«Dentro Casa Surace prendiamo in giro le differenze perché sono l’unica cosa che ci tiene davvero uniti.»
Per milioni di utenti è il “milanese” di Casa Surace, quello che osserva con sguardo disorientato il caos sentimentale, culinario e familiare del Sud Italia. Ma ridurre Riccardo Betteghella a una semplice maschera comica sarebbe limitante. Perché dietro quel personaggio costruito sul contrasto tra Nord e Sud si nasconde uno degli elementi più interessanti del collettivo che, negli ultimi anni, ha ridefinito il linguaggio della comicità digitale italiana.
Classe 1989, nato a Napoli, Ricky è entrato nell’immaginario di Casa Surace interpretando il ruolo del “settentrionale” razionale e controllato catapultato dentro un universo dominato dall’emotività, dai rituali familiari e dalle contraddizioni del Sud. Un meccanismo narrativo semplice solo in apparenza, che nel tempo ha trasformato gli stereotipi territoriali in uno strumento per raccontare qualcosa di più ampio: il bisogno di appartenenza, la nostalgia delle origini e il desiderio, sempre più contemporaneo, di sentirsi parte di una comunità. Ed è forse proprio questo che ha reso Casa Surace un fenomeno capace di sopravvivere all’usura rapidissima dei social network. Dietro le gag sui fuorisede, sulle nonne, sui pranzi interminabili o sui coinquilini meridionali c’è infatti una fotografia precisa dell’Italia emotiva. Quella che litiga continuamente sulle differenze culturali ma continua, ostinatamente, a riconoscersi nelle stesse dinamiche familiari. Nel gruppo, Riccardo Betteghella rappresenta quasi un punto di equilibrio. Il personaggio che osserva, analizza, prova a mantenere il controllo e finisce puntualmente travolto dal caos. Una figura che funziona perché intercetta un sentimento reale: quello di una generazione cresciuta tra identità diverse, continuamente sospesa tra il desiderio di razionalità e il bisogno di lasciarsi andare. Ma la sua identità creativa va oltre gli sketch virali. Appassionato di musica e tecnologia, Ricky porta avanti anche il progetto Disco Mentality, con cui lavora come DJ e producer, esplorando sonorità che spaziano dalla disco all’elettronica. Un universo parallelo che racconta un lato più notturno e sperimentale della sua personalità artistica. Importante, nella sua formazione, anche l’esperienza vissuta in Texas, un anno che lui stesso considera fondamentale per il suo modo di osservare le relazioni umane e i meccanismi sociali. Un dettaglio che aiuta a capire perché, anche nei momenti più leggeri della comicità di Casa Surace, emerga sempre una riflessione più ampia sul concetto di comunità e convivenza. Adesso il collettivo torna a teatro con “La riunione di condominio – Tutti sotto lo stesso tetto”, spettacolo che trasferisce sul palco l’universo umano di Casa Surace: assemblee infinite, tensioni di vicinato, litigi surreali e dinamiche familiari che finiscono per raccontare il Paese meglio di molte analisi sociologiche. L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per parlare del successo di Casa Surace, del ritorno a teatro, della sua anima musicale e di quel confine sempre più sottile tra comicità, identità e racconto sociale.
Riccardo tutti ti conoscono come il “milanese” di Casa Surace, quello che sembra quasi infastidito dal caos emotivo del Sud. Poi però si scopre che sei nato e cresciuto a Napoli. Quanto c’è di maschera e quanto invece di verità dentro Ricky?»
«Secondo me serve tantissima autoironia. E forse è proprio questa la cosa più napoletana che ho dentro. Il napoletano, per natura, è abituato a ridere di se stesso, a dissacrarsi continuamente. Per questo credo che per me sia stato naturale, in un certo senso, spogliarmi dell’immaginario meridionale e vestire i panni di un milanese. Poi ovviamente Ricky è una caricatura. Io esaspero alcuni aspetti, accentuo dei tratti caratteriali, rendo tutto più estremo. Non è che il personaggio sia realistico nel senso assoluto del termine. Però funziona perché le persone riconoscono qualcosa di vero dentro quella caricatura. Ricky è ingenuo, spesso non capisce le dinamiche del Sud, cade nei tranelli della parte più esuberante meridionale, vive continuamente questo spaesamento. Eppure, paradossalmente, dentro quel personaggio ci sono anche tante cose mie. Mio nonno aveva origini del Nord, mio padre ha vissuto tanti anni a Milano, quindi io non sono cresciuto dentro una famiglia napoletana “classica”. Ti faccio un esempio banalissimo: a casa mia si cenava alle sette e mezza. A Napoli è una cosa quasi surreale. Quindi Ricky, pur essendo una maschera, è sempre stato anche una parte di me».
