il libro segreto di Gesù”, scritta insieme allo storico Sergio Tomat. Opere diverse, accomunate da una missione: far pensare senza rinunciare al sorriso, mostrare che la cultura può essere un atto di rivoluzione quotidiana. Lo stesso spirito anima anche uno dei suoi progetti più celebri: la Libera Università di Alcatraz, il laboratorio creativo immerso nelle colline umbre dove da decenni convivono teatro, ecologia, benessere, meditazione, economia alternativa e una dose inesauribile di leggerezza. Un luogo che non è una semplice comunità, ma una dichiarazione d’intenti: che la bellezza va coltivata, che la mente va tenuta elastica, che il futuro non si aspetta ma si costruisce. E forse è proprio da questo ecosistema libero e coraggioso che nasce il suo nuovo gioco artistico: la canzone pop surreale e affettuosa “Pipì, Pupù, Papà”, creata con il supporto dell’intelligenza artificiale e della giovane esperta marchigiana Federica Nardi. Un brano in cui la sua voce viene ricostruita digitalmente, trasformata in un alter ego sonoro che guarda al mondo con ironia nuova. Il videoclip, generato anch’esso dall’IA, moltiplica la magia: una costellazione di bambini virtuali che fanno da specchio alle nostre inquietudini e ai nostri stupori. Tra eredità culturale, sperimentazione tecnologica e un desiderio inesauribile di rompere gli schemi, Jacopo Fo continua a muoversi nel punto esatto in cui immaginazione e realtà si incontrano. Ed è da qui che parte la nostra conversazione per Domanipress: un viaggio dentro la sua visione del mondo, dove l’intelligenza artificiale è solo l’ultimo strumento di una lunga, bellissima ricerca di libertà.

Jacopo, sei una mente creativa che attraversa scrittura, teatro, fumetto, regia, attivismo. Qual è il filo che tiene insieme tutto questo?

«L’ironia, sempre lei. È una specie di collante famigliare, un patrimonio genetico e culturale che arriva da molto lontano. La mia storia creativa non nasce da un progetto consapevole ma da una continuità quasi inevitabile: il mio bisnonno girava l’Italia da poverissimo attore-marionettista, e in quelle famiglie d’arte l’idea stessa di “specializzazione” non esisteva. Dovevi fare tutto: costruire le scene, cucire i costumi, scrivere i testi, dipingere i manifesti, intrattenere il pubblico.»

Quanto c’è di familiare in tutto questo?

«Questa tradizione è passata a mio nonno e poi ai miei genitori, che vivevano la comunicazione come un campo di battaglia e di gioco allo stesso tempo. Quando sei immerso in un ambiente così, non ti chiedi cosa “diventerai”: assorbi, osservi, impari. Io ho iniziato con i fumetti semplicemente perché era la forma più immediata per rispondere al potere — facevo satira contro i presidi, contro chiunque rappresentasse una gerarchia.
Poi ho scoperto la scrittura, poi il teatro, poi la regia. Ogni strada ne apriva un’altra. Non ho mai deciso di essere una cosa sola: ho preferito seguire quello che mi divertiva, mi incuriosiva, mi spaventava un po’. La creatività per me è questo: non fissarsi, ma restare mobili.»

Crescere come figlio di Dario Fo e Franca Rame dev’essere stato un privilegio ma anche una responsabilità. Che ricordo hai di quella eredità?

«È un’eredità gigantesca, che ti rende orgoglioso e allo stesso tempo vulnerabile. Da un lato ho ricevuto una fortuna irripetibile: vedere da vicino due persone che hanno dedicato la vita alla libertà, alla dignità, alla bellezza del pensiero. Non avevo bisogno di lezioni formali: bastava guardarli lavorare. Mio padre mi diceva: “Guarda come si fa”, e tanto bastava. La trasmissione del sapere era un contagio, non un corso accademico.
Ma c’è anche l’altro lato, quello duro, quello che non si racconta nelle biografie: la persecuzione politica, l’odio, la violenza. Il rapimento e lo stupro di mia madre hanno segnato profondamente la nostra famiglia.

Come hai superato questi momenti?

«Non è qualcosa che “superi”: impari a conviverci come con una cicatrice che ogni tanto torna a pulsare. Eppure, il coraggio con cui lei ha portato in scena il proprio trauma, trasformandolo in un atto di liberazione collettiva, continua a commuovermi. Oggi incontro donne che mi dicono: “Grazie a tua madre sono riuscita a parlare”. Ecco, questo sì che è un privilegio: vedere che il dolore privato diventa forza pubblica.»

