Venezia 83 apre con “Ink” di Danny Boyle: prima dei social, i tabloid avevano già trasformato le notizie in spettacolo

Nel 1969 non esistevano TikTok, Facebook, Google e nemmeno Internet. Eppure una delle idee che oggi governano il nostro rapporto con l’informazione era già perfettamente riconoscibile: non dare necessariamente alle persone ciò che è più importante sapere, ma ciò che hanno più voglia di guardare. È da questa intuizione che parte Ink, il nuovo film di Danny Boyle che ha inaugurato l’83ª Mostra del Cinema di Venezia. Al centro ci sono Rupert Murdoch, interpretato da Guy Pearce, e Larry Lamb, il direttore a cui l’editore affidò il rilancio del Sun. Una storia vecchia di oltre mezzo secolo che, guardata nel 2026, sembra parlare direttamente di noi.

Il film, tratto dall’omonima opera teatrale di James Graham, ricostruisce l’acquisizione del Sun da parte di Murdoch e la trasformazione di un quotidiano in difficoltà in un fenomeno editoriale capace di rivoluzionare la stampa britannica. Jack O’Connell interpreta Lamb, mentre Claire Foy completa il nucleo principale del cast. Boyle, però, non costruisce semplicemente un film contro Murdoch. A interessarlo è soprattutto l’ambiguità di quella rivoluzione: il nuovo giornale appariva più veloce, popolare, irriverente e vicino alle persone. Poi qualcosa cambiò.

Dare al pubblico quello che vuole

È probabilmente questa l’idea che rende Ink così contemporaneo. Quel nuovo modello di informazione aveva capito una cosa semplicissima: l’attenzione può essere trasformata in denaro. Prima dei click esistevano le copie vendute. Prima delle visualizzazioni c’erano le prime pagine. Prima delle miniature costruite per costringerci ad aprire un video c’erano titoli giganteschi, scandali, sesso, cronaca e provocazioni pensate per convincere qualcuno a comprare un giornale.

La tecnologia è cambiata. Il meccanismo molto meno. Il Sun diventa così, nel racconto di Boyle, qualcosa di più di un quotidiano britannico. È uno dei laboratori nei quali prende forma un’idea dell’informazione che oggi ci sembra naturale: conoscere il pubblico abbastanza bene da capire cosa riuscirà a catturare la sua attenzione.

Nel 2026 non serve nemmeno più un direttore che immagini cosa desiderino milioni di lettori. Lo fanno gli algoritmi individualmente, osservando ciò su cui ci fermiamo, quello che condividiamo e ciò che continuiamo a guardare. Il tabloid cercava il titolo capace di conquistare milioni di persone. TikTok cerca il video capace di conquistare te.

Danny Boyle non vuole trasformare Murdoch nel cattivo

Ed è qui che Ink evita la lettura più semplice. Nel contesto britannico dell’epoca, il giovane editore australiano poteva apparire come un outsider che sfidava un establishment chiuso e immobile. Ed è proprio questo a rendere la storia più interessante: le trasformazioni che cambiano una società raramente si presentano annunciando le proprie conseguenze peggiori.

All’inizio possono sembrare liberatorie. Il Sun rompe regole, linguaggi e gerarchie. Parla in maniera diversa. Diventa popolare. Costringe un sistema vecchio a confrontarsi con un pubblico che quel sistema aveva forse smesso di comprendere. Ma quella rivoluzione contribuisce anche alla costruzione di un impero mediatico capace di esercitare un’enorme influenza politica e culturale.

È difficile non pensare ai social network. Anche loro erano arrivati promettendo di democratizzare la comunicazione: chiunque poteva pubblicare, raccontarsi, raggiungere migliaia di persone senza possedere un giornale o una televisione. Una promessa in parte mantenuta. Soltanto successivamente abbiamo iniziato a discutere seriamente di disinformazione, polarizzazione, dipendenza dall’engagement e concentrazione del potere nelle mani di poche piattaforme.

Dal tabloid al clickbait

Boyle ambienta la storia nel 1969, molto prima di Fox News, del clickbait, di Twitter, Facebook e Google. È forse la parte più affascinante dell’operazione, perché Ink permette di osservare Internet prima di Internet.

Il principio editoriale che privilegia ciò che provoca una reazione non è nato con i social. Le piattaforme lo hanno semplicemente reso più veloce, misurabile e personalizzato. Un giornale poteva sapere quante copie aveva venduto. Oggi una redazione può conoscere quasi immediatamente quante persone hanno aperto un articolo, quanto tempo sono rimaste sulla pagina e quale titolo ha funzionato meglio.

E questo non riguarda soltanto il giornalismo considerato “basso”. Riguarda praticamente tutta l’informazione contemporanea. Anche le testate più autorevoli devono vivere in un ecosistema nel quale una notizia compete con un video di quindici secondi, una fotografia di una celebrity, una notifica, un messaggio WhatsApp e altri cento contenuti che aspettano semplicemente il movimento del nostro pollice.

La domanda non è più soltanto: questa storia è importante? È diventata anche: qualcuno la aprirà?

E poi arriva l’intelligenza artificiale

Il discorso diventa ancora più contemporaneo quando entra in scena l’AI. Il problema non riguarda soltanto la possibilità che l’intelligenza artificiale riesca a produrre testi, immagini o video in pochi secondi. La questione più profonda riguarda chi controllerà gli strumenti attraverso cui l’informazione arriverà alle persone.

Se gli algoritmi già decidono una parte consistente di ciò che vediamo, l’intelligenza artificiale potrebbe rendere ancora più sottile il confine tra produzione, selezione e distribuzione dei contenuti. Non sarà più sufficiente domandarsi chi abbia scritto una notizia. Potremmo doverci chiedere anche perché proprio quella notizia sia arrivata davanti ai nostri occhi e un’altra no.

Ed è qui che un film ambientato nel 1969 finisce per parlare direttamente del 2026. Il problema non è soltanto tecnologico. È culturale. Il giornalismo conserva una funzione essenziale proprio quando è disposto a raccontare qualcosa che il pubblico forse non stava cercando e qualcosa che il potere preferirebbe non vedere raccontato.

Forse non siamo così diversi dai lettori del 1969

È facile guardare dall’alto in basso il lettore che comprava un tabloid per uno scandalo. Molto più difficile è riconoscere lo stesso meccanismo quando prendiamo in mano il telefono “per cinque minuti” e mezz’ora dopo stiamo ancora scorrendo.

Cambiano gli strumenti, non necessariamente i desideri. Curiosità, paura, indignazione, sesso, celebrità, conflitto e sorpresa funzionavano sulle prime pagine e continuano a funzionare nei feed. Con una differenza fondamentale: oggi il sistema può imparare individualmente quale di quelle emozioni funziona meglio su ciascuno di noi.

Ed è forse per questo che Ink riesce a raccontare qualcosa di molto più grande della nascita di un tabloid. Dietro l’inchiostro racconta il momento in cui comprendere ciò che desiderava il pubblico ha cominciato a diventare importante quasi quanto decidere ciò che il pubblico meritasse di sapere.

Nel 1969 bisognava convincerci a comprare un giornale. Nel 2026 non dobbiamo nemmeno tirare fuori il portafoglio. Basta convincerci a fare una cosa molto più semplice: continuare a guardare.

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.