Come nasce invece il personaggio? C’è stato un momento preciso in cui avete capito che il “milanese” sarebbe diventato una figura centrale dentro Casa Surace?
«Nasce praticamente all’inizio di tutto. Casa Surace esisteva già come società di produzione video e collaborava con una pagina milanese che parlava dei ragazzi fuorisede, dei meridionali che si trasferivano al Nord. Per costruire quelle scenette serviva qualcuno che interpretasse il ruolo del milanese e in qualche modo quella cosa è capitata a me. Io ho sempre giocato molto con i dialetti e con le imitazioni. Sono cresciuto guardando Aldo, Giovanni e Giacomo, quindi inevitabilmente mi sono ispirato anche a loro. A furia di rifare gli sketch di Giovanni o di Giacomo, certe cadenze mi sono rimaste dentro. Poi, nel tempo, il personaggio si è costruito da solo. Ho preso alcune caratteristiche tipiche dell’immaginario milanese e le ho mescolate a elementi più personali. Ricky è diventato uno che vive continuamente questo conflitto tra controllo e caos. E secondo me è proprio lì che tante persone si riconoscono».
Casa Surace ha costruito gran parte della sua comicità sul confronto continuo tra Nord e Sud. C’è qualcosa che il Nord dovrebbe imparare dal Sud e viceversa?
«Secondo me il Nord dovrebbe imparare quel senso di comunità che al Sud è ancora molto forte. A Napoli, per esempio, esiste una capacità di entrare subito in relazione con gli altri che altrove è più difficile trovare. C’è meno imbarazzo, meno rigidità. Si riesce a fare ironia praticamente su tutto. Io, vivendo anche a Milano per un periodo, ho notato che lì a volte si fa più fatica con l’umorismo. A Napoli fai una battuta e immediatamente entra dentro una dinamica collettiva. A Milano, invece, capita spesso che le persone prendano tutto molto seriamente. E questo dipende anche dalla storia delle città, dal modo in cui le persone sono cresciute. Al contrario, credo che il Sud potrebbe imparare qualcosa dal rapporto che il Nord ha con gli spazi pubblici e con i servizi. Milano è una città che, nel bene e nel male, è stata educata a preservare ciò che è comune. Il cittadino sente che quella città funziona anche grazie a lui. A Napoli, invece, spesso c’è una cura enorme per la dimensione privata — la casa, la famiglia, il proprio spazio — però appena esci fuori sembra quasi che la città non appartenga più a nessuno. È una cosa culturale, storica, molto complessa. Però credo che potremmo imparare molto da quel tipo di attenzione».
Viene in mente Pino Daniele quando cantava “Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa”. È ancora così?
«Un po’ sì. E forse il fatto che quella frase continui a sembrare attuale dopo quarant’anni fa capire quanto certe contraddizioni siano ancora vive. Napoli è una città che riesce a essere meravigliosa e decadente nello stesso momento. Ed è proprio questo che la rende così difficile da raccontare senza cadere negli stereotipi».
Oggi siete arrivati anche a teatro con “La riunione di condominio”. Quanto cambia rispetto ai video social?
«Tantissimo. Nei video hai il controllo totale: puoi rifare una scena, correggere un’espressione, montare, sistemare i tempi. A teatro no. Ogni sera è diversa e ogni replica prende una strada sua. Per preparare questo spettacolo ci sono volute tante prove, tanta scrittura, un lavoro enorme sui tempi comici. Quando giri un video molte cose le aggiusti mentre lo fai. In teatro devi salire sul palco sapendo esattamente dove stai andando. Però volevamo mantenere la stessa energia che abbiamo sempre avuto sui social. Per questo nello spettacolo c’è molto metateatro, molta improvvisazione e tanto coinvolgimento diretto del pubblico. Noi veniamo da anni di contatto continuo con le persone: nelle università, agli eventi, online attraverso i commenti. Volevamo riportare quella sensazione anche dentro un teatro. Ed è bellissimo, perché ti rendi conto che il pubblico non vuole solo guardare qualcosa. Vuole sentirsi dentro quella storia».
Negli anni vi hanno anche accusato di stereotipare troppo il Sud. Come vivi questo tipo di critica?