Oggi stai lavorando a una serie di articoli sulla violenza e sul disprezzo nella nostra società. Da dove nasce questa urgenza?

«Nasce dal vedere che c’è qualcosa di molto profondo che la nostra società non ha ancora capito. Non basta denunciare gli atti di violenza: bisogna comprenderne la radice. Io voglio indagare la mente di chi umilia, perseguita, minaccia. Voglio capire cosa accade a un essere umano quando smette di sentire l’altro come un simile.
La scienza ci aiuta: i neuroni specchio sono una scoperta straordinaria. Non sono poesia, sono biologia. Se io ti vedo ridere, il mio cervello attiva le stesse aree del ridere. Se ti vedo soffrire, il mio corpo reagisce come se fossi io a soffrire. Siamo programmati per condividere emozioni. Chi compie violenza è qualcuno che ha distrutto questo meccanismo interno.»

C’è una causa che conduce a questo degrado?

«La colpa non è solo individuale: è culturale. Abbiamo educato generazioni a reprimere le emozioni, a considerarle debolezze, a censurare perfino la percezione del proprio corpo. E quando un essere umano non sente più se stesso, non può sentire neppure gli altri. È lì che la violenza trova spazio.»

A proposito di educazione emotiva: secondo te, da cosa nasce questo “disaccoppiamento” dalle nostre sensazioni?

«Dal fatto che la nostra cultura ha rimosso la percezione interna. A scuola insegnano ancora che abbiamo cinque sensi, quando in realtà sono sei: il sesto è la propriocezione, quella capacità di ascoltare cosa succede dentro il nostro corpo. È il senso dell’equilibrio, del dolore, del piacere, dello sforzo muscolare. È ciò che ci permette di sapere chi siamo, non solo dove siamo.

Si sta parlando di introdurre l’educazione all’affetività nelle scuole…

«In Finlandia insegnano ai bambini a riconoscere il linguaggio delle emozioni fin dall’asilo. Da noi queste cose non entrano neppure nei programmi universitari. Se non ti abitui a percepire te stesso, come fai a percepire l’altro? Come fai a sviluppare empatia? Sarebbe come chiedere a qualcuno di suonare il pianoforte senza sentire le note.»

Ti va di fare un esempio, magari concreto, di come la mancanza di empatia modelli il comportamento sociale?

«Certo. Pensiamo alle scritte offensive che imbrattano i muri delle città, ai gruppi che deridono le donne in rete, alle minacce anonime agli episodi di violenza verbale sui luoghi di lavoro. Per noi sono gesti gravissimi, inquietanti; per chi li compie sono “normali”, perché non sente più le conseguenze emotive delle proprie azioni.
L’empatia non è moralismo: è fisiologia. E quando la fisiologia viene sabotata — da traumi, frustrazioni, ignoranza emotiva — si crea un vuoto. In quel vuoto si infilano il sadismo, la prevaricazione, la violenza. È per questo che dico: il cambiamento culturale deve partire dai sensi, non dai discorsi.»

Arriviamo alla tecnologia. L’intelligenza artificiale è ovunque: per te è un alleato o una minaccia?

«Entrambe le cose, come qualunque strumento potente. Prima di tutto bisogna smettere di dire sciocchezze: l’IA non potrà mai superare l’intelligenza umana. Non saprà mai cosa significa perdere qualcuno, desiderare ardentemente, sentire nostalgia.
Detto questo, può essere un moltiplicatore della creatività. Ma devi avere tu l’idea. Non basta dire alla macchina: “Fammi una canzone che venderà un milione di copie”. Eppure ci sono fior di truffatori che vendono corsi promettendo miracoli. La gente ci casca perché pensa che la tecnologia possa sostituire lo sforzo creativo. Non è così: l’IA amplifica, non crea da sola.»

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Il tuo brano “Pipì Pupù Papà” nasce proprio con l’IA. Come è nato?

«Con un procedimento lunghissimo ma divertentissimo. Ho scritto la canzone e l’ho cantata, come so fare io: male! (ride). Poi Federica Nardi, che è davvero una fuoriclasse nel campo, ha creato più di 25 versioni diverse, variando ritmo, arrangiamenti, timbri. Abbiamo sezionato tutto in micro-frammenti, montandoli come una pellicola.
Ne è uscita una cosa nuova, una sorta di “opera pop” che non sarebbe mai nata senza questa tecnologia, ma neppure sarebbe esistita senza la mia parte umana: il testo, l’idea, l’imperfezione della mia voce di partenza. L’IA è stata un pennello, non il pittore.»

A proposito di IA: parlavi dei rischi. Cosa ti spaventa davvero?

«Mi spaventa l’uso violento. Pensa a strumenti che permettono di spogliare digitalmente una donna da una foto. È un incubo sociale: vuol dire dare agli odiatori la possibilità di distruggere vite con un clic. Serve una legislazione feroce, non morbida. La tecnologia non è il problema: l’assenza di responsabilità lo è.»

Hai mai immaginato — anche solo poeticamente — un dialogo tra tuo padre, tua madre e Jannacci?

«Sì, ma non in forma di avatar digitale. Non per loro. Sono troppo grandi, troppo vivi nei loro scritti e nelle loro opere. Per personaggi del passato si può fare: per il Museo di Benvenuto Cellini ho realizzato un chatbot capace di conversare sulla base dei suoi testi autentici.
Per i miei, invece, rimane il sogno. Mi piace immaginare che siano lì, a cantare insieme. Quando vedo cieli bellissimi, nuvole strane, raggi di sole improvvisi, penso: “Ecco, sono loro”. Il sogno serve a questo: a rimettere insieme l’assenza. È un modo di continuare a parlarci, anche senza parole.»

C’è un tratto di tuo padre che senti profondamente tuo?

«Credo di aver proseguito il loro lavoro naturale: raccontare. Tutti i libri che ho scritto — di storia, d’arte, i manuali — nascono dal desiderio di trasmettere conoscenza in modo accessibile. Anche nel teatro succede così: quando dirigo, mi accorgo che ho stampati dentro di me i canoni della commedia dell’arte che vedevo da bambino.
Passavo intere giornate in platea mentre loro provavano. Gli altri bambini andavano a scuola; io stavo in teatro. Quel linguaggio ti entra nelle ossa. Poi, se sia genetico o culturale non lo so. Forse è entrambe le cose insieme.»

E il consiglio che tuo padre ripeteva sempre — “Fai quel che vuoi” — come lo interpreti oggi?

«Non è un invito alla pigrizia, come qualcuno banalizza. È un invito al coraggio. Vuol dire: trova ciò che ti brucia dentro e seguilo, anche se non è conveniente. Mio padre stava per laurearsi in architettura, aveva una carriera promettente come pittore. Ma dentro aveva un disagio fortissimo.
Un medico gli disse: “Lei non ha nulla: sta facendo la vita sbagliata”. E lui ha mollato tutto. È saltato nel vuoto. E ha trovato il suo destino. Fare ciò che vuoi significa rischiare, rifiutare di vivere una vita che non senti tua.»

La Libera Università di Alcatraz è diventata un luogo simbolico. Cosa rappresenta davvero per te?

«È casa mia, è la mia foresta, il mio laboratorio. Abbiamo comprato quattro milioni di metri quadrati di bosco: una follia meravigliosa. Le piante, gli alberi, l’erba comunicano con te — chimicamente, emotivamente. La creatività lì si accende da sola.
E poi il cibo: non puoi essere creativo se mangi male! (ride).

Chi sono i protagonisti di Alcatraz?

«In 45 anni ho incontrato ad Alcatraz persone straordinarie, da Pazienza a Dacia Maraini, da Angese a Lella Costa. Le cene in tavolate da trenta persone sono un patrimonio di storie incredibile. Stare a contatto con chi ha fatto cose grandi — vedere come si muove, come parla, come ascolta — è un insegnamento quotidiano.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Jacopo Fo quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Vedo il Domani con ottimismo, anche se può sembrare paradossale. Siamo in una fase drammatica, ma la storia ci dice che l’umanità ha attraversato periodi ancora peggiori. Oggi abbiamo strumenti potentissimi: internet, l’IA, la possibilità per ragazzi poverissimi di creare, raccontare, lavorare.
Pensa alle cooperative di donne indiane che oggi vendono negli Stati Uniti grazie all’IA: è un salto epocale. Certo, bisogna verificare le informazioni, stare attenti alle “sparate” della tecnologia… ma abbiamo accesso a una conoscenza che i nostri nonni potevano solo sognare. Questo cambia tutto.La paura è semplice: perdere chi amo. Preferirei vivere in eterno, non ammalarmi mai, vedere tutti i miei cari stare benissimo.
Ma guardando all’umanità nel suo insieme, io ho fede. Una fede quasi religiosa nei meccanismi della natura. Credo profondamente che l’essere umano sia fisiologicamente buono, grazie ai neuroni specchio. E credo che questa bontà verrà fuori. Le guerre finiranno. Dobbiamo lavorare perché accada il prima possibile.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.