«Viaggiare, in fondo, è sempre stato il mio modo di restare viva: cambiare prospettiva per non diventare mai una copia sbiadita di me stessa».

Syusy Blady è una figura che sfugge alle definizioni rapide. Autrice, viaggiatrice, divulgatrice culturale, ha attraversato la televisione italiana lasciando un segno profondo e riconoscibile, anticipando tempi e linguaggi quando il racconto del mondo era ancora imbrigliato in stereotipi e cartoline.

Con Turisti per caso ha rivoluzionato il modo di viaggiare in tv, trasformando l’esperienza geografica in racconto antropologico, mescolando storia, spiritualità, curiosità scientifica e una costante tensione verso l’altrove. Il suo percorso nasce molto prima del successo televisivo: performer sperimentale, spirito libero della scena artistica bolognese, Syusy ha sempre abitato una dimensione laterale, scegliendo l’indipendenza come cifra stilistica. Nei suoi viaggi non cerca l’esotico, ma l’origine: civiltà antiche, simboli, religioni, tradizioni che sopravvivono sotto la superficie del presente. È questo sguardo profondo – mai ingenuo, mai coloniale – ad averla resa una delle voci più autorevoli della divulgazione culturale italiana, capace di unire rigore e immaginazione, conoscenza e libertà. Negli anni ha progressivamente spostato il baricentro verso la scrittura e la ricerca, continuando a interrogare il mondo con la stessa curiosità radicale che ha guidato i suoi viaggi. I suoi libri sono percorsi paralleli, dove il mito dialoga con la storia, l’indagine personale si intreccia alla documentazione e il racconto diventa uno strumento per comprendere il presente attraverso le sue ombre più antiche. Una narrazione colta ma accessibile, che rifiuta le semplificazioni e invita il lettore a guardare più a fondo. Questo approccio ritorna con forza anche nel suo nuovo libro, Dracula non muore mai. Storia vera di un vampiro per caso, edito da Mondadori, in cui Syusy Blady smonta l’icona del vampiro per ricostruirne le radici storiche, culturali e simboliche, dimostrando come le leggende non siano mai solo finzione, ma specchi fedeli delle paure e dei desideri dell’uomo. Abbiamo incontrato Syusy Blady nel Salotto di Domanipress per parlare di viaggi interiori ed esteriori, di miti che resistono al tempo e di quella curiosità ostinata che continua a guidare ogni sua esplorazione.

Syusy, tu sei una delle voci più libere della cultura italiana, negli anni ci hai portato in giro per il mondo alla scoperta di tesori e storie nascoste…

«Mi fa molto piacere che mi elenchi fra le persone della cultura italiana: effettivamente è un onore e sono molto felice di essere tornata qui, a dialogare con voi».

È un titolo meritatissimo: non è da tutti portare la cultura in tv, e farlo in modo pop ma anche approfondito. Oggi ti ritroviamo in libreria con un nuovo libro “Dracula non muore mai”

«Eh, ci tengo ancora al libro fisico. Ci tengo molto proprio alla carta: la carta fa anche odore, vive con te»   

Partiamo subito da qui: perché Dracula?

«Perché non è un caso. È una ricerca che si fa da tempo sulla presenza di Dracula in Italia. Partiamo subito dalla fine: c’era il sospetto che Dracula non fosse sepolto in Romania, come si dice, ma che fosse sepolto in Italia. Perché ci sono delle tracce di lui sia ad Acerenza, in una cripta molto misteriosa del Duomo, sia a Napoli, a Santa Maria la Nova, che è una chiesa dedicata un po’ alla stirpe dei “draculeschi”. Lì sono sepolti personaggi importanti del periodo, appartenenti alla stirpe del drago, che era difensiva: i principi d’Europa uniti per difendere la cristianità».

Quando dici “stirpe del drago”, ti riferisci a Vlad l’Impalatore?

«Sì, Vlad l’Impalatore. Questo Dracul. Da lì poi hanno preso le mosse anche per il Dracula di Bram Stoker. Bram Stoker non è mai stato in Romania, non ha mai visto niente di tutto questo. Probabilmente ha girato per l’Italia, forse qualche traccia l’ha trovata qui».

Nel libro racconti anche una vera e propria ricerca sul campo. Con chi l’hai realizzata?

«Con Valentina Ferranti, che è un’antropologa, con Raffaello Glinni, un ricercatore, e con Mircia Cosma, che è un ingegnere rumeno. Siamo andati in Romania e abbiamo cercato la tomba di Vlad, però non c’è. In quella che si dice sia la tomba, in realtà ci sono ossa di un cavallo. Non c’è la tomba di Dracula ma questo non ci ha scoraggiato, anzi ha fatto partire la ricerca».

Quindi cosa avete capito? Che fine avrebbe fatto davvero Vlad?

«Abbiamo cominciato a capire che forse Vlad, quando si dice che sia morto, probabilmente in quell’occasione è scappato ed è venuto in Italia. Era un personaggio importantissimo, ha combattuto gli Ottomani in prima linea e con pochi mezzi. Forse per quello impalava: per fare paura».

Nei tuoi lavori hai sempre inseguito misteri, personaggi e storie sommerse. In fondo, i luoghi sono anche un modo per raccontare persone, no?

«Esatto. E soprattutto per capire che ogni luogo è una stratificazione: storia, simbolo, memoria, mito. Non puoi guardare un posto solo come “una meta”. È il modo in cui lo attraversi che cambia tutto».

A proposito di simboli: mi ha sempre colpito il tuo interesse per la Dea Madre. È un tema che torna spesso nel tuo percorso e si collega anche al presente. Tu arrivi anche da una spinta femminista, inevitabilmente.

«Sì, è la mia epoca. È l’epoca delle donne che combattevano per riappropriarsi di un ruolo centrale».

E poi c’è una tua teoria che ha fatto molto discutere e incuriosito: la “teoria del seno”. Me la racconti?

«Sono felice che tu lo citi. Il libro si chiama La dea che creò l’uomo. In quel libro racconto i miei viaggi alla ricerca di questa figura: non è solo un archetipo, viene anche da una mitologia arcaica, quella sumera. C’è un personaggio nella mitologia sumera che crea l’uomo: le viene incaricato di farlo. È la dea Ninmah, e Inanna è la sua discendente. Questa dea ha tutte le caratteristiche della Dea Madre».

E come arrivi alla “logica del seno”?

«Arrivo al grande quesito: se dobbiamo superare la logica fallica – che è patriarcale ma anche “scientifica”, competitiva, dove tutto deve crescere in un certo modo e avere certe caratteristiche maschili – allora bisogna contrapporre un’altra logica. Molte donne oggi entrano al potere ma con una logica fallica. E mi sembra fuori di testa che proprio le donne siano spesso le più guerrafondaie: è contro la logica del seno. Perché il seno produce per qualcun altro: è cura, amore, attenzione, generosità, pace».

Però nella tua storia c’è anche un uso del corpo molto libero, ironico, giocato. Qualcuno potrebbe dire: “ma non è un cortocircuito con il femminismo?”. Risolviamolo una volta per tutte.

«Non è affatto un cortocircuito. È perfettamente dentro la logica del femminismo come lo intendevamo noi. Il femminismo non è solo “voglio essere uguale agli uomini”: è “voglio essere diversa”. E in questa logica c’è perfettamente “il corpo mio lo gestisco io”. Se voglio lo esibisco, certo, con gusto, con gioco, ironizzando. Bologna era diversa: c’era il demenziale, che era una risposta al demente che ci circonda. Per me era un gioco che restituiva alla donna il diritto dell’esibizione senza l’imposizione degli altri».

Quindi la differenza è nella consapevolezza?

«Sì. La consapevolezza cambia completamente le carte in tavola. Se tu lo fai con consapevolezza è un’altra cosa».

Torniamo al viaggio. Oggi Instagram, TripAdvisor e le piattaforme sembrano aver trasformato tutto: si va nei luoghi già preparati, già scritti. Quando c’era il vostro programma, invece, era davvero “scoperta”. Che effetto ti fa vedere com’è diventato il turismo oggi?

«È tutto troppo raccontato, troppo strutturato, troppo commerciale. C’è sempre una valenza di uso economico: vado lì, lo racconto e allora mi pagano o non pago niente. È difficile che ci sia un approccio culturale generoso, di interesse reale. Questo confonde tutto.E poi le mete sono diventate banali perché sono già state costruite dalle agenzie, dai grandi tour operator: si va per tappe instagrammabili e prevedibili, la sorpresa sparisce. Ma non è neanche questo il problema. Il problema è il racconto di quel luogo».

Cioè?

«Quello che tu da quel luogo ricavi come informazione e quello che tu racconti. Anche una pietra ti parla del mondo. Se vai a vedere un affresco, una collina, una città e non capisci cosa stai guardando, se non lo metti in profondità con una chiave più forte – io ho sempre usato la chiave del mistero, nel senso che ogni cosa ti racconta qualcos’altro – allora resta solo: “che bello, faccio la foto”. È quasi esibizionismo più che viaggio».

Quindi la chiave è sempre la narrazione. Non il luogo in sé.

«Esatto. Tutto si riassume nel racconto. A volte c’è il racconto archeologico o storico, ed è già qualcosa. Ma c’è molto altro. Soprattutto quando vai in un paese non occidentale: lì trovi davvero un’altra storia che viene raccontata».

E tu quell’“altra storia” l’hai trasformata anche in progetti fruibili gratuitamente, giusto?

«Sì, perché si possono trovare gratis tanti materiali e anche degli inediti. Sono andata in Sudafrica, per esempio, cercando di raccontare la vera storia della nascita dell’uomo, o almeno il mio punto di vista: ci sono oggetti strani che non dovrebbero esserci, collegamenti particolari. Tutta un’altra storia lo trovate su “Per Caso TV” su YouTube, oppure anche su Prime. Basta scrivere sul web Syusy Blady con tutte le Y giuste e trovate tanti contenuti interessanti».

Una parte della tua storia è legata anche a Patrizio Roversi. Le persone fanno fatica a capire rapporti che evolvono e non si chiudono “come da copione”. Come descriveresti oggi il vostro legame?

«Io e Patrizio ci conosciamo da circa quarant’anni. Siamo legati da mille sentimenti: la figlia, il lavoro. Continuiamo a lavorare insieme, ci siamo sentiti anche ieri. Per il mondo è difficile: o sei sposato o non sei sposato. Ma cosa vuol dire? Per me non esiste. Noi abbiamo cominciato da amici, poi ci siamo messi insieme, poi ci siamo sposati perché io volevo sposarmi una volta nella vita, poi abbiamo avuto una figlia. Le cose si sviluppano e cambiano, ma lui è proprio un parente stretto: la persona a cui posso rivolgermi. E continuiamo a lavorare insieme».

E su Velisti per caso? Anche quella è stata un’impresa quasi folle. Com’è nata davvero?

«Io sarei stata la velista che non sa fare niente o poco, però non soffro il mal di mare, quindi mi prendevano sempre a bordo. L’idea è stata mia: “facciamo un giro del mondo, un’impresa folle”. Cercare una barca in un deposito, rimetterla in sesto, partire e raccontare. Sono venute fuori diciannove puntate. Poi il lavoro enorme è stato di Patrizio: è stato bravissimo nel resistere a tutto, nell’organizzazione e nelle traversate atlantiche. Le ha fatte vomitando tutto il tempo».

La tv generalista di oggi ti piace? La guardi?

«No, non la guardo. Non ne so niente. Ogni tanto mi arrivano notizie, magari recupero qualcosa, ma quasi sempre criticamente. Mi informo di più sui social, se selezioni quelli giusti ti arrivano tante informazioni. Non sei obbligato al TG, che mi sembra sempre più di parte. È dura, ormai l’informazione è sempre più inquinata. Allora dedichiamoci alla lettura».

In tempi difficili cambiano anche le parole. E quando cambiano le parole, arrivano i mostri.

«Sì. È molto complesso questo momento storico: quando il senso delle parole viene cambiato, quando “guerra è pace”… in tempi così duri escono mostri. È sempre stato così. E guarda caso esce adesso l’ennesimo film su Dracula, quello di Besson. Tutti questi racconti gotici emergono nei momenti storici drammatici. “Il sonno della ragione genera mostri”, no?».

E nel tuo libro Vlad diventa quasi un personaggio che parla.

«Sì, Vlad nel libro mi parla. È un libro anche divertente: ci sono tante informazioni, tanta roba. Vlad è tragico, drammatico, quasi romantico, ma è un personaggio con una verità storica. Va scoperto e riscoperto».

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Syusy Blady, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Voi vorreste che io dicessi che in fondo sì, tutto migliora, il mondo sarà migliore. Ma non è vero. Io credo che il domani sarà veramente distopico. Andremo sempre di più verso un mondo che capiamo poco, che comunque ci opprime. C’è un film che si chiama Idiocracy che secondo me è l’espressione perfetta di quello che sarà il Domani. Però credo anche che ci sarà la resistenza. La vera resistenza: quella parte di popolazione che resiste. E io spero di far parte di quella percentuale, delle pecore nere. E allora resistiamo».

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.