«All’inizio succedeva molto di più. Ma credo che il punto non sia tanto lo stereotipo in sé, quanto il sentimento che c’è dietro. Chi viene dal Sud, soprattutto per generazioni, ha vissuto una sensazione continua di marginalità. Differenze economiche, meno possibilità, meno investimenti, meno servizi. Quando finalmente hai uno spazio per parlare a tante persone, è inevitabile che tu senta il bisogno di rivendicare le tue radici. Noi non facciamo politica. Facciamo ironia. Però dentro quell’ironia esiste anche un orgoglio culturale molto forte. E non perché il Sud sia “migliore” del Nord, ma perché per anni chi veniva dal Sud ha sentito il bisogno di dover giustificare continuamente la propria provenienza. Quindi quando qualcuno oggi racconta il Sud con orgoglio, secondo me non sta facendo folklore. Sta semplicemente cercando di restituire dignità a una tradizione».
Tu però, oltre a interpretare Ricky, sei anche un musicista, un collezionista di vinili, un DJ. Hai mai avuto paura che il personaggio finisse per mangiarsi tutto il resto?
«Credo sia inevitabile che le persone ti associno alla cosa che ha avuto più successo. Specialmente quando lavori sui social, dove tutto accade molto velocemente. Però io non l’ho mai vissuta come una gabbia. Anzi. Casa Surace e Ricky sono stati una grandissima opportunità per fare quello che amo: recitare, fare comicità, stare sul palco. E allo stesso tempo mi hanno dato la possibilità di portare avanti altre passioni. La musica, per esempio, è una parte fondamentale della mia vita. I vinili, i DJ set, la band… sono tutte forme diverse attraverso cui esprimo il mio mondo interiore. E se una persona arriva a conoscermi attraverso Ricky e poi scopre anche la mia musica, per me è una cosa bella, non limitante. Non ho mai avuto quella paura di sentirmi imprigionato dentro il personaggio. Forse perché ho sempre cercato di vivere tutto come un’opportunità e non come un’etichetta».
Anche i vostri personaggi, in fondo, crescono insieme a voi.
«Sì, ed è una cosa molto naturale. Io sono nato nei video come studente fuorisede, oggi sono diventato papà. La mamma è diventata nonna. Io e Fernanda siamo passati dall’essere i fidanzatini delle prime clip a una coppia ormai stabile dentro le storie. È un po’ quello che succede nelle grandi serie tv americane: i personaggi crescono anagraficamente e crescono anche emotivamente. E il pubblico cresce insieme a loro».
La morte di Nonna Rosetta è stata vissuta quasi come un lutto collettivo. Come avete attraversato quel momento?
«Come una famiglia vera. All’inizio c’è stato il bisogno di stare insieme, di proteggerci, di vivere quel dolore in modo intimo. Però contemporaneamente ci siamo resi conto di quanto affetto avesse raccolto negli anni. La cosa incredibile è stata vedere una signora di novant’anni diventare un simbolo dei social, arrivare ovunque durante il Covid con milioni di visualizzazioni, parlare anche ai ragazzi più giovani. Per noi è stata una soddisfazione enorme, ma soprattutto è stato bello sapere che lei, negli ultimi anni della sua vita, fosse riuscita a realizzare il sogno che aveva sempre avuto: fare l’attrice. E credo che chi ci segue continui ancora oggi a ricordarla con gioia. Non solo con malinconia».
Che rapporto hai oggi con gli altri membri di Casa Surace?
«Quando condividi così tante esperienze con delle persone, a un certo punto si crea qualcosa che va oltre il lavoro. Ci sono cose che possono capire solo le persone che le hanno vissute con te. E noi abbiamo condiviso anni molto intensi, momenti belli, momenti difficili, cambiamenti enormi nelle nostre vite.È un po’ come quando hanno fatto la reunion di Friends. Gli attori raccontavano che, anche dopo trent’anni, quando si incontravano tutto il resto spariva. Restavano solo loro e quella cosa enorme che avevano condiviso insieme.Per noi è un po’ così. Se incontro Simone, Daniele, Antonella, Fernanda o chiunque altro del gruppo, inevitabilmente si crea subito una connessione speciale. Perché sai che quella persona capisce una parte di te che gli altri non possono capire».
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Riccardo Betteghella, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Mi piacerebbe un Domani più cooperativo. Non credo che il problema siano i telefoni o i social. Il problema è quando perdiamo la capacità di avere empatia reale. Vorrei che tornassimo a guardarci negli occhi, a collaborare, a sentirci parte di una comunità vera e non soltanto virtuale. Ed è anche il messaggio che cerchiamo di portare nel nostro spettacolo: va bene curare il proprio orticello, ma ogni tanto bisogna aiutare anche il vicino.Credo che oggi ci manchi soprattutto questo: la capacità di sentirci responsabili gli uni degli altri».
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite









