«Il potere, quando perde il senso del limite, smette di essere autorevolezza e diventa semplicemente bullismo.»
È una riflessione che Antonio Caprarica pronuncia con quella calma elegante che negli anni è diventata il suo marchio di fabbrica. Una voce mai urlata, ma capace di colpire con precisione chirurgica. Perché Caprarica non è soltanto uno dei più grandi giornalisti italiani: è un osservatore raffinato delle debolezze umane, dei meccanismi del potere e delle contraddizioni della nostra epoca.
Storico inviato Rai, scrittore, saggista e volto simbolo del giornalismo internazionale italiano, Antonio Caprarica ha attraversato decenni di cronaca raccontando il mondo da prospettive privilegiate: Londra, Parigi, Mosca e Gerusalemme. Nato a Lecce nel 1951 e laureato in Filosofia all’Università di Bari, entra giovanissimo nel mondo del giornalismo distinguendosi subito per uno stile colto, rigoroso e profondamente narrativo. Dopo gli inizi nella carta stampata approda alla Rai, dove costruisce una carriera destinata a renderlo uno dei volti più autorevoli dell’informazione italiana. Nel corso della sua lunga esperienza professionale è stato inviato speciale, corrispondente dall’estero e direttore del Giornale Radio Rai, seguendo alcuni dei momenti più delicati della storia contemporanea: dalle tensioni in Medio Oriente ai cambiamenti dell’Europa post-sovietica, fino alle trasformazioni della politica internazionale degli ultimi decenni. Il suo modo di fare giornalismo, sempre lontano dai toni urlati della televisione contemporanea, gli ha permesso di costruire nel tempo un rapporto di grande credibilità con il pubblico. Ma è soprattutto il suo legame con il Regno Unito ad averlo trasformato in una figura popolarissima anche al di fuori del giornalismo politico. Da storico corrispondente Rai da Londra, Caprarica ha raccontato per anni i retroscena della Royal Family, seguendo matrimoni reali, crisi dinastiche, funerali storici e trasformazioni interne alla monarchia britannica. Con il suo stile elegante e mai banale, ha saputo trasformare i Windsor in un vero e proprio romanzo contemporaneo, fatto di potere, tradizione, solitudine e fragilità umane. Proprio grazie a questa capacità narrativa è diventato negli anni il massimo esperto italiano della monarchia inglese, amatissimo anche dal pubblico televisivo più trasversale. Parallelamente alla televisione, Caprarica ha costruito una fortunata carriera editoriale. I suoi libri dedicati alla Corona britannica sono diventati bestseller, da “Dio salvi la Regina” a “Elisabetta. Per sempre regina”, passando per “William & Harry. Da inseparabili a nemici” e il recente “Kate e la maledizione dei Galles. La nuova principessa del popolo sfida secoli di sventure”, pubblicato da Sperling & Kupfer. Opere in cui la cronaca reale diventa spesso anche riflessione sulla società contemporanea, sul peso della fama e sulla trasformazione dell’immagine pubblica nell’epoca mediatica. Negli ultimi anni il giornalista ha allargato ulteriormente il suo sguardo alla geopolitica e ai grandi cambiamenti culturali dell’Occidente. Lo dimostra il suo ultimo saggio, “Il bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente”, pubblicato da Piemme nel 2026. Nel libro, Caprarica traccia un ritratto durissimo e lucidissimo di Donald Trump, raccontandolo non solo come figura politica, ma come simbolo di una trasformazione culturale più profonda: quella di un Occidente che sembra avere smarrito il valore della misura, dell’empatia e della complessità. Non un semplice pamphlet politico, ma una riflessione più ampia sul linguaggio dell’aggressività, sulla spettacolarizzazione del potere e sul successo della prepotenza come modello contemporaneo. Ma ridurre Antonio Caprarica al solo ruolo di analista politico sarebbe limitante. Nei suoi racconti convivono sempre eleganza e malinconia, ironia britannica e disincanto mediterraneo. È forse questo il motivo per cui continua a essere una figura così amata dal pubblico: perché dietro il giornalista c’è sempre l’uomo, con la sua capacità di interrogarsi sul presente senza trasformarsi mai in un semplice commentatore. L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per parlare del suo nuovo libro, delle fragilità dell’Occidente, della crisi dell’informazione, della monarchia britannica e di quel bisogno disperato di autorevolezza che oggi sembra confondersi sempre più spesso con l’arroganza.
