«Di esperienze ne ho avute tante, la mia è una vita di un ottantenne che ha attraversato momenti storici diversi, anche molto difficili, e che ha compreso da tutto questo vagare che l’importante è non smettere mai di seguire i propri sogni». Quando iniziamo la nostra intervista, partendo dalla riflessione sul tempo che passa, Pupi Avati, uno dei registi che maggiormente rappresenta il cinema italiano, un maestro della settima arte ha saputo fotografare meglio di ogni altro la realtà popolare con tutte le sue contraddizioni abbracciando un’infinità di generi narrativi, abbassa la voce per poi illuminarsi al concetto del “sogno” ritrovando nel suo significato più intrinseco una raison d’être per poter continuare quel fertile processo creativo che trova ancora oggi la sua forma più nobile nella pellicola cinematografica. L’occasione dell’incontro è il libro “La Terra del Diavolo” edito da Asylum Press a cura di Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu nel quale una lunga chiacchierata con il Maestro bolognese, attualmente occupato nella scrittura di un film sulla vita di Dante Alighieri per Rai Cinema, consente di ripercorrere non solamente il suo cinema e quel mondo di “genere” oramai quasi completamente dimenticato, ma soprattutto di sondare l’importanza delle radici e della terra all’interno l’evoluzione sociale che ha segnato il nostro paese sin dagli anni del dopoguerra. I film più significativi del regista, scrittore e sceneggiatore bolognese come “ La casa dalle finestre che ridono“, “La rivincita di Natale“, “Il Papà di Giovanna” fino al recente “Il Signor Diavolo“, solo per citarne alcuni, sono entrati di diritto nella storia del cinema italiano e hanno fatto conquistare al Maestro anche tre David di Donatello e due onorificenze conferite dalla Repubblica Italiana per i successi nelle attività culturali ed artistiche. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Pupi Avati e di parlare con lui di cinema, rapporti familiari e di tempo che scorre tra ricordi ed acute riflessioni sul presente con lo sguardo rivolto verso il futuro.

Nel libro “La Terra del Diavolo” ripercorre guidato da Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, la sua lunga e brillante carriera artistica tra ricordi e nuovi spunti da sviluppare…Si sente nostalgico rispetto al passato?

«Per quanto ci si possa impegnare, è difficile non provare nostalgia rispetto agli anni che hai vissuto da ragazzo, sopratutto se pensi ai periodi più felici. Personalmente tengo particolarmente a quelli incentrati sulla mia prima passione, la musica; nasco come jazzista e gli anni più straordinari della mia vita sono quelli dei primi anni sessanta. In quel momento ho impegnato tutto il mio potenziale creativo per diventare un musicista, ma poi mi sono reso conto che non avevo il talento necessario per poter riuscire in questo campo. Nonostante studiassi molte ore al giorno i risultati erano sempre minori rispetto all’impegno investito e comunque sempre inferiori se confrontato a quello dei miei coetanei che incontravano meno difficoltà di me, suonare gli riusciva bene con meno sforzo. Dopo qualche tempo ho capito che non bastava l’impegno o la caparbietà ma occorreva avere il talento nel proprio dna; ho dovuto rinunciare al sogno di lavorare nel mondo della musica ed è stato uno dei momenti più dolorosi della mia vita, non auguro a nessuno di trovarsi in una condizione simile».

Dopo la delusione però ha trovato la sua rivincita nel mondo del cinema…

«Ho iniziato a svolgere un’attività commerciale per la Findus occupandomi di prodotti alimentari e cercando di farmi piacere tutto quello che in realtà non mi interessava. La cicatrice del sogno infranto era sempre bruciante, ma poi l’incontro con il cinema ha lenito il dolore e mi ha fatto appassionare al punto di diventare una nuova ragione di vita a sostituzione del mio primo obiettivo».

Come è avvenuto il passaggio dall’universo musicale a quello cinematografico?

«Non è stato facile, ed è normale che sia andata così. Decidere di suonare uno strumento comporta studio e passione, voler essere un regista comporta, oltre che questi aspetti, anche un supporto più importante sopratutto dal punto di vista finanziario; hai bisogno di persone che credono del tuo potenziale. Il vantaggio che ho avuto è che questo mio percorso si è sviluppato negli anni in cui, a differenza di oggi, essere giovani non era considerato una colpa. Gli anni sessanta con il picco del famoso ’68 hanno messo i giovani nelle positive condizioni di potersi esprimere, inventare e di poter azzardare anche se quasi privi dei requisiti minimi. Questa opportunità è stata sia meravigliosa che devastante perché i primi film realizzati, finanziati unicamente dai mecenati locali, furono dei flop ed io rimasi in una situazione di frustrazione totale, ma ho trasformato questi ostacoli in momenti formativi che mi hanno fatto capire i miei punti di forza e i miei limiti. Nella vita serve anche questo…».

Parlando delle tappe della sua carriera oltre ai suoi successi lei non nasconde mai i momenti di difficoltà che ha dovuto attraversare e le pellicole che non sono state pienamente comprese dal mondo del cinema o dal grande pubblico. C’è un film che più di ogni altro avrebbe meritato maggior attenzione?

«I film degli esordi sono andati male al botteghino ma era doveroso che ciò accadesse perché, più che al risultato finale, l’obiettivo era produrre delle pellicole che arbitrariamente andavano controcorrente, avevano programmaticamente l’intento di battersi contro il favore del grande pubblico, anche attraverso l’utilizzo di slogan ideologici, per scuotere la borghesia troppo cristalizzata nelle sue certezze. Noi giovani di quei tempi eravamo idealisti animati da una missione, quella di mettere in discussione il cinema italiano che era straordinario perchè mentre noi debuttavano i veri maestri erano ancora tutti attivi, ma questo non ci ha persuaso nel voler far sentire la nostra voce…».

Nella sua lunga carriera ha avuto modo di conoscere registi e scrittori del calibro di Bernardo Bertolucci, Alberto Moravia, Giuseppe Patroni Griffi, Marco Bellocchio e Pier Paolo Pasolini….solo per citarne alcuni. Di quali di questi incontri conserva un ricordo speciale?

«Ricordo con particolare affetto Pier Paolo Pasolini, il nostro fu un incontro che si tradusse in una collaborazione per la scrittura della sceneggiatura di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” l’ultimo film che ebbe occasione di dirigere. In quel periodo lo andavo a trovare spesso, abitava a Roma nel quartiere EUR in via Eufrate, ricordo che lavoravamo ai testi insieme; ero molto lusingato, non capita facilmente di potersi confrontare con un regista dallo spessore culturale di Pasolini. Ho imparato tanto da lui ed ho capito che i veri grandi dalle qualità indiscutibili, sono quelli che riescono a comunicare in modo semplice. Secondo la mia esperienza posso dirti che è molto più facile lavorare con una committenza illuminata, mentre è più difficile trovare il dialogo con una che al contrario è più confusa, meno ambiziosa e con potenzialità minori. In quest’ultimo caso è come brancolare nel buio non sai come poterti esprimere; con Pasolini c’è stato immediatamente un ottimo intendimento, ho capito subito cosa avrei dovuto scrivere e difficilmente quando portavo la mia sceneggiatura c’era una correzione in rosso da apportare».

Il suo cinema racconta spaccati di vita sociale italiana indagando i temi legati agli affetti familiari e alle relazioni…Come considera l’Italia di oggi?

«Dispiace dirlo ma questa è un’Italia estremamente anaffettiva, c’è una deresponsabilizzazione dei ruoli genitoriali di base che oggi risultano essere sbiaditi perchè compromessi da una serie di seduzioni che vengono dall’esterno. Inoltre il nucleo famigliare si è fortemente ridotto e ridimensionato anche a livello numerico, si generano soltanto figli unici e questo ha eliminato i legami di carattere orizzontale tra fratelli e sorelle e tutte le dinamiche annesse che si creavano. Da questa riduzione si è perso tanto».

La sua che tipo di famiglia era?

«La mia era una famiglia tradizionale, numerosa e molto diversa da quelle di oggi; ho perso mio padre all’età di dodici anni e mi è mancata la sua figura di riferimento anche se avendolo comunque vissuto e conosciuto ho potuto confrontarmi con lui. Mi sarebbe piaciuto in età adulta conoscere il suo giudizio sul mio lavoro, la mia vita ed i miei film. Mia madre invece era una donna di fede, devo molto anche al suo supporto».

Siamo nel periodo delle feste, una delle sue produzioni cult che si rivede spesso in tv è “Regalo di Natale”.

«Sono molto lusingato che lo si riveda, in quel film ho raccontato l’amicizia dalla posizione scomoda del tradimento. L’idea per scriverlo me la diede un baro, non fu facile produrlo nessuno voleva finanziarlo ma poi vinsi la scommessa. Fu il primo ruolo drammatico di Diego Abatantuono. Nel film quei quattro amici di vecchia data si ritrovano la notte di Natale per una partita di poker, che si rivela ben presto tutt’altro che amichevole ma sul piatto, oltre a un bel po’ di soldi ci sono i bilanci della vita di ognuno di loro, i fallimenti, le sconfitte, i tradimenti, le menzogne e gli inganni…è un’analisi esistenziale».

Nei suoi film oltre alla fotografia e alla trama, le colonne sonore hanno sempre avuto un ruolo importate. Nel film “Il cuore grande delle ragazze” ha avuto modo di collaborare con il suo amico di sempre Lucio Dalla…Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Lucio era un artista vero, un genio. Da giovanissimi suonavamo il clarinetto nello stesso gruppo, ma quando arrivò lui si fece strada con il suo talento innato e tutto il resto era in ombra…Era un anticonformista anticipatore dei tempi, lontano da ogni omologazione ma sopratutto aveva una rara bontà d’animo ed una sconfinata generosità. Mi manca molto».

Ma è vera la storia che lei tentò di ucciderlo?

«La mia era una gelosia, una rivalità giovanile, lui era indubbiamente più bravo di me. Una sera Gino Paoli ascoltò il nostro complesso e scelse Lucio Dalla per la sua tournèe, per invidia dissi che sarei stato tentato di ucciderlo spingendolo dal terrazzo della Sagrada Familia durante un nostro concerto…ovviamente non lo feci ma questo episodio, quando poi siamo diventati amici, si è trasformato in un ricordo che ci faceva divertire (ride)»..

Sia lei che Lucio Dalla avete in comune il background della provincia bolognese che spesso è stata protagonista dei suoi film…

«Si, racconto spesso l’aridità della provincia perché l’ho vissuta sulla mia pelle. L’essere costantemente oggetto del giudizio e della sua protezione oppressiva ti può uccidere o portare ad una sana ribellione verso un tracciato già predestinato. Oggi in tempi di globalizzazione le differenze si sono attenuate ma ai miei tempi molto marcate. Noi eravamo due creativi, per questo quella realtà così chiusa era limitante ma allo stesso tempo ti stimolava a voler esplorare oltre l’orizzonte…».

Tra le pagine del libro trova spazio il quaderno personale di appunti e schizzi utilizzato per la realizzazione della sua ultima pellicola “Il signor diavolo”…Le sue incursioni nel genere horror sono piuttosto efficaci, ha mai pensato di dedicarsi totalmente a questo tipo di narrazione?

«Mi piace spaventare, ma non approvo l’idea di perseguire un genere perché si rischia di rimanere ingabbiati. Nella mia carriera ho sempre cercato di produrre film che rispecchiano la mia identità, non quella di un’etichetta fine a stessa. Qualche tempo fa avevo pensato al recupero delle credenze popolari della tradizione contadina italiana e al racconto delle storie orrifiche che ci raccontavano da bambini. Abbiamo un patrimonio immenso che merita di essere rievocato».

Il genere Horror in italia rispetto alla commedia o ai film drammatici stenta a imporsi al botteghino e sul mercato estero come mai?

«Siamo troppo esterofili, non è vero che l’horror ha un seguito importante solo all’estero ma è innegabile che a livello tecnologico non possiamo competere…Gli effetti speciali, le riprese ad 8k e le rielaborazioni digitali richiedono delle risorse e delle competenze che attualmente non abbiamo, ma ciò che distingue le nostre produzioni è il valore immaginativo. La caratterizzazione del personaggio ed il suo essere potenzialmente verosimile è più efficace di ogni effetto grafico per spaventare lo spettatore…Pensa alla normalità del personaggio di Lino Capolicchio ne “Il signor diavolo”, lui potrebbe essere chiunque…e per questo che incute così tanta paura».

A proposito di patrimonio culturale uno dei suoi sogni nel cassetto che realizzerà presto è un film incentrato sulla vita di Dante Alighieri…

«Dante Alighieri, il sommo poeta, è uno dei personaggi italiani che maggiormente merita di essere raccontato ed indagato. Leggendo tra le righe delle sue pagine si può scorgere un uomo estremamente misterioso, ricco di fascino, che ha saputo trasformare il dolore interiore in un’arte universale. Per il film sto rileggendo tutte le sue biografie, una delle più aderenti è quella di Giovanni Boccaccio, e rispetto a questo grande personaggio provo un forte senso di inadeguatezza perché è difficile riuscire a cogliere tutte le sue sfumature».

Recentemente ha dichiarato di essere particolarmente preoccupato rispetto al tempo che passa…L’arte cinematografica può considerarsi come una promessa d’eternità?

«Mi fa molto piacere quando durante gli incontri presso le Università in giro per l’italia i giovani mi chiedono un selfie o un autografo su un dvd di qualche mio film particolarmente datato. Il tempo passa per tutti, ma ciò che conta è il solco che riesci a tracciare durante il tuo cammino. Quella è la vera eredità che lasci e che potrà parlare di te».

La fruizione del atto cinematografico oggi passa sempre più dalle piattaforme digitali come Netflix…Cosa ne pensa di quest’ultima evoluzione del medium?

«Non credo che l’utilizzo delle piattaforme digitali sia deleterio per il cinema italiano, ciò che ritengo essenziale è invece produrre dei film che non replichino banalmente ciò che si vede oltreoceano, bisogna recuperare l’identità del nostro modo di raccontare le storie e far emergere sopratutto gli aspetti positivi del paese, non solo lo scenario malavitoso, perché l’Italia merita anche altro. Un problema importante è attribuibile ai costi, un film di 90 minuti al cinema è una sintesi perfetta ed il formato migliore per sviluppare una trama; con le serie tv o le fiction in alcuni casi ci si dilunga troppo e spesso lo si fa principalmente per riuscire ad ammortizzare maggiormente le spese. Anch’io non sono stato esente da questa dinamica ed ho prodotto delle mini serie…ma continuo a credere nel mezzo cinematografico che inizia e si conclude in un periodo di tempo definito. Il vero problema non è quello della diffusione digitale ma la committenza, interessata troppo al profitto e poco alla sperimentazione e al messaggio artistico. Oggi ciò che conta, nel cinema e non solo, è il perseguimento del obiettivo di fatturato e questo è un annichilimento per tutta l’industria che, nel lungo termine, porta all’appiattimento dei contenuti».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Pupi Avati, quali sono le sue speranze e le sue paure?

«La mia è un’esperienza di vita di un ottantenne che ha avuto modo di vedere differenti momenti di vita della storia dell’umanità, alcuni esaltanti ed altri terribili; questo bagaglio personale mi induce a pensare che un momento come quello attuale, così deprimente per tutti, perché privo di prospettive, non soltanto per i giovani, porterà nel Domani più prossimo ad una riflessione necessaria su tutto il valore che abbiamo perso nel corso del tempo. Auspico che l’idea del “sogno” ritorni ad essere centrale nella vita di tutti noi. Il nostro futuro deve partire da questo: le persone che non sognano, progettano, o che non si inventano le cose sono destinate a non averle».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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