Trent’anni fa per far diventare una battuta virale non serviva un algoritmo. Bastava che qualcuno la pronunciasse a Zelig il lunedì sera e il giorno dopo la ripetessero tutti: al bar, a scuola, in ufficio. Prima dei reel, dei meme e dei video da quindici secondi, la televisione riusciva ancora a fare una cosa che oggi sembra quasi impossibile: far ridere milioni di persone nello stesso momento e, soprattutto, della stessa cosa.
Nel 2026 Zelig festeggia trent’anni e torna su Canale 5 con Michelle Hunziker, Ale e Franz, insieme a comici storici e nuovi protagonisti. È un anniversario televisivo, certamente. Ma è anche un buon pretesto per chiedersi che cosa sia successo alla comicità da quando abbiamo smesso di guardarla tutti insieme e abbiamo cominciato a riceverla selezionata personalmente da un algoritmo.
Quando una battuta diventava patrimonio nazionale
La forza di Zelig non è mai stata soltanto quella di lanciare comici. Per almeno una parte della sua storia, il programma è stato una gigantesca fabbrica di linguaggio popolare.
Personaggi, tormentoni, espressioni e gesti uscivano dal palcoscenico e continuavano a vivere per settimane nella conversazione quotidiana. Claudio Bisio, insieme alle diverse compagne di conduzione che si sono succedute negli anni, diventò il padrone di casa di una comicità che mescolava cabaret, televisione e osservazione del costume.
Da quel palco sono passati, in stagioni e momenti differenti, nomi come Aldo, Giovanni e Giacomo, Ficarra e Picone, Checco Zalone, Teresa Mannino, Geppi Cucciari, Ale e Franz, Gioele Dix, Paolo Cevoli, Leonardo Manera, Raul Cremona e moltissimi altri.
Non tutti facevano ridere nello stesso modo. Ed era proprio quello il punto.
La televisione generalista costruiva una piazza nella quale linguaggi comici molto diversi erano costretti a convivere.
Oggi non esiste più “la battuta di ieri sera”
È forse questa la differenza più grande.
Oggi ridiamo continuamente. Probabilmente molto più di trent’anni fa. Apriamo Instagram e troviamo un meme, scorriamo TikTok e compare uno sketch, entriamo su X e una notizia è già stata trasformata in battuta prima ancora che abbiamo finito di leggerla.
La comicità non è scomparsa. Si è frammentata.
Ognuno possiede il proprio comico, il proprio creator, il proprio linguaggio ironico. L’algoritmo impara velocemente cosa ci fa ridere e ce ne offre ancora.
È comodissimo.
Ma abbiamo perso qualcosa: la risata condivisa.
Quella sensazione per cui il giorno dopo un programma televisivo potevi entrare in una stanza e avere la ragionevole certezza che qualcun altro avesse visto la stessa scena.
Prima il comico doveva conquistare una sala
C’è anche un’altra trasformazione.
Il cabaret nasce da un rapporto quasi brutale con il pubblico. Un comico sale sul palco e scopre immediatamente se funziona. Non esiste montaggio. Non ci sono filtri. Non puoi controllare quante persone vedranno il contenuto e non puoi eliminare i commenti.
O ridono oppure non ridono.
Zelig ha trasformato quella dinamica in televisione mantenendo però qualcosa dell’origine teatrale: il pubblico davanti al palco non era semplicemente una scenografia. Era parte del ritmo.
Oggi un comico può nascere invece davanti alla fotocamera di uno smartphone, costruire una comunità enorme e arrivare al pubblico senza attraversare un locale, un teatro o una televisione.
Non è necessariamente peggio.
È un mestiere diverso.
TikTok ha democratizzato la comicità
Sarebbe nostalgico pensare che prima fosse tutto migliore.
I social hanno fatto qualcosa di straordinario: hanno eliminato moltissimi intermediari.
Una ragazza di vent’anni non deve più necessariamente aspettare che un direttore artistico la scopra. Può pubblicare uno sketch dalla propria camera e raggiungere centinaia di migliaia di persone.
L’accento che una volta veniva considerato troppo locale può diventare un punto di forza. Un linguaggio troppo particolare per la televisione generalista può trovare direttamente il proprio pubblico.
La comicità online ha inoltre portato in primo piano esperienze e punti di vista che nella televisione tradizionale avevano molto meno spazio.
Ma ogni rivoluzione ha un prezzo.
L’algoritmo ci fa ridere soprattutto di ciò che già ci piace
Quando apriamo un social non vediamo la stessa cosa.
Vediamo la nostra versione di Internet.
Se ci piacciono determinati contenuti, la piattaforma ce ne propone altri simili. È il principio stesso della personalizzazione. Funziona benissimo per mantenere alta la nostra attenzione, ma modifica profondamente l’esperienza culturale.
Una volta Zelig poteva costringere una persona ad assistere anche al numero di un comico che non avrebbe scelto autonomamente.
Magari non le piaceva.
Magari scopriva qualcosa.
L’algoritmo tende invece a proteggerci dalla sorpresa: impara quello che funziona e prova a ripeterlo.
Così persino il senso dell’umorismo rischia di diventare una bolla personale.
Anche una battuta oggi può diventare un caso politico in pochi minuti
Poi esiste la questione più delicata.
La comicità vive di esagerazione, provocazione, stereotipo, rovesciamento e talvolta persino di cattivo gusto. Non significa che tutto debba essere accettabile. Significa che il confine è sempre stato parte del mestiere.
I social hanno però modificato la velocità del giudizio.
Una battuta pronunciata in un teatro può essere estratta dal contesto, trasformata in una clip di pochi secondi e mostrata a milioni di persone che non hanno visto ciò che è successo prima o dopo.
In poche ore può nascere una polemica.
Questo ha reso il pubblico più attento a linguaggi che in passato venivano accettati con eccessiva superficialità, ed è un cambiamento importante. Ma ha anche prodotto una nuova paura: quella di sbagliare davanti a un pubblico potenzialmente infinito.
E la comicità, quando ha troppa paura di sbagliare, rischia di diventare prevedibile.
Zelig oggi deve competere con tutto
Trent’anni fa un programma televisivo competeva soprattutto con gli altri programmi televisivi.
Nel 2026 compete con Netflix, YouTube, TikTok, Twitch, podcast, videogiochi, WhatsApp e con lo smartphone che teniamo in mano mentre guardiamo la televisione.
Non basta più essere divertenti.
Bisogna convincere qualcuno a non scorrere.
È forse questa la vera sfida del nuovo Zelig: non dimostrare che il vecchio cabaret funziona ancora, ma capire se esiste ancora uno spazio per una comicità capace di essere collettiva.
Forse non ci manca Zelig. Ci manca guardare qualcosa insieme
È facile spiegare il ritorno dei programmi storici con la nostalgia. E certamente una parte del pubblico vuole rivedere volti, atmosfere e linguaggi che appartengono alla propria giovinezza.
Ma potrebbe esserci qualcosa di più.
Viviamo nell’epoca con la maggiore quantità di intrattenimento mai disponibile e, contemporaneamente, abbiamo sempre meno esperienze culturali realmente comuni.
Guardiamo serie diverse. Ascoltiamo playlist diverse. Seguiamo creator diversi. Persino quando apriamo la stessa applicazione vediamo contenuti diversi.
Zelig appartiene invece a un’epoca nella quale una battuta poteva attraversare un Paese intero in una notte.
Forse non torneremo mai davvero a quella televisione. E probabilmente non sarebbe nemmeno desiderabile.
Ma trent’anni dopo, mentre continuiamo a ridere davanti a schermi sempre più piccoli e sempre più personali, Zelig ci ricorda qualcosa che l’algoritmo non è ancora riuscito a replicare perfettamente: una risata è divertente da soli, ma quando parte contemporaneamente da migliaia di persone diventa qualcosa di diverso. Diventa un ricordo collettivo.