Partiamo dal racconto del presente. Da oltre quarant’anni ci hai abituati a leggere il mondo dal di dentro. Questo è un tempo difficile, a livello sociale e umano. Quali sensazioni prevalgono oggi in te, come uomo e come giornalista?
«Io appartengo a una generazione, quella dei baby boomers, che probabilmente è stata la generazione più fortunata nella storia dell’Occidente. Certamente siamo stati la prima generazione senza guerre, la generazione che si è trovata a godere della massima produzione di ricchezza nel mondo occidentale. Per di più siamo cresciuti in un angolo del pianeta, l’Europa occidentale, l’Unione Europea, in cui la vecchia idea della socialdemocrazia svedese — dalla culla alla tomba — ha accompagnato e reso più confortevole la vita di milioni e milioni di individui.È stata una stagione, non so se irripetibile, ma certamente una stagione d’oro nella vita del genere umano. Ed è toccata in sorte a noi, alla gente della mia età, alla gente nata in quegli anni.» 
Per chi è nato dopo, invece, il mondo sembra molto più incerto.
«Soprattutto per chi è nato tra la fine del Novecento e l’inizio di questo secolo, ho la sensazione che il mondo presenti molte più incognite di quante ne abbiamo affrontate noi. Naturalmente anche noi abbiamo avuto difficoltà. La convivenza di miliardi di esseri umani sulla faccia della terra continua a presentare problemi enormi. Però il punto vero è che oggi i dati dell’incertezza sono molto maggiori. Noi abbiamo vissuto in un mondo che aveva un suo ordine. Questo ordine si era incardinato nel rapporto tra due superpotenze durante la Guerra Fredda. Per riprendere un’espressione del grande politologo francese Raymond Aron, era una condizione di “pace impossibile, guerra improbabile”. Dentro quella cornice di relative sicurezze abbiamo potuto sviluppare un’esistenza serena e proficua.»
Oggi quelle certezze sembrano finite.
«Si, non ci sono più. Per chi racconta il presente è un tempo di grandissime sfide: sfide tecnologiche, morali, giuridiche. Abbiamo di fronte un presidente americano che ha calpestato il diritto internazionale, cioè proprio quel diritto internazionale che gli americani avevano contribuito in modo decisivo a costruire. Il processo di Norimberga è stato una pietra miliare per nuove relazioni internazionali. È un tempo di sfide. Sono sicuro che i giovani come te, e anche le generazioni successive, sapranno mostrare la forza e la capacità morale di affrontarle. Quanto a raccontarle, la cosa è più complicata, perché viviamo in un tempo in cui trovare editori che abbiano voglia di spendere soldi per raccontare la verità è piuttosto difficile.»
A proposito di verità e di coraggio, sei in libreria con “Il bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente”, edito da Piemme. Un libro che restituisce un ritratto molto disincantato di Trump e della realtà politica americana. Quando hai iniziato a capire che qualcosa stava scricchiolando davvero?
«La prima presidenza Trump e il modo in cui si era conclusa avevano già lasciato un’impronta molto chiara. Il giorno dell’Epifania del 2021, quando Trump cercò di negare i risultati elettorali nel momento della proclamazione del nuovo presidente Biden, abbiamo assistito a un vero e proprio tentato colpo di Stato. Il mio giudizio sulla prima presidenza Trump era già molto netto e venato di una più che legittima diffidenza nei confronti di questa seconda stagione.»
Eppure nel libro scegli di partire dai fatti, non dal pregiudizio.
«Da buon cronista del mio tempo mi sono dato una regola: verificare di non essere condotto al guinzaglio dai pregiudizi, ma di misurare sempre anche i miei giudizi politici o morali alla luce dei fatti.La ragione per cui questo libro non è uscito il 21 gennaio 2025, quando Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca, ma un anno dopo, è proprio questa: gli ho dato un anno di grazia per dimostrare che cosa effettivamente aveva in mente di fare. Fermo restando che sapevo perfettamente quello che aveva promesso ai suoi seguaci in caso di vittoria. Aveva detto “retribution” termine che in sostanza, vuol dire vendetta: restituire colpo su colpo, rendere pan per focaccia. Vendetta contro coloro che Trump giudicava suoi nemici. Non esattamente il modo migliore per un capo di Stato, che dovrebbe rappresentare l’intera nazione, di proporsi alla guida del Paese.»
Che cosa hai registrato in quell’anno di osservazione?
«Ho scritto giorno per giorno quello che è accaduto nei primi dieci mesi della sua presidenza. E purtroppo, come dico nell’esergo del libro, ho citato una frase che mi è sembrata molto efficace di un sociologo americano: “L’ascesa di Trump coincide con il declino di ciò che avevamo concordato di chiamare realtà”.Ecco, questo è il punto. Nella verifica fattuale ho potuto mostrare a me stesso e al lettore la totale mancanza di coincidenza tra il mondo fantastico di Donald Trump — l’avventuriero narcisista, monomaniaco, egocentrico — e la realtà.»
Uno scollamento che, secondo te, continua anche oggi.
«Sì, e ne abbiamo prova continuamente. I messaggi di Trump proclamano un’ora sì e un’ora dopo la fine della guerra in Iran, mentre in realtà si continua a combattere nello Stretto di Hormuz e l’Iran non ha nessuna intenzione di capitolare alle richieste di Trump. Questo dimostra la distanza tra il mondo fantastico di Trump e la realtà. Il libro è un riassunto della realtà del primo anno della seconda presidenza Trump. Ed è da qui che nasce il sottotitolo: “Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente”. Un giudizio politico e morale che va al di là dei dazi, della minaccia di occupare la Groenlandia e di tanti altri episodi. Trump ha colpito al cuore i valori morali, legali e giuridici che hanno cementato per ottant’anni il legame transatlantico. Oggi quei valori sono stati polverizzati.»
Nel libro c’è un’analisi politica, ma anche morale e antropologica. Tu il potere lo hai frequentato sotto molte forme. Esiste un filo rosso che accomuna i grandi potenti?
«Diciamo la verità: nelle persone che esercitano un grande potere, una componente di narcisismo ed egocentrismo è inevitabile.Il fatto stesso di esercitare una leadership su milioni di altri esseri umani presuppone una fiducia enorme, addirittura sconfinata, in se stessi. Ma nei sistemi democratici questo tratto, che può essere anche una lieve forma di psicosi, viene sempre controllato dal sistema dei pesi e contrappesi, che è l’essenza di un ordinamento democratico.»
È qui che nasce la differenza tra leader democratico e leader autocratico?
«Esattamente. Gli anglosassoni parlano di checks and balances, controlli e contropoteri. La teoria liberale presuppone che il potere sovrano venga esercitato da tre branche: l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Anche quando un leader democratico ha tendenze molto forti, resta dentro quella cornice. Io mi sono occupato a lungo, per esempio, di Margaret Thatcher. Era una donna molto autoritaria, con una leadership severa, ultimativa, ma il suo autoritarismo non varcava mai la soglia della legittimità democratica. Non rappresentava mai una forzatura rispetto agli altri poteri.La caratteristica del leader autocratico, invece, è precisamente questa: annullare la distinzione tra i poteri, accentrare tutto nelle mani del presidente o del capo del governo, sottraendo quote di controllo al Parlamento e al potere giudiziario.»
Nel caso di Trump, quali sono gli esempi più evidenti?
«Prima di tutto i dazi e la guerra in Iran. Trump ha varato dazi che non poteva varare, perché erano prerogativa del Parlamento. Tant’è che alcuni mesi dopo la Corte Suprema lo ha costretto a rimangiarseli, con il risultato che oggi gli Stati Uniti stanno pagando qualcosa come 300 miliardi di dollari di rimborsi per i dazi illegittimamente riscossi.Lo stesso vale per la guerra in Iran. È vero che la Costituzione americana attribuisce al presidente il potere di entrare immediatamente in guerra in caso di urgenza o emergenza, senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Ma entro sessanta giorni questa autorizzazione deve essere richiesta.E cosa ha escogitato Trump per evitare queste forche caudine? Ha dichiarato che la guerra è finita. Ma intanto la guerra va avanti.»
Quindi il problema non è il potere in sé, ma il rapporto con le regole.
«Il punto vero non è tanto ciò che unisce i potenti. La verità è che ci sono potenti in un mondo democratico che esercitano la propria influenza rimanendo dentro la cornice delle regole. E ci sono potenti che non lo fanno affatto e scivolano verso l’autocrazia.In alcuni casi l’autocrazia è conclamata: penso a Putin, Xi Jinping, Kim Jong-un. In altri casi ci sono tentazioni evidenti, come quella di Trump in America. Speriamo che la democrazia americana sia abbastanza forte da resistere a questa tempesta.»
Questa deriva autoritaria e antiliberale non riguarda però solo Trump. Quanto può ripercuotersi sulle nostre vite, anche in Europa?
«Non c’è dubbio che il fenomeno non riguardi solo gli Stati Uniti d’America. Con la presidenza Trump e con un personaggio come Trump lì si è accentuata una deriva autoritaria che in Europa finora risulta bloccata, fermata, sospesa.Ma non c’è dubbio che anche in Europa questa deriva passi attraverso la formazione di movimenti populisti che possono essere sia a destra sia a sinistra del panorama politico.»
Da dove nasce questa fragilità delle democrazie?
«Dalla frustrazione degli elettori e da una crisi molto ampia, innanzitutto sociale. Le democrazie sono entrate in sofferenza perché sono cambiati radicalmente gli equilibri sociali in questo primo quarto di secolo. Abbiamo un terribile impoverimento della classe media occidentale. Se guardiamo all’Europa occidentale, fino agli inizi del secolo l’Unione Europea poteva contare sul 25% della ricchezza planetaria. Oggi quella ricchezza si è ridotta al 14%. Questo vuol dire che siamo diventati tutti più poveri.»
Ma non tutti allo stesso modo.
«Si, questo processo non è uniforme. C’è un gruppo sempre più ristretto che è diventato sempre più ricco, addirittura ipermiliardario. E c’è una larga massa di ceto medio che si è impoverita. Questo ha generato una frustrazione che indebolisce le democrazie, proprio mentre il grande capitale si rende conto — o crede di capire — che le regole democratiche sono d’intralcio al suo costante arricchimento.»
È la rottura del matrimonio tra capitalismo e democrazia?
«Quel matrimonio, quel connubio che aveva segnato il Novecento, il rapporto tra mercato e democrazia, tra capitalismo e democrazia, oggi viene messo in dubbio proprio dai grandi capitalisti. Nel caso americano parliamo dei tecnomiliardari della Silicon Valley. In Europa del capitale finanziario. Il capitale finanziario oggi si occupa sempre meno del lavoro concreto e materiale che alimenta la gente comune, e pensa soltanto ad aumentare a dismisura la propria ricchezza di carta. Siamo nel pieno di una crisi produttiva, industriale, sociale, che investe i fondamenti stessi dei nostri sistemi democratici. È questo che rende la sfida estremamente difficile e anche pericolosa.»
Passiamo a una domanda più personale. Nel tuo modo di condurre inchieste e proporci servizi giornalistici si legge sempre una sorta di rigore British. Quanto ti ha influenzato il mondo anglosassone?
«L’influenza del mondo anglosassone sulla mia vita, sul mio modo di pensare e di comportarmi è indubbia. E non mi dispiace affatto. Soprattutto per il modo di fare giornalismo: la freddezza nell’esame dei fatti e la verifica dei fatti che ci raccontano. Questo è un insegnamento fondamentale.»
E poi c’è l’ironia, che nel tuo racconto è sempre intelligente, mai gratuita. Come ti aiuta nella narrazione giornalistica?
«Quanto all’ironia, io scherzando dico sempre che, essendo leccese, sono come i britannici. Inglesi e salentini sono entrambi popoli del canale: loro hanno la Manica, noi abbiamo il Canale d’Otranto. Si vede che l’ironia nasce dalla circostanza di avere a che fare con mondi che sono dall’altra parte del mare. Forse è proprio questa la consapevolezza del relativismo delle nostre convinzioni.»
Quindi l’ironia nasce anche dalla tua terra?
«Io vengo da una terra che è stata per secoli oggetto di scorribande, invasioni, presenze diverse. Non considero il mare una chiusura, ma un’apertura. Questo modo di guardare al mondo ti porta a relativizzare le convinzioni. Bisogna sapere che non siamo i detentori di una verità assoluta. Esistono, purtroppo o forse per fortuna, moltissime verità. E queste verità bisogna saperle confrontare, leggere, vedere anche con occhi diversi.» 
L’ironia, allora, diventa anche una forma di misura.
«Sì. Questo spinge a considerare l’esistenza sotto una luce diversa. Forse ad apprendere meno tragicamente anche i fatti più seri che affliggono la nostra esistenza. E forse anche a prendersi un po’ meno sul serio personalmente. Un italiano certamente peculiare come Giulio Andreotti si prendeva in giro da solo quando diceva: “Ma no, io non sono un gigante, ma attorno a me nemmeno vedo tanti giganti”. Alla fine dei conti, avere un’idea chiara della propria dimensione, della dimensione delle persone che ci stanno accanto e della piccolezza della nostra presenza nel mondo aiuta a essere più ironici con se stessi e con gli altri. Aiuta ad avere un atteggiamento più misurato nella vita, meno assertivo, meno assolutista.»
A un certo punto della tua carriera hai fatto scelte radicali, preferendo la libertà personale a determinate linee aziendali. Quanto ha pesato il patto con i tuoi lettori e spettatori?
«Partiamo dall’aspetto umano. Il fatto che io sia disposto a esaminare sempre con tolleranza e disponibilità le opinioni degli altri, a confrontarmi in modo dialogico, non vuol dire che io non sia testardamente affezionato alle mie convinzioni. Una mia convinzione fondamentale è che io ho un obbligo nei confronti di chi mi legge e di chi mi ascolta: devo essere onesto con loro.»
E per essere onesto con loro bisogna esserlo prima con se stessi.
«Esattamente. Per essere onesto con loro devo essere onesto con me stesso. Quindi io non fingerò mai. Non mi adatterò mai a seguire indicazioni che vengono da altri, non mi adatterò mai a linee suggerite da editori, direttori o da chiunque altro, se quelle linee sono incompatibili con ciò che penso. Sono disposto a confrontarmi, ad avere punti di vista diversi. Ma se quei punti di vista sono inconciliabili, io non chino la testa: me ne vado. Preferisco fare così.»
Lo hai fatto anche recentemente.
«L’ho sempre fatto nel corso della mia vita e l’ho fatto anche recentissimamente, quando ho reciso la collaborazione con un quotidiano svizzero al quale collaboravo con editoriali periodici. Ho smesso di pubblicare dopo dissensi sul giudizio riguardo alla tragedia di Crans-Montana. Alla direzione e all’editore non sono piaciute le mie critiche alle autorità svizzere per il modo in cui hanno gestito la tragedia e il follow-up giuridico di questa terribile vicenda. Benissimo: opinioni in dissonanza. Io tengo le mie e me ne vado. Arrivederci e grazie.»
Il patto con il pubblico resta quindi centrale.
«È un punto fondamentale. Per me è cruciale il patto che ho stretto con le persone che seguono il mio lavoro. Ho sempre detto che ho avuto una grande fortuna: poter girare il mondo, vederlo con i miei occhi. E ritengo giusto mettere a parte di questa fortuna coloro che non hanno potuto condividerla direttamente. Sono un privilegiato perché posso raccontare la mia versione del mondo. Chiarisco sempre che la mia versione del mondo non pretende di essere il mondo. Ma posso raccontarla a tantissime persone e so che loro si aspettano da me onestà, se non la verità.»
Nel libro analizzi anche la condizione del giornalismo americano. Ma nel nostro Paese, e più in generale in Europa, come valuti oggi la qualità dell’informazione?
«Abbiamo avuto forse tempi più gloriosi. Non per la qualità dei giornalisti, perché ci sono ancora tanti bravi giornalisti, ma perché c’era un’industria dell’informazione che poteva contare su risorse importanti. C’erano editori che credevano davvero nel lavoro che facevano ed erano disposti a investire in quel lavoro. Erano disposti a investire nel giornalismo d’inchiesta, perché non si può condurre un’inchiesta senza un investimento.»
La verità ha un costo.
«Non puoi andare in giro per un Paese o per il mondo senza prendere il treno, senza avere mezzi, senza risorse. Non necessariamente nelle classi di lusso, per carità, ma bisogna avere strumenti per poter girare e raccontare. E diciamoci la verità: gli editori oggi investono molto meno. Se guardiamo all’America, penso al Washington Post, dove un signore ultramiliardario come Bezos ha licenziato in un colpo solo 300 giornalisti su 800. Una cosa spaventosa. Tra l’altro, molti erano proprio quelli che si occupavano della sezione di fact-checking, cioè della verifica della veridicità delle notizie pubblicate.»
Quindi com’è oggi la condizione della stampa?
«Complicata. Difficile. Resa complessa dalla carenza di risorse e dalla perdita di dimestichezza con la lettura. Stiamo perdendo i lettori. Oggi le persone aprono questo aggeggio infernale — il telefono — e trovano tutte le notizie che arrivano secondo dopo secondo. È chiaro allora che la stampa deve cambiare funzione. Deve avere una funzione di approfondimento, di costruzione di opinioni, di interpretazione. Ma può farlo soltanto se ha le risorse per fondare su qualcosa di concreto questo lavoro.»
Esiste ancora una linea di resistenza nel giornalismo?
«Sì, grazie a Dio ci sono centinaia, migliaia di giornalisti che fanno ancora questo lavoro con passione e onestà. Finché lo faranno, la stampa manterrà una linea dignitosa di galleggiamento. Ma certo non è il momento migliore per l’industria dell’informazione. È insidiata dai social, pieni di fake news, e dal contributo potenzialmente devastante dell’intelligenza artificiale.»
L’intelligenza artificiale rischia di rendere ancora più fragile il rapporto con la realtà.
«Siamo arrivati al punto, come abbiamo visto, in cui la presidente del Consiglio ha dovuto pubblicare un post per dire: “Guardate che quella donna discinta con la mia faccia non sono io”. Questo riguarda le vite di milioni e milioni di persone. Speriamo che l’informazione venga sempre più sostenuta, perché è un pilastro decisivo della democrazia. Senza informazione libera, il sistema democratico finisce per essere come un cane che si morde la coda.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Antonio Caprarica, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Il Domani, come sempre, è nelle nostre mani. Spero che abbiamo mani forti a sufficienza per guidarlo verso un avvenire più tranquillo, pacifico e luminoso di questo presente assai turbato da tantissime ombre.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